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Girando per un bel po’ di blog, ho notato una bella lista di “film-aspettativa” per il 2012. Come sempre sulla carta e sui trailer sembrano tutti una figata pazzesca. Nei prossimi due mesi so che mi attenderà una full immertion per vedere tutti quelli candidati agli oscar che spesso danno molte garanzie e raramente si sono rivelati come delle bufale pazzesche. Certo magari un pochino sotto le aspettative sì, ma mai totalmente orrendi. In questa prospettiva volevo analizzare un po’ i telefilm da me attesi nel 2012, o meglio le nuove stagioni.

5. Fringe, la cui quarta stagione è ricominciata ad ottobre, ma tra “festa del ringraziamento” e natale si sono presi due mesi di stop tra la settima e l’ottava puntata. Ringraziamo J.J. Habrams per questo mega effetto suspance, ma un avvertimento: se ci tiri fuori una cagata colossale, ci sta che ti veniamo a cercare per tutto il globo terrestre con cattive intenzioni.

4. The Big Bang theory, anche loro per proseguire la quinta stagione si sono presi una bella pausa, ma la differenza con Fringe è sostanziale: primo, in quanto sit com non ha un filone narrativo da seguire con impazienza; secondo non è girato da Habrams quindi non abbiamo paura che la prossima puntata tireranno fuori qualche escamotage narrativo per farci impippare il cervello per mesi; terzo si sono degnati di mandare in onda una puntata prima della pausa natalizia. Quindi attendiamo anche qui i primi mesi del nuovo anno per sapere come si evolveranno i vari rapporti tra i nostri protagonisti, in particolare quello tra Sheldon e Amy.

3. Game of Throne, in realtà questo più che un’aspettativa in generale è un impegno  che ho preso con me stessa. Le mie mentori in fatto di telefilm e libri è da diverso tempo che scambiano sottobanco i libri da cui deriva la serie televisiva, molto molto tempo prima che iniziassero a stendere la sceneggiatura. Un po’ per il poco tempo, un po’ perché sono diventata veramente lenta a leggere, non ho mai iniziato, però la serie TV mi attira (sarà merito di Sean Bean, al secolo Sergio Fagioli alias Boromir?) così come anche i libri in realtà. Magari se iniziassi con le prime puntate, poi mi appassiono ed ecco lì che diventa il mio prossimo tormentone.

2. American horror story, lo so lo so è appena terminata la prima stagione ma il 2012 è fatto di 12 mesi e se non finisce il mondo prima del 21 dicembre (non sia mai che abbiano fatto male i calcoli i Maya) dovrebbe andare in onda la prossima stagione che mi incuriosisce non poco. Sarà interessante vedere come si evolveranno i vari intrecci, se la “vecchia” famiglia diventerà un contorno alla “nuova” o se invece resterà protagonista assoluta con un bel contorno di altri personaggi. Speriamo di scoprirlo presto.

1. True blood, al primo posto non poteva mancare la storia di vampiri più originale degli ultimi anni. Ci hanno lasciato all’ultima scena in un mare di lacrime amare, ora vogliamo proprio sapere che cosa ne sarà dei nostri amati personaggi e di tutta la mitologia a seguire. Al momento non si sa ancora nulla per certo su quando ricomincerà, ma sono solo rumors non confermati. Personalmente credo che prima dell’estate non se ne farà nulla, ma attendiamo fiduciosi.

Per questo 2012 vorrei mettermi d’impegno e provare a vedere Misfits che mi è stato più volte consigliato da Pippy (sì la stessa di GoT e amica anche della mia mentore Lucia). Per omaggiare le sopracitate amichette, dovrei degnarle della visione, almeno della prima puntata, di Supernatural, se non altro per il fatto di aver partecipato al Gishwhes (la caccia al tesoro più grande del mondo organizzata da uno dei protagonisti del telefilm, Misha Collins).
In ultimo, ma non per questo meno importante, c’è Dexter che è finito a dicembre del 2011, ma io ancora devo spararmi la sesta stagione, cosa che accadrà molto presto. Non l’ho messa in top5 per il semplice fatto che non sono sicurissima che la settima arrivi per quest’anno (anche se spero di sì).

Chi ho dimenticato? Avete da suggerire qualche altro titolo per questo nuovo anno???

L’ho appena finito di vedere. Pensare di scrivere una recensione adesso sarebbe impossibile. So solo che la scena finale mi ha “devastata” dentro, in senso “buono”. PEr quanto possa avere un lato buono la parola devastata. Ma Lucia non esagerava dicendo che forse è uno dei più bei telefilm realizzati. Esteticamente perfetto. Una storia che inizia con la prima puntata della prima serie e finisce nell’ultima puntata dell’ultima serie, con armonia, con pazienza, con i suoi ritmi. Senza forzature. Senza sbafi. Domani forse dirò qualcosa di più. Al momento riesco a postare solo il video della scena finale. La canzone è struggente e perfetta. Non vedetelo se non volete spoiler.

Visto che abbiamo inaugurato la categoria “Still on air” e su gentile insistenza di una delle mie mentori per quanto riguarda i telefilm, parleremo di True Blood. Anzitutto direi che obbligatorio ringraziare il buon fato o semplicemente il buon senso per aver fatto produrre questa serie televisiva alla HBO: lo stesso prodotto riempito di tagli, censure e linguaggi riservati a minori di 16 anni si sarebbe trasformato in una cagata pazzesca.

La storia è basata su un ciclo di romanzi e parla di vampiri, come è giusto che sia vista la moda dilagante degli ultimi anni. Il bello di True blood è che non parla di adolescenti con turbe psichiche, o di vampiri centenari con l’aspetto di eterni 17enni. Non c’è neppure l’immagine classica del vampiro gotico. In realtà gli sceneggiatori si sono divertiti un mondo a riprendere tante idee da Twilight e dai classici della letteratura vampiresca e denigrarli, citarli senza prendersi troppo sul serio. Già dalla sigla iniziale si presenta come il “cattivo ragazzo” della televisione che vuole “fare cose cattive”.

Le immagini sono state girate veramente in Lousiana (dove si trova anche la fittizzia Bon Temps, l’ambientazione del telefilm) e disegnano alla perfezione il contesto della storia: un luogo dove anche il più figlio di puttana si dimostra un timorato di Dio che dorme con il fucile caricato sotto al cuscino, il tutto senza troppi problemi e senza qualche tentennamento etico, ma solo per far capire che là così si fa e basta! Ciò che cerca di comunicare è proprio l’estremismo contrastante tra integralismi religiosi, sfocianti spesso in superstizione, e l’enorme energia sessuale che arriva molte volte fino alla depravazione durante il corso della storia.

Il clima è di intolleranza verso tutto ciò che è diverso, in circostanze in cui si vede che le persone nere sono appena appena state accettate dopo anni di violenze razziali.

