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Torniamo nel meraviglioso mondo degli anni ’80, dove bastava un bel “manzo” come ero e una bella macchina per fare successo e allungare per otto stagioni una serie che già alla terza aveva finito di dire tutto quello che c’era da dire: Magnum P.I. Quali sono gli ingredienti che gli hanno consentito un successo così prolungato? Non fraintendetemi, da piccola lo guardavo. Non era tra i miei telefilm preferiti, ma appena sentivo la sigla iniziale era un richiamo troppo forte e mi dovevo fermare a guardare.

Abbiamo il nostro bel fusto, Thomas Sullivan Magnum, al secolo Tom Selleck,  veterano del Vietnam che ha lavorato con i servizi segreti della marina. Congedandosi divene un investigatore privato (da cui deriva il P.I. del titolo, private investigation). Quello che accade nelle puntate ci fa pensare che sia la cosa migliore potesse fare. Difatti il nostro Magnum non si congeda e finisce in uno squallido appartamento in un quartiere malfamato senza un soldo; no lui capita, anzi viene invitato, in una dependance di una villa alle Hawaii, proprietà di un suo amico e scrittore di gialli che oltre all’alloggio, gli passa il rimborso spese e l’utilizzo illimitato di una Ferrari, in cambio del servizio si sorveglianza delle sue proprietà…ALLA FACCIA DELLA GUARDI GIURATA! Qui risiede e dirige la baracca il coprotagonista di Thomas, il maggiordomo inglese tuttofare Higgins, anch’egli un ex militare. Tra i due si insatura una specie di teatrinodi amore e odio: il maggiordomo tanto dedito all’ordine e all’etichetta contro il rude e libertino detective.

A rigor del vero potremmo tranquillamente affermare che la nostra attenzione, spesso, veniva attirata per la Ferrari 308 GTS, oggetto dei frequenti litigi tra Magnum e Higgins. Era lei che attendevamo di vedere in azione e sognavamo di poter anche noi, un giorno, girare per le hawaii a bordo di una “Testa rossa”. La verità è che noi povero spettatori che seguivamo, più o meno costantemente la serie, invidiavamo tutta la vita del protagonista: vive a scrocco in una mega villa lussuosa in riva al mare a Oahu, ha un frigo sempre pieno di birra fresca, accetta solo i casi che gli interessano, guida una Ferrari quando vuole ma che non è sua (quindi non paga una lira di tassa, bollo, assicurazione etc etc.), le sue clienti sono solitamente bellissime e ricchissime e tutte le spese per il suo lavoro gliele paga il sig. Masters (il padrone di casa). Ora ditemi perché uno per otto stagioni dovrebbe seguire un paraculato del genere? Oltre ad essere bello, simpatico e quasi ricco è anche coraggioso e tutto sommato anche abbastanza intelligente e scaltro, pieno di amici pronti a sorvolare sulle sue scarse capacità investigative e a farsi in quattro per toglierlo dai guai in cui si deve cacciare per contratto televisivo.

La risposta migliore che mi sono data è che uno dei punti di forza della serie, oltre al simpatico rapporto tra protagonista e coprotagonista, oltre la Ferrari era l’utilizzo del “Camera lock” ovvero il guardare direttamente in camera usando delle espressioni facciali per coinvolgere gli spettatori e divertirli. E poi c’era una domanda che ci ha sempre assillato: il signor Master esiste veramente? Viene sempre inquadrato di spalle e una volta Higgins (per scherzo) insinua di essere lui. Nella versione americana la voce era di Orson Wells e originariamente nell’ultimo episodio doveva mostrarsi e svelare il suo volto, ma nel 1985 Wells morì e il mistero del signor Masters rimase irrisolto.

Quindi abbiamo il classico telefilm d’azione che tanto andavano negli anni ’80, con l’aggiunta di un pizzico di autoironia e irriverenza che rese il tutto più interessante della solita trama trita e ritrita dell’eroe che va a caccia di cattivi. Il clima e i dialoghi sembrano creati proprio con l’intento di non prendersi troppo sul serio. La voce narrante è lo stesso Magnum che ci informa delle sue riflessioni, su ciò che accade, scherza e si prende spesso in giro da solo; usa un tono ironico che chiede quasi allo spettatore di interagi con ciò che accade, lo coinvolge, come se questo potesse aiutare il protagonista nella soluzione del caso per cui si sta investigando.

A mio parere questa è la chiave del successo che ha reso mitico Magnum P.I. Certo una Ferrari, tante belle donne, una location da sogno hanno sicuramente aiutato e sarei stupida a sostenere il contrario, ma se fosse solo questo, 8 stagioni sarebbero difficili da giustificare. Quindi applauso per gli sceneggiatori che hanno saputo caratterizzare un plot così comune e dargli una sua personalità specifica che rende ogni episodio interessante e piacevole.

 

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