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Il cast della seconda stagione

Ho aspettato tanto, ma non posso più esimermi dal parlare di “L word”. La mia titubanza risiede nel fatto che ho amato e, infondo, amo ancora questo telefilm in una maniera in un certo modo morbosa. Ma per chi nel 2004 aveva vent’anni e stava iniziando a capire come funzionava il mondo omosessuale, sapere di avere un telefilm come l word, non poteva che azzerare ogni spirito critico. Volenti o nolenti questa serie ha segnato i prodotti televisivi di genere. Sì è vero prima di lui c’è stato “Queer as folk”, ma pur avendo protagonisti quasi del tutto maschili, c’erano anche due lesbiche come personaggi principali, non era relegate ai margini della storia. L word invece è composto da soli personaggi femminili, sia come cast, sia come tecnici, produttrici, sceneggiatrici, registi e chi più ne ha più ne metta. E’ strano pensare a una cosa del genere, ma sui set di questo telefilm gli uomini erano praticamente inesistenti. Le femministe della prima e dell’ultima ora hanno gridato al miracolo. Meglio ancora, non si trattava solo di donne, ma anche di lesbiche, perché molte di esse erano apertamente dichiarate. Le lesbiche impegnate della prima e dell’ultima ora hanno gridato al miracolo.

Ecco perché L word è diventato un fenomeno di costume, un telefilm di successo e, ovviamente in Italia, non è praticamente arrivato se non tramite pay-tv.
Il suo grande merito è stato quello di aver portato sul piccolo schermo un universo sconosciuto ai più. Un mondo fatto di donne, emancipate da ogni punto di vista: economico, sessuale, sociale. Ha mostrato il gentil sesso nella sua fragilità, determinazione, cattiveria e bassezze. Presenta ogni sorta di problema: da quelli di tutti i giorni agli scontri etici, religiosi e sociali. Non si è mai fatto problemi a presentarci scene di sesso esplicito, senza tabù e reali, distruggendo lo stereotipo dell’amore saffico alterato dal cinema pornografico.
Giustamente se ha tutte queste cose positive, perché sembro così titubante nel volerne parlare bene? Perché qualche mese fa mi è capitato di rivederlo tutto quanto insieme, puntata dopo puntata, senza pause e con quasi 8 anni di più sulle spalle e a questo giro sono riuscita a vedere quelli che per me sono i suoi limiti. In sei stagioni le sceneggiatrici hanno voluto abbracciare ogni argomento che potesse toccare il mondo femminile (non solo lesbico), che possa essere eterosessuale, transgender o anche semplicemente argomenti “about girls”. L’altra faccia della medaglia sta nel voler creare una storia “minestrone”: ai personaggi principali vengono fatte fare delle scelte discutibili, ci sono delle svolte spiazzanti e spesso più che di un “carattere” ci sembra di avere a che fare con degli stereotipi. Mi rendo conto che si parla pur sempre di un telefilm e non di un documentario.

Il cast a partire dalla quarta stagione

Altro limite sono gli uomini. Se in “queer as folk” la rappresentativa femminile viene raccontata per quello che è, senza giudizi positivi o negativi (o almeno il merito è l’averci provato), in “l word” gli uomini sono il male: non esiste personaggio maschile che non porti qualcosa di brutto a una donna. Gli uomini tradiscono, feriscono, trascurano, non capiscono, giudicano, sono bigotti, razzisti e gretti. In sei stagioni non esiste una figura maschile che entri in contatto con una qualsiasi ragazza del gruppo senza portare con sé brutte cose. Probabilmente in secoli e decenni di patriarcato, mi direte che un po’ di femminismo radicale ed emancipato non può che far bene e posso essere in parte d’accordo, ma con questo il realismo o la semplice veridicità delle situazioni viene parecchio a mancare. Pensiamo alla sola prima stagione in cui ci viene presentato il coming out di Jenny, che si trasferisce a Los Angeles per andare a convivere con Tim, il suo ragazzo storico. Qui però conosce Marina che le fa perdere completamente la testa e con cui andrà a letto, non una ma diverse volte. Jenny ha tradito Tim e quindi dovrebbe, in qualche modo, risultare un personaggio negativo, ma per come viene narrata la storia, la colpa è di Tim perché non è un uomo molto colto (ehi lei è una scrittrice!!!), pensa quasi solo ai muscoli (è istruttore di nuoto) e allo sport e non si rende conto di quanto la sua ragazza sia assente, lontana da lui e di quanto stia cambiando. Quindi se Jenny lo ha tradito, sembrano dirci, è colpa di Tim. Possiamo stare a filosofeggiare quanto vogliamo e sì forse gli uomini sono molto distratti quando si tratta di capire l’universo femminile, ma da qui a farci passare un tradimento del genere per colpa di chi è stato tradito ce ne passa. Alla fine della fiera lui a Jenny la ama sul serio e cerca di dimostrarglielo a modo suo; se a lei quello che può offrirgli lui non basta, poteva semplicemente dirlo e farla finita.
Ripeto, con molta probabilità è stata una scelta di allineamento quella di mettersi così apertamente contro “la cultura maschile”, ma a me ha stonato, perché parte del messaggio che sembra trasparire è che “le lesbiche siano tutte misandriche”.  Come ha stonato l’avere davanti donne bellissime, perfette, con lavori superfichi, affermate, curatissime. Non che non possano esistere donne così e anzi, in California saranno anche più numerose che qui da noi, ma il tutto è risultato un po’ eccessivo. Capisco che siamo in televisione e stiamo parlando di un prodotto da vendere, ma avere davanti persone un po’ più realistiche avrebbe conferito al telefilm quel pizzico di credibilità che un po’ gli manca.