A rendere la vita dura ai “bravi” cittadini di Bon Temps ci si mette l’arrivo di Bill Compton, un vampiro che cerca di viversi in tranquillità e nella sua terra natale l’uscita allo scoperto delle creature delle tenebre. Al Merlotte’s (il grillhouse del paese) incontra con Sookie Stackhouse (sì la protagonista in pratica si chiama “Succhia Lacasadellabistecca” e ci mancava solo “al sangue”…), una ragazza del posto con la capacità di leggere la mente di tutti, eccetto che dei vampiri. Avendo sempre vissuto questa sua capacità come un handicap (e andatele a dire di no), trova conforto di poter finalmente parlare con qualcuno senza sentirsi la testa affollata dai pensieri di chi gli sta davanti. Questo incontro è il fulcro per quello che sarà il filone principale della storia, da cui partiranno tante altre piccole sottotrame con protagonisti i cittadini e i vampiri della Louisiana. Conosceremo Eric, lo sceriffo della zona, e la sua progenie Pam. Jason, il fratello di Sookie il classico tipo belloccio, stupido che pensa solo a scopare, Tara, la sua migliore amica della protagonista tanto dura quanto fragile e l’eccentrico cugino gay Lafayette.

Piccola curiosità: la maggior parte dei protagonisti principali non è americana, ma recitano tutti quanti con un ottimo e spiccato accendo degli stati del sud.

Eric, Sookie, Bill

L’idea innovativa sta nel parlare di vampiri che prendono la decisione di non vivere più nell’ombra grazie alla creazione giapponese del sangue sintetico, chiamato per l’appunto True blood, che permette loro di nutrirsi senza uccidere nessuno. La convivenza tra le due razze, come si potrà intuire, non è facile: tra la paura per questi esseri infinitamente più forti, le leggende che circolano sul loro conto (e a tal proposito scopriamo che la maggior parte delle credenze sui vampiri sono state messe in giro proprio da loro) e alcuni personaggi che non sono proprio felici di questo “outing”. Scopriamo che il popolo dei vampiri ha un’organizzazione: ministri, portavoce, re, regine, sceriffi e quella che viene chiamata genericamente “l’Autorità” che dovrebbe rappresentare l’organo supremo.

Anche la cosiddetta “mitologia” di True blood è abbastanza originale su certi fronti visto che sforna lupi e pantere mannare, mutaforma, fatine di luce e streghe tutti nella stessa serie televisiva. I mutaforma sono esseri umani che possono trasformarsi in qualsiasi animale a cui si sentono affini e da cui prendono ispirazione per scegliere le proprie sembianze; differiscono dal lupo mannaro che invece si trasforma solo in lupo e si sente superiore al semplice mutaforma, si raggruppano in branchi (guidati da un lupo Alfa) e hanno una forza fisica superiore. Le pantere mannare invece crescono isolate e sono in via di estinzione (sono considerate una razza pura perché nascono solo se entrambi i genitori sono a loro volta pantere mannare) e per questo motivo cercano di riprodursi anche tra consanguinei. Non brillano in intelligenza, tanto che si può dire che conservano il loro istinto animale anche quando assumono le sembianze umane.

La lotta per l’uguaglianza dei diritti dei vampiri ricorda moltissimo le numerose lotte contro la discriminazione di tutte le minoranze, anche se sono un gran numero i richiami ai motti della comunità LGTB: “God Hates Fangs” (Dio odia le zanne) è molto simile a “God Hates Fags” (Dio odia i froci) realmente comparso in alcuni stati dell’America del sud, oppure Coming Out of the Coffin” (Uscite fuori dalle bare) ricorda “Coming Out of the Closet” (Uscire allo scoperto).

Tanto ha fatto discutere la violenza, lo splatter, le numerose scene di nudo e la perversione non troppo velata di molte scene. È per questo che all’inizio di questo articolo elogiavo la scelta di trasmettere sull’HBO (che dopo il successo di Six Feet Under non si è fatta sfuggire l’occasione di produrre un’altra sceneggiatura di Alan Ball) perché è una rete che pensa al prodotto, soprattutto se promette essere un buon prodotto, piuttosto che all’ipocrita perbenismo dedito alla censura che vieta pistole puntate alle tempie, parolacce, scene di nudo dove non solo non sono gratuite ma anche completamente giustificate come mezzo narrativo. Non mi è capitato, ma so di serie televisive d’azione in cui i protagonisti non possono dire parolacce più gravi “CAVOLO!”…bhè devo dire molto reale come cosa! In True blood questo problema non si pone neanche: qui vampiri ed esseri umani non fanno sesso ma scopano proprio di brutto. Un pestaggio è reale, il sangue schizza, le ossa si rompono e i lividi ci sono. Il vampiro non si fa troppe remore a uccidere una persona, anzi trova strano quando gli viene impedito di farlo, visto che hanno passato secoli a considerare gli esseri umani come semplice cibo.

Questa è a mio avviso la miglior scena di violenza di tutta la serie

Se proprio vogliamo andare a caparci il pelo (che poi se ci pensiamo bene proprio pelo non è, ma forse anche qualcosina di più), il problema di True blood è che non ha un’armonia narrativa tra le varie stagioni. L’impressione è che avvenimenti e personaggi non seguano un evoluzione lineare ma più che altro a “cazzo de’ cane”, il che stona parecchio con i cambiamenti dei personaggi in Six Feet Under (ricordate che il creatore è lo stesso) che seguono un loro coerente sviluppo. Non è una pecca da poco, ma vi assicuro che il telefilm e i personaggi sono talmente fatti bene (a parte nei primi episodi della quarta stagione) che amerete questo telefilm così come se ne sono innamorati tutti quelli a cui l’ho consigliato.

Dopo tanto averci girato intorno oggi parliamo di Dawson’s creek. Personalmente è il primo telefilm della mia adolescenza. Come già accennato in precedenza è stata una di quelle serie che ci si fermava dal fare i compiti per vederla (sì io ero una di quelle che si metteva a fare i compiti subito dopo pranzo: prima iniziavo, prima finivo, prima facevo quello che mi pareva), oppure si andava a casa della propria migliore amica la sera per vederla insieme, parlarne il giorno dopo a scuola e così via. A differenza di Beverly Hills per cui eravamo troppo piccoli per capire in pieno di che si parlava, con Dawson’s creek eravamo adolescenti come loro (o meglio come i personaggi visto che gli attori ci mancava poco fossero padri e madri di famiglia) e quindi ci sentivamo molto più coinvolti da ciò che accadeva durante ogni episodio. Ritengo sia stato questo il fattore che ci ha completamente azzerato la capacità di renderci veramente conto di quanto Katie Holmes fosse una cagna a recitare (probabilmente per il suo copione usavano i tasti rapidi per le uniche due espressioni che sapeva fare: corrucciata e arrabbiata), cosa di cui ci siamo accorti più in là con gli anni e per cui ringraziamo Tom Cruise di appartenere a Scientology così da non farla più recitare; non ci rendevamo conto neppure di quanto poco improbabili fossero dialoghi e situazioni, ma era un telefilm americano, parlava di adolescenti e ce lo facevamo bastare, perché in qualche modo (non si sa come) ci faceva battere il cuore.

Ecco i nostri sei protagonisti

Certo da un’analisi superficiale potremmo dire che di originale cìè bene poco: il protagonista del gruppo, Dawson (che in realtà è la trasposizione dell’ideatore della serie) è un ragazzo romantico e con il pallino per i film, vuole fare il regista ed è un giovane pieno di buoni sentimenti, con i genitori migliori che l’America possa offrire; ovviamente il suo migliore amico, Pacey, è la sua nemesi: cuore buono, ma svogliato, stupidotto e con una famiglia di bastardi senza ritegno. Intreccia una relazione scandalo con una sua professoressa cosa che, lo metterà sempre a disagio e imbarazzo. Poi c’è lei, Joey, la ragazza della porta accanto: bella, dolce, intelligente. Quella che non ti spieghi come è possibile sia sempre single. Quella che una volta conosciuta capisci perché è sempre single. A parte la famiglia sfigata (madre morta e padre in galera), riesce a interpretare molto bene il ruolo della verginella puritana che “zampetta le palle” a tutti quelli che invece di passare l’adolescenza da frustrati lavoratori vogliono anche pensare a divertirsi. Come Pacey è complementare a Dawson, così Jen lo è con Joey. Arriva dalla grande città nella piccola Capeside; Jen ha i genitori che non gliene frega nulla della figlia, ma una volta sorpresa a fare un festino tutto sesso, droga e rock and roll la spediscono dalla nonna in mezzo alla campagna per farla redimere. Ci vogliono un paio di stagioni ma Jen poi diventa una persona “morigerata” con qualche problema però a trovare un ragazzo decente e ad abituarsi al candore spiazzante di Joey.

Dalla seconda stagione abbiamo anche Andy e Jack, due fratelli che diventeranno protagonisti a pieno della storia. La prima è il classico genio secchione, con diversi problemi tra cui la pazzia e quel pizzico di isterismo e sociopatia che rendono il personaggio perfetto per fare coppia con il povero Pacey; Jack invece è l’insicuro bravo ragazzo che si prende cura della madre e della sorella pazza che, con due così in famiglia così, a chi vuoi che interessa se sono gay? Ovviamente al padre che compare solo per dirgli “mi fai schifo vattene da qui”, come se il figlio finocchio fosse il più importante dei suoi problemi.

Questi sono i sei protagonisti attorno a cui gireranno tanti personaggi, più o meno importanti e anche se abbiamo già detto che i dialoghi erano spesso improbabili, va dato il merito di aver affrontato delle tematiche definite “scomode” per il genere a cui appartiene questo telefilm. Jack rappresenta una di esse. È uno dei pochi casi in cui uno dei protagonisti è dichiaratamente gay. Timido e insicuro, riesce a non diventare una macchietta di sé stesso, a non essere uno stereotipo ambulante nella storia. Con lui si affrontano i temi come l’omofobia, l’accettazione di sé, l’insicurezza e i pregiudizi sociali, che sono cose che alla fine non ti aspetti di vedere in una serie come Dawson’s creek.

ATTENZIONE SPOILER:

Voglio dire, alla fine della sesta stagione Jack si mette con il fratello di Pacey che dopo tanto attendere fa finalmente coming out e insieme adotteranno il figlio di Jen che morirà di parto: insomma se pensate che l’ultima messa in onda è stata nel 2003, parlava di cose che non erano proprio all’ordine del giorno, soprattutto per un teen drama. Ah in più Doug è un poliziotto e lo sceriffo di Capeside è il padre.

Ma non è solo l’omosessualità a farla da padrone, si parla di depressione, di anoressia, di droghe, di genitori che spacciano, di torbide relazioni tra studenti e professori e della gente povera che in America per andare al collage deve farsi il culo in quattro. Il tutto condito dalle storie d’amore, d’amicizia, di tradimenti e depressioni ormonali: tutto questo rende Dawson’s creek interessante.

Qualcuno potrebbe pensare che sia una copia di Beverly Hills, ma non è così. DsC condivide con i suoi colleghi ricconi solo il genere, perché riesce ad immedesimarsi negli anni in cui vive. Ricordate che proprio a riguardo del remake 90210 dicevamo che uno dei problemi è che cerca di essere esattamente come l’originale scordandosi che sono passati 20 anni? Ecco DsC invece si adatta agli adolescenti di fine XX secolo: dialoghi, problematiche e tematiche possono essere simili (parliamo sempre di adolescenti che vanno al liceo e si innamorano), ma non uguali. Il contesto anzitutto è diverso: Beverly Hills è uno dei quartieri più ricchi del mondo e si trova a Los Angeles, una delle più grandi città americane; mentre Capeside è una città ideale nel Massachusetts dove le persone hanno una casetta con il prato, la barchetta per attraversa il fiume e respirare aria pulita.

Perché poi alla fine della fiera anche il più cinico dei telespettatori, sotto sotto, quello che spera quando vede i telefilm è che le cose vadano per il meglio. Perché non sempre quello che vogliamo è la trasposizione perfetta della vita reale, ci basta la nostra per quello. Se ci appassioniamo a un telefilm, spesso è per sapere che, in un modo o nell’altro, le cose si aggiustano, il lieto fine in qualche modo può esserci. Alla fine della storia Joey non sceglie Dawson, ma Pacey; il padre di Dawson resta morto, nessuno si inventa che in realtà l’incidente stradale era una farsa; Jen rimane incinta di qualcuno che rimane ignoto e muore per dare alla luce la propria bimba. Quindi happy ending sì, ma con più di qualche episodio amaro sullo sfondo.

PS Una menzione speciale va fatta per la colonna sonora di tutto il telefilm. A mio avviso una delle più belle degli ultimi 10 anni.

Poco tempo fa ho deciso di avventurarmi nell’universo Tumblr. Me ne parlavano parecchie amiche come luogo di ritrovo nerd e non solo. In effetti si trova un po’ di tutto, foto e gif in particolare, ma non è un luogo solo per fanatici. Trovano spazio anche artisti principianti, foto, citazioni, video e quant’altro. La cosa più bella è la discrezione con cui agisce: su Tumblr non si può commentare. Le sole azioni consentite sono “aggiungi a preferiti”, “reblogga” e “segui”. C’è anche la possibilità di poter fare delle domande private ai proprietari dei blog che poi uno può decidere di rendere pubblico o tenere privato. Cosa centra tutta questa pippa su una nota piattaforma con i telefilm? Molto in realtà. Perché uno degli strumenti per trovare post che potrebbero interessarci è la navigazione tramite “tag”, spesso fonte veramente di belle sorprese. Così, da inguaribile romantica quale sono, mi sono messa ad inserire un po’ di titoli di vecchi telefilm o di altri più recenti ma terminati ormai da diversi anni e, con mio stupore, ho notato come le persone si affezionano tanto alle serie televisive e continuano ad amarle anche dopo che sono finite. Citano i dialoghi, dedicano loro GIF, continuano a seguire l’attore che interpretava il loro personaggio preferito, sognano un sequiel, ricordano le serate passate attaccati al televisore per sapere come andava a finire la storia.