Dal punto di vista tecnico, invece, non ho nulla, ma assolutamente nulla, da recriminare: è girato bene, le attrici sono tutte fantastiche, i dialoghi mai banali e ben sviluppati, senza scendere nel volgare o nel banale, parolacce e frasi più spinte sono esattamente dove devono essere.
E pensare che la Showtime si è presa un bel rischio a ospitarlo sulle proprie reti. Prima ancora che venisse annunciato il cast definitivo, già sul web giravano gruppi e siti amatoriali che facevano parlare nel bene e nel male di questo nuovo prodotto che sarebbe arrivato in televisione. Certo quando metti insieme le sceneggiatrici di “Go fish” e “Six feet under”, non può venir fuori qualcosa di brutto. Quando metti insieme Jennifer Beals, Leisha Hailey, Katherine Moenning, Pam Grier e Laurel Holloman, difficile pensare che la gente non vedrà  la serie. Quando ambienti il tutto a Los Angeles e decidi di mandare in onda l’equivalente lesbico di “Sex and the city”, proprio mentre questo sta trasmettendo le puntate conclusive, non puoi non andare a colmare il vuoto che un telefilm cult come quello sta per lasciare. Un applauso quindi va fatto anche per le scelte di marketing (ricordate la tag line “same sex, different city”?) e di cast.

Il Grafico di Alice

C’è una cosa che più di tutte lega le varie stagioni di L word: il grafico di Alice, quello da cui nascerà “ourchart”. Alice sostiene (ma in realtà è una teoria molto diffusa, soprattutto in America) che ognuno di noi, in tutto il mondo è connesso agli altri in al massimo sei “collegamenti”, o meglio persone che conoscono altre persone fino a sostenere che “io potrei essere collegata con il presidente americano in meno di sei persone”. In qualche modo siamo tutti quanti legati al di là del sesso, della razza, della nazionalità o della religione: un bel messaggio da comunicare, soprattutto per le nuove generazioni che non si rendono conto di quanto certi diritti sia stato duro, doloroso e pericoloso ottenere. Ragazzi e ragazze (soprattutto) che girano mano nella mano, si baciano per strada o giocano ad essere ammiccanti in pubblico con altre donne per puro divertimento e non realizzano quanto questa loro, questa nostra libertà abbia avuto un caro prezzo e che la battaglia non è ancora finita.

Quindi sicuramente un telefilm che va visto tenendo ben presente che è una finestra sul mondo reale. Ha tutto il diritto di prendersi il merito di aver tirato fuori dall’armadio dove vengono racchiusi tanti, troppi tabù, diversi scheletri, di aver parlato a generazioni, strati sociali e culture diverse (il telefilm è stato trasmesso in decine di paesi tra cui Gran Bretagna, Olanda, Francia, Danimarca, Spagna, Israele, Cina, Brasile, Giappone e Sud Africa), senza andare troppo per il sottile. Ma è e resta quello per cui è nato, ovvero un prodotto televisivo. Se ci avviciniamo a lui, ricordandoci questo assunto, non potrà che entusiasmarci ed esaltarci; se invece il nostro occhio critico pretenderà di vedere un “documentario sul mondo lesbico”, bhè rimarrà molto deluso, perché non è quello che L word vuole essere.

PS Permettetemi di abbassare ancora di più il livello di questa recensione postando quella che a mio avviso è una delle scene più sensuali della televisione, uno streap tease di un minuto e mezzo, di Carmen per Shane.