Questa estate avevo deciso di mettermi a paro con le stagioni di Dexter (mi ero arenata alla terza puntata della seconda stagione) e così, aiutata anche dal caldo soffocante dello scorso luglio mi sono “chiusa” per diversi pomeriggi in casa, ventilatore addosso e sdraia. Nel frattempo una mia amica in chat mi chiedeva cosa trovassi di così appassionante nelle serie televisive. Apriti cielo! Ho passato circa 10 minuti a scrivere un monologo sui diversi motivi e ora, volenti o nolenti, tocca anche a voi.

Anzitutto essendo una serie si ha molto più tempo per sviluppare una storia, personaggi, situazioni e ambientazioni, di conseguenza si da’ molto più tempo ai telespettatori per capire, per affezionarsi e immedesimarsi. Senza nulla voler togliere all’empatia che riesce a stabilire un film, ma ciò accade in un tempo davvero molto limitato (possiamo arrivare al max a 4 ore nei casi di Via col vento, ma mediamente i film durano circa 100 minuti), soprattutto se paragonato agli anni che può arrivare a durare un telefilm (pensate a X-Files o Friends andati in onda per 10 anni). Come si fa a non legarli a quel periodo della propria vita? Come fanno i personaggi di cui avete seguito le avventure, gli sviluppi, avete condiviso gioie e dolori a non rimanervi dentro? Sembra stupido detto così, ma anche i prodotti per la televisione, se ben confezionati, sono una forma d’arte e l’arte è questo che fa: crea empatia tra chi guarda e il “guardato”. Ecco perché dopo tanto tempo che queste storie finiscono, se le incrociamo durante lo zapping sorridiamo e ci fermiamo a guardarle: perché rievocano in noi cose belle. Se penso a Dawson’s creek, ad esempio, so che non è sicuramente un telefilm di quelli ben girati, ben recitati e tutti i “ben” che possono seguire, ma è legato per sempre alla mia adolescenza, a quando la sera restavo a cena a casa della mia migliore amica per vederlo insieme (e si “er sor Dawson” conquistò addirittura la prima serata), oppure le telefonate per scambiarsi le opinioni e gli intervalli a scuola riempiti di Peacy, Jan e Joy. Parlavano di noi, in un modo che ci faceva sognare l’amore romantico e ci diceva (spesso anche illudendoci) che in qualche modo le cose si aggiustano sempre. Dawson’s creek in qualche modo ci faceva sognare e battere il cuore, ecco perché lo guardavamo.

Chiunque abbia seguito con costanza un telefilm e lo abbia amato, ha capito perfettamente di cosa sto parlando. Ecco perché se su Tumblr scrivete “Buffy” o “L word” o “X-files” escono centinaia di risultati di post di pochi giorni fa, come se il tempo non fosse mai passato per quel piccolo spicchio di vita vissuta davanti uno schermo a vedere storie diverse. È questa per me la magia delle serie televisive, anche se ora c’è Internet ed è una grande cosa per me che dimentico in continuazione i giorni e gli orari in cui vanno in onda gli episodi, non c’è pubblicità e ho la possibilità e modalità di vederlo dove e come mi pare; ma il rito settimanale si è un po’ perso proprio per questo motivo: attendiamo che le serie finiscano e ce le spariamo tutte di seguito. Mi rendo conto ora, grazie a Fringe, Dexter e BBT che attendere il giorno della messa in onda per sapere “come andrà a finire” ha quel pizzico di magia in più.

Dopo tanto parlare dei pilastri della televisione anni ’80, siamo giunti a quello che è un telefilm che ha segnato i 90’s (tutti visto che è andato in onda dal 1990 al 2000): Beverly hills 90210. Ovviamente non sto parlando di quella pallida imitazione che da un paio di anni a questa parte sta tediando i nostri schermi, sto parlando dell’originale, quello simbolo della moda unica e orrenda che ha contraddistinto l’ultimo decennio del XX secolo. In qualche modo, Beverly hills ha segnato il modo di pensare a un telefilm per i ragazzi. Non so se questo dipenda più dal fatto che è stato per me la prima serie tv seguita con interesse e che in qualche modo poteva definirsi “da grande”, oppure fosse realmente così. So però che di sicuro ha lasciato un segno evidente in quegli anni lì.

Credo che sia stata la prima serie televisiva ad affrontare temi qual AIDS, omosessualità, sessualità eccetera nei gruppi di ragazzi. A pieno titolo viene indicato anche come il fondatore del “teen drama”.


Quanto era brutta la prima sigla???


Quanto, invece, si sentivano più fichi nella seconda?

È così legato al periodo a cui è andato in onda che uno dei motivi per cui il prequel/remake/sequiel (nessuno ancora ha capito cos’è) che stanno trasmettendo ora, non ha successo proprio perché decontestualizzato da quello che era l’originale Beverly Hills.

Il plot era quello adolescenziale di un gruppo di ragazzi di circa 16 anni che andava a scuola, scopriva la vita, si innamorava, combatteva con i problemi di tutti i giorni. Ovviamente il tutto girato e ambientato in una ricchissima e viziatissima Beverly Hills. Diciamo che ci siamo spesso chiesti perché i Walsh vivessero in uno dei quartieri più ricchi del mondo e poi non potevano permettersi di mandare entrambi i figli all’università: andare a vivere in un posto più umano e mettere da parte i soldi per dargli un’istruzione decente, no? Comunque, al di là di queste domande che non si dovrebbe porre mai nessuno quando si guarda un telefilm, se vediamo con un occhi più critici e concreti la storia, vediamo che ce n’erano parecchi di interrogativi. Il primo su tutti era: chi vestiva Steve? Vi ricordate le orrende camice che sfoggiava ad ogni episodio? Sì erano inguardabili e inconcepibili anche negli anni ’90 e ci siamo chiesti spesso se agli sceneggiatori il suo personaggio non fosse stato imposto in qualche modo, visto che già aveva una vita abbastanza sfigata e a tratti irrilevante, nessuno credeva potesse anche essere condannato a vestirsi in modo così insopportabile. Non poteva bastare l’averlo dipinto come il bullo meno fico e più inutile della storia, no hanno pensato, visto che era belloccio, pieno di muscoli e biondo, di renderlo in più di un’occasione, ridicolo.

Chi poi non si è chiesto se Tori Spelling “recitasse” (da sottolineare il virgolettato) solo perché aveva lo stesso cognome del produttore delle serie? In più, ok che abbiamo già più volte sottolineato come in quegli anni la moda fosse un pochino atroce, ma c’era bisogno di sottolinearlo così tanto facendo delle orrende acconciature ad Andrea? Che a dispetto di quello che si possa pensare era una donna e, forse, di tutta la serie era anche la più sfigata: la secchiona che sa sempre cosa è giusto, la vergine di ferro, quella severa e inamovibile, quella truccata, vestita e acconciata nel peggiore dei modi; la meno fica e la meno corteggiata (sì Donna, al secolo Tori Spelling, aveva più corteggiatori di Andrea) e più povera pure dei Walsh. La poveraccia che sbava per anni dietro a Brendon che però la vede solo come un’amica anche se però la stima tanto. Quando finalmente si decide a non pensare più al belloccione con la folta chioma, incontra uno gliela dà e resta incinta: “one shoot, one kill”. Per la serie meglio essere stupidi e fare la vita da superfichi, che intelligenti e sfigati fino all’ultimo episodio della quinta stagione (infatti nelle ultime quattro stagione la Carteris non è presente).

Durante lo svolgimento della storia, il nostro gruppo di amici si troverà ad affrontare tutti i problemi adolescenziali più comuni e meno: genitori che si separano, i primi amori, il sesso, AIDS, la scuola, la droga, l’anoressia, i sogni, i lavoretti per arrotondare (questo era un problema solo della famiglia Walsh visto che tutti gli altri, vivendo a Beverly Hills, potevano tranquillamente scialacquare il patrimonio di famiglia), contendersi il bello e dannato della scuola:

Una delle pietre miliari era Dylan, al secolo, Luke Perry, uno tra gli attori meno indicati per recitare in un cast di 15-16enni visto che a 20 anni ne dimostrava almeno 15 di più. Era veramente surreale. Nonostante la Fox non ci avrebbe scommesso uno scellino, il Sig. Spelling decise di pagare l’attore di tasca sua, tanto credeva nel suo personaggio e così, da iniziale ragazzotto ai margini della storia ne diventa uno dei fulcri assieme a Brandon e, del resto, come avrebbe potuto non essere che così? Cresce e vive da solo, bello e dannato, jeans e giacca di pelle, già stempiato, con una macchina che neanche Marlon Brando all’apice della carriera (a momenti) ce lo vedevi andare in giro. Ok doveva essere il ragazzo per cui le due protagoniste femminili avrebbero litigato per 5 stagioni, ma c’è modo e modo di costruire la vita di un 16enne e renderla un “tantinino” più reale. Ma del resto a chi vedeva Beverly Hills 90210, della realtà o verosimiglianza se ne sbattevano altamente. Resta che la relazione che legava Dylan con Brenda (sì la sorella di Brendon si chiamava BRENDA…che sforzo di immaginazione gli sceneggiatori, eh?) e poi Dylan con Kelly ci ha tenuti in scacco per diverso tempo. Poi a sciogliere questo triangolo amoroso è intervenuta la stessa attrice che interpretava Brenda, tenendo un comportamento che ha fatto dire ai produttori un semplice e carino “fuori dalle balle” e così Shannen Doherty ha preso baracca e burattini ed è andata a glitterare nel cast di “streghe” qualche anno più tardi (dove è stata cacciata anche da lì).

Fin qui potrete notare come, in un certo senso, Beverly Hills ricalchi le orme del mitico “Happy days”: Dylan ci ricorda un po’ Fonzie (anche se quest’ultimo era molto più divertente e spensierato del nostro amico dalla fronte talmente ampia da poterci giocare a golf) e come lui diventerà socio del Peach Pit, gestito da un’italo americano (Nat in Beverly Hills, Arnold su Happy days); Brandon lavora al giornale della scuola come Richard Cunningham, e i suoi genitori fanno parte integrante della serie televisiva, così come la sorella è una delle protagoniste; altrettanto Steve e David sembrano ricalcare le orme di Ralph e Potsie, sia con la nomea di “buffoni” del gruppo, che con le scelte che faranno crescendo.

Poi abbiamo il personaggio dei personaggi, una specie di “capo dei capi” della serie, Brandon. È il classico ‘bello e bravo’. Lui è bravo a scuola, sa sempre cosa è giusto, difende gli sfigati, lavora per dare una mano a casa, scrive nel giornale della scuola e non prende mai per il culo le ragazze (bhè quasi mai). Il suo degno erede difatti sarà Dawson. Ovviamente “da grande” viene preso nientemeno che dal Washington Post in persona!

Come non spende infine due parole anche per Donna e David? Si di loro non si può che parlarne in coppia. Se fossero due animali sarebbero due pappagallini “inseparabili”. Fanno coppia fissa dal primo liceo in poi. Anche se eravamo tuttosommato piccoli, David da noi ha ricevuto tutta la nostra ammirazione per essere riuscito non cornificare Donna, che aspettava il matrimonio per mollargliela. E bhè, lei è (anacronisticamente) una vergine di ferro, succube dei duri insegnamenti di una madre severa che, nonostante abbia come migliora amica Kelly (tutta sesso, droga e anoressia), rimane fedele ai suoi principi e fa venire i calli a David per 10 anni. Per questo l’ultima puntata di tutta la serie si chiude con il loro matrimonio e l’idea, lasciata all’immaginazione, che finalmente i due potessero consumare il loro amore in modo un pochino più carnale.

Inoltre possiamo ricordare i numerosi cameo e partecipazioni che i 10 anni di questo telefilm ha vissuto, tra i nomi più famosi spiccano Hilary Swank, Emma Caulfield (che ritroveremo dalla quarta stagione in Buffy), Casper Van Dien e Jason Wiles. Inoltre in diversi episodi i protagonisti si sono voluti spesso cimentare come registi di singoli episodi. Questo a testimonianza di quanto, da un certo punto di vista, Beverly Hills cercasse di essere innovativa. Non è solo una serie TV che ha creato il genere del “teen drama”, ma è stata anche la più longeva del suo genere (con 296 episodi all’attivo). Ha vinto diversi premi in mezzo mondo e ha segnato la strada a quelli che saranno Dawson’s creek e, in gran parte anche Buffy. A proposito dell’ammazzavampiri, ho una piccola curiosità: il liceo dove vanno i nostri protagonisti del quartiere più ricco di Los Angeles è lo stesso che fa da sfondo alle avventure della Cacciatrice (anche le scene di quando vanno al college sono girate nella stessa scuola). In realtà, se qualcuno si trovasse a visitare L.A., il nome reale è Torrance High School situata al 2.220 W.Carson St.

Arrivati alla fine, non posso menzionare chi ha dato tanto per alimentare il successo di questa serie televisiva: i Prophilax! A i pochi che non sono di Roma, molto probabilmente questo gruppo è sconosciuto. Non sono proprio degli artisti sublimi. Sono famosi per essere demenziali e per essere stati scomunicati, ma anche e soprattutto per aver ridoppiato in maniera sublime proprio Beverly Hills. Qui di seguito vi lascio questa perla, avvisandovi che se siete troppo sensibili non è il caso di vederlo, visto che è pieno di bestemmie, parolacce, battute scadenti e oscene; ma è anche doppiato in maniera artisticamente perfetta, con un adattamento dei dialoghi che rasenta la genialità e per tutte le risate che mi hanno fatto fare, personalmente li ringrazio.

Dopo tanto parlare dei pilastri della televisione anni ’80, siamo giunti a quello che è un telefilm che ha segnato i 90’s (tutti visto che è andato in onda dal 1990 al 2000): Beverly hills 90210. Ovviamente non sto parlando di quella pallida imitazione che da un paio di anni a questa parte sta tediando i nostri schermi, sto parlando dell’originale, quello simbolo della moda unica e orrenda che ha contraddistinto l’ultimo decennio del XX secolo. In qualche modo, Beverly hills ha segnato il modo di pensare a un telefilm per i ragazzi. Non so se questo dipenda più dal fatto che è stato per me la prima serie tv seguita con interesse e che in qualche modo poteva definirsi “da grande”, oppure fosse realmente così. So però che di sicuro ha lasciato un segno evidente in quegli anni lì.

Credo che sia stata la prima serie televisiva ad affrontare temi qual AIDS, omosessualità, sessualità eccetera nei gruppi di ragazzi. A pieno titolo viene indicato anche come il fondatore del “teen drama”.

È così legato al periodo a cui è andato in onda che uno dei motivi per cui il prequel/remake/sequiel (nessuno ancora ha capito cos’è) che stanno trasmettendo ora, non ha successo proprio perché decontestualizzato da quello che era l’originale Beverly Hills.

Il plot era quello adolescenziale di un gruppo di ragazzi di circa 16 anni che andava a scuola, scopriva la vita, si innamorava, combatteva con i problemi di tutti i giorni. Ovviamente il tutto girato e ambientato in una ricchissima e viziatissima Beverly Hills. Diciamo che ci siamo spesso chiesti perché i Walsh vivessero in uno dei quartieri più ricchi del mondo e poi non potevano permettersi di mandare entrambi i figli all’università: andare a vivere in un posto più umano e mettere da parte i soldi per dargli un’istruzione decente, no? Comunque, al di là di queste domande che non si dovrebbe porre mai nessuno quando si guarda un telefilm, se vediamo con un occhi più critici e concreti la storia, vediamo che ce n’erano parecchi di interrogativi. Il primo su tutti era: chi vestiva Steve? Vi ricordate le orrende camice che sfoggiava ad ogni episodio? Sì erano inguardabili e inconcepibili anche negli anni ’90 e ci siamo chiesti spesso se agli sceneggiatori il suo personaggio non fosse stato imposto in qualche modo, visto che già aveva una vita abbastanza sfigata e a tratti irrilevante, nessuno credeva potesse anche essere condannato a vestirsi in modo così insopportabile. Non poteva bastare l’averlo dipinto come il bullo meno fico e più inutile della storia, no hanno pensato, visto che era belloccio, pieno di muscoli e biondo, di renderlo in più di un’occasione, ridicolo.

Chi poi non si è chiesto se Tori Spelling “recitasse” (da sottolineare il virgolettato) solo perché aveva lo stesso cognome del produttore delle serie? In più, ok che abbiamo già più volte sottolineato come in quegli anni la moda fosse un pochino atroce, ma c’era bisogno di sottolinearlo così tanto facendo delle orrende acconciature ad Andrea? Che a dispetto di quello che si possa pensare era una donna e, forse, di tutta la serie era anche la più sfigata: la secchiona che sa sempre cosa è giusto, la vergine di ferro, quella severa e inamovibile, quella truccata, vestita e acconciata nel peggiore dei modi; la meno fica e la meno corteggiata (sì Donna, al secolo Tori Spelling, aveva più corteggiatori di Andrea) e più povera pure dei Walsh. La poveraccia che sbava per anni dietro a Brendon che però la vede solo come un’amica anche se però la stima tanto. Quando finalmente si decide a non pensare più al belloccione con la folta chioma, incontra uno gliela dà e resta incinta: “one shoot, one kill”. Per la serie meglio essere stupidi e fare la vita da superfichi, che intelligenti e sfigati fino all’ultimo episodio della quinta stagione (infatti nelle ultime quattro stagione la Carteris non è presente).

Durante lo svolgimento della storia, il nostro gruppo di amici si troverà ad affrontare tutti i problemi adolescenziali più comuni e meno: genitori che si separano, i primi amori, il sesso, AIDS, la scuola, la droga, l’anoressia, i sogni, i lavoretti per arrotondare (questo era un problema solo della famiglia Walsh visto che tutti gli altri, vivendo a Beverly Hills, potevano tranquillamente scialacquare il patrimonio di famiglia), contendersi il bello e dannato della scuola:

Una delle pietre miliari era Dylan, al secolo, Luke Perry, uno tra gli attori meno indicati per recitare in un cast di 15-16enni visto che a 20 anni ne dimostrava almeno 15 di più. Era veramente surreale. Nonostante la Fox non ci avrebbe scommesso uno scellino, il Sig. Spelling decise di pagare l’attore di tasca sua, tanto credeva nel suo personaggio e così, da iniziale ragazzotto ai margini della storia ne diventa uno dei fulcri assieme a Brandon e, del resto, come avrebbe potuto non essere che così? Cresce e vive da solo, bello e dannato, jeans e giacca di pelle, già stempiato, con una macchina che neanche Marlon Brando all’apice della carriera (a momenti) ce lo vedevi andare in giro. Ok doveva essere il ragazzo per cui le due protagoniste femminili avrebbero litigato per 5 stagioni, ma c’è modo e modo di costruire la vita di un 16enne e renderla un “tantinino” più reale. Ma del resto a chi vedeva Beverly Hills 90210, della realtà o verosimiglianza se ne sbattevano altamente. Resta che la relazione che legava Dylan con Brenda (sì la sorella di Brendon si chiamava BRENDA…che sforzo di immaginazione gli sceneggiatori, eh?) e poi Dylan con Kelly ci ha tenuti in scacco per diverso tempo. Poi a sciogliere questo triangolo amoroso è intervenuta la stessa attrice che interpretava Brenda, tenendo un comportamento che ha fatto dire ai produttori un semplice e carino “fuori dalle balle” e così Shannen Doherty ha preso baracca e burattini ed è andata a glitterare nel cast di “streghe” qualche anno più tardi (dove è stata cacciata anche da lì).

Fin qui potrete notare come, in un certo senso, Beverly Hills ricalchi le orme del mitico “Happy days”: Dylan ci ricorda un po’ Fonzie (anche se quest’ultimo era molto più divertente e spensierato del nostro amico dalla fronte talmente ampia da poterci giocare a golf) e come lui diventerà socio del Peach Pit, gestito da un’italo americano (Nat in Beverly Hills, Arnold su Happy days); Brandon lavora al giornale della scuola come Richard Cunningham, e i suoi genitori fanno parte integrante della serie televisiva, così come la sorella è una delle protagoniste; altrettanto Steve e David sembrano ricalcare le orme di Ralph e Potsie, sia con la nomea di “buffoni” del gruppo, che con le scelte che faranno crescendo.

Poi abbiamo il personaggio dei personaggi, una specie di “capo dei capi” della serie, Brandon. È il classico ‘bello e bravo’. Lui è bravo a scuola, sa sempre cosa è giusto, difende gli sfigati, lavora per dare una mano a casa, scrive nel giornale della scuola e non prende mai per il culo le ragazze (bhè quasi mai). Il suo degno erede difatti sarà Dawson. Ovviamente “da grande” viene preso nientemeno che dal Washington Post in persona!

Come non spende infine due parole anche per Donna e David? Si di loro non si può che parlarne in coppia. Se fossero due animali sarebbero due pappagallini “inseparabili”. Fanno coppia fissa dal primo liceo in poi. Anche se eravamo tuttosommato piccoli, David da noi ha ricevuto tutta la nostra ammirazione per essere riuscito non cornificare Donna, che aspettava il matrimonio per mollargliela. E bhè, lei è (anacronisticamente) una vergine di ferro, succube dei duri insegnamenti di una madre severa che, nonostante abbia come migliora amica Kelly (tutta sesso, droga e anoressia), rimane fedele ai suoi principi e fa venire i calli a David per 10 anni. Per questo l’ultima puntata di tutta la serie si chiude con il loro matrimonio e l’idea, lasciata all’immaginazione, che finalmente i due potessero consumare il loro amore in modo un pochino più carnale.

Inoltre possiamo ricordare i numerosi cameo e partecipazioni che i 10 anni di questo telefilm ha vissuto, tra i nomi più famosi spiccano Hilary Swank, Emma Caulfield (che ritroveremo dalla quarta stagione in Buffy), Casper Van Dien e Jason Wiles. Inoltre in diversi episodi i protagonisti si sono voluti spesso cimentare come registi di singoli episodi. Questo a testimonianza di quanto, da un certo punto di vista, Beverly Hills cercasse di essere innovativa. Non è solo una serie TV che ha creato il genere del “teen drama”, ma è stata anche la più longeva del suo genere (con 296 episodi all’attivo). Ha vinto diversi premi in mezzo mondo e ha segnato la strada a quelli che saranno Dawson’s creek e, in gran parte anche Buffy. A proposito dell’ammazzavampiri, ho una piccola curiosità: il liceo dove vanno i nostri protagonisti del quartiere più ricco di Los Angeles è lo stesso che fa da sfondo alle avventure della Cacciatrice (anche le scene di quando vanno al college sono girate nella stessa scuola). In realtà, se qualcuno si trovasse a visitare L.A., il nome reale è Torrance High School situata al 2.220 W.Carson St.

Arrivati alla fine, non posso menzionare chi ha dato tanto per alimentare il successo di questa serie televisiva: i Prophilax! A i pochi che non sono di Roma, molto probabilmente questo gruppo è sconosciuto. Non sono proprio degli artisti sublimi. Sono famosi per essere demenziali e per essere stati scomunicati, ma anche e soprattutto per aver ridoppiato in maniera sublime proprio Beverly Hills. Qui di seguito vi lascio questa perla, avvisandovi che se siete troppo sensibili non è il caso di vederlo, visto che è pieno di bestemmie, parolacce, battute scadenti e oscene; ma è anche doppiato in maniera artisticamente perfetta, con un adattamento dei dialoghi che rasenta la genialità e per tutte le risate che mi hanno fatto fare, personalmente li ringrazio.

In attesa di sapere che hanno intenzione di fare con la “legge bavaglio”, mi appresto a postare il secondo speciale di questo blog. Un’idea molto poco originale, che spero solletichi un po’ la vostra voglia di interagire e che lasci a me un po’ di curiosità sui vostri telefilm preferiti. Ovviamente le classifiche stilate sono solo in base a pareri personali, non hanno assolutamente valore o pretesa di essere oggettive e spesso i titoli citati sono inseriti per motivi esclusivamente romantici e sentimentali. Quindi eccovi a voi alcune delle più classiche top five:

– Le cinque migliori serie televisive-

  1. Buffy
  2. X- files
  3. Friends
  4. True blood a parimerito con Big bang theory (impossibile scegliere tra le due)
  5. Queer as folk

 

– I cinque migliori personaggi femminili-

  1. Ling Woo (Lucy Liu, Ally McBeal)
  2. Pam  De Beaufort (Kristin Bauer, True Blood)
  3. Monica Geller (Courtney Cox, Friends)
  4. Willow Rosenberg (Alyson Hannigan, Buffy)
  5. Jen Lindley (Michelle Williams, Dawson’s Creek)

 

-I cinque migliori personaggi maschili-

  1. Sheldon Cooper (Jim Parson, Big bang theory)
  2. Emmett Honeycutt (Peter Paige, Queer as folk)
  3. Walther Bishop (John Noble, Fringe)
  4. Spike (James Masters, Buffy)
  5. I pistoleri solitari: Melvin Frohike, John Byers, Richard Langly (Tom Braidwood, Bruce Harwood, Dean Haglund, X- files)

 

– Le cinque migliori puntate (con i link alle scene più belle)-

  1. Al di là del tempo e dello spazio (1×01 X-files)
  2. Ball pit (3×14 Big bang theory)
  3. La storia si ripete (4×12 Dexter)
  4. New moon rising (4×19 Buffy)
  5. La coppa Geller (3×09 Friends)

 

E quali sono i vostri? Forza fatemi contenta… chiunque voi siate, buttate 10 minuti e rispondete! 😉

Come si può parlare di Lost senza tirare giù qualche bestemmione? Chi non l’ha mai visto non può capire e forse si limiterà a pensare che io sia semplicemente una sboccata. Ma lasciate che vi spieghi. C’è un motivo e vi assicuro che dopo che tutti i tuoi amici ti hanno fomentato e ti hanno rotto le scatole per un anno con i vari “lo devi vedere”, “è una ficata!”, “è troppo un trip”, lo inizi a vedere e in effetti ti ci incastri subito per poi passare i due anni successivi a fare ipotesi, brain storming e illazioni per arrivare alla stagione conclusiva e al gran finale per scoprire che il tutto è una enorme puttanata, dire che ci può stare qualche bestemmione introduttivo.

Ma procediamo per ordine. La serie è creata dall’ormai strafamoso J.J. Abrams (Alias, Fringe e Super8), Lindelaf e Lieber. Le musiche sono curate addirittura da Giacchino e la location principale è la splendida isola di Oahu nelle Hawaii. La serie vari diversi primati tra cui l’essere una delle più costose della storia della TV e di avere il secondo maggior numer0 di protagonisti (subito dopo Desperate housewife). Per arginare i costi e, probabilmente anche l’eccessiva creatività degli sceneggiatori, il produttore esecutivo, Cuse, aveva fissato dall’inizio la data dell’ultimo episodio, proprio per poter sviluppare meglio la serie (evidentemente qualcosa nel frattempo deve essere andato storto…).

Com’è nello stile di Abrams già nelle prime puntate notiamo numerose citazioni letterarie, filosofiche e cinematografiche. I cognimi dei personaggi sono spesso un tributo a famosi filosofi. Abbiamo: Danielle Rosseau, John Locke, Mr. Eko, Daniel Faraday, Desmond Hume, Charlotte Lewis. Inoltre abbiamo Jack Shapard (che tradotto significa pastore e difatti è lui, in qualche modo, a divenire il leader dei sopravvissuti) e Kate Austin (che ricorda la famosa scrittrice Jane Austen).

Ma cosa ha reso veramente “intrippante” Lost? Fondamentalmente credo io l’idea del “non ci sto capendo nulla, quindi devo continuare a seguirlo così prima o poi dovranno per forza spiegarci qualcosa!” Errore! Nella pratica tutto questo come è stato sviluppato? Diversi sono gli ingredienti.

  1. La struttura delle puntate. Composte spesso da flashback (annunciati sempre da un suono simile a un rombo di un motore, come a dire “Ehi ora si sta ricordando”: grazie delle rare concessioni), e a partire dalla IV stagione di flashforward ovvero avvenimenti che accadranno sull’isola e fuori di essa. In più, come se non bastasse, dalla V serie vengono aggiunti anche i flashsideways, ovvero scene che mostrano due realtà parallele che arriveranno a fondersi fino al punto in cui, per la nostra ormai flebile salvaguardia mentale, non ci saranno più flash.

  2. Missing pieces. Sono dei cortometraggi mandati in onda tra la III e la IV stagione e sono serviti per riempire qualcuno dei numerosi buchi rimasti ancora senza risposta dopo 3 anni. Ma non vi illudete è una mossa di marketing non una grazia concessa agli spettatori: molte cose rimarranno un mistero anche a serie conclusa.

  3. Le connessioni. Di tanto in tanto, durante i flashback gli sceneggiatori si divertono a far incrociare i diversi protagonisti nelle loro vite precedenti l’arrivo sull’isola. Lo spettatore, almeno le prime volte, inizia a intripparsi il cervello (se non addirittura ad arrivare alla paranoia) per cercare di capire a cosa porterà quell’incontro casuale che, nella vita del personaggio verrà subito dimenticato o comunque ha poco conto. In realtà tutti questi schemi non hanno alcun fine se non quello ufficiale di aggiungere elementi a quella che diventerà una vera e propria “mitologia di Lost” e quello ufficioso di devastare le nostre capacità logiche.

  4. I numeri. O meglio la sequenza di numeri:

    4   8   15   16   23   42

    la cui somma è 108, erano stati introdotti solo come barbatrucco per far incrociare Hurley e la Rosseau prima dell’incidente aereo. Visto che, come avrete facilmente intuito i seguaci di Losto sono dei pazzi masochisti, si sono subito esaltati con questa storia dei numeri che ricorrono nelle vite di tutti i protagonisti, che hanno convinto gli sceneggiatori a tenerli come elemento fisso e portatore di sventura per tutto il telefilm. Si arriva perfino a scoprire che fanno parte di un’equazione che sarebbe in grado di far estinguere il genere umano. Tale testi costringe il povero Desmond a inserire la sequenza in un misterioso computer ogni 108 minuti (ovviamente!).

  5. Il progetto Dharma. Un progetto nato negli anni ’70 e abbandonato nel ’92 per studiare le proprietà dell’isola. Nessuno si degna di dirci da dove o come nasca il progetto, come sia stata scoperta l’isola da parte di quelli che ne facevano parte o come abbiano fatto ad arrivarci e costruire praticamente una città- laboratorio visto che il posto è praticamente impossibile da raggiungere tramite nave. Sappiamo solo che ci sono queste persone che prendono e vanno a vivere lì per fare delle cose che spesso sono oscure anche a loro, raggiungendo l’isola con un sottomarino. Vorreste sapere altro? A che vi serve?

La trama. La storia inizia con il disastro aereo del volo 815 dell’Oceanic airlines in volo tra Sidney e Los Angeles. 48 passeggeri sopravvivono precipitando su un’isola del Pacifico che, in un primo momento, appare disabitata ma che in realtà con il passare del tempo si scoprirà avere più vita di Times Square il sabato sera. Da subito ci rendiamo conto che l’Isola ha delle caratteristiche molto particolari. Anzitutto cura dalle malattie: non lo capiamo immediatamente, ma un John Lock salito sull’aereo in sedia a rotelle, lo troviamo che cammina e corre forte come una gazzella per tutta l’isola. Notevoli sono anche le sue immense e strane proprietà elettromagnetiche e la capacità di riuscire a far viaggiare i suoi abitanti nello spazio-tempo.

Vi metto questo video che vi spiega sei anni in due minuti e 50 (youtube è pieno di parodie, prese in giro e chi più ne ha più ne metta). Ovviamente contiene spoiler, quindi se non volete sapere come finisce non lo guardate.

Uno die primi personaggi enigmatici che incontriamo è il mostro di fumo nero. In realtà egli non è un vero e proprio mostro, ma è la nemesi di Jacob. E chi cazzo è Jacob? Piacerebbe saperlo anche a noi. Proviamo a raccogliere tutti gli elementi: non è umano visto che è nato nell’Antico Egitto e conserva ancora l’aspetto di un 35 enne. Possiamo definirlo il custode dell’isola e il fumo nero il suo custode “cattivo”. I due rimangono in conflitto per secoli incapaci di prevalere l’uno sull’altro. Ma cosa rende questo fumo così temibile, oltre al fatto che sembra muoversi come se avesse una mente pensante? Egli legge la mente, conosce e manipola i ricordi, prende simpaticamente le sembianze delle persone morte i cui cadaveri si trovino ancora sull’isola. Ciò che brama più di ogni altra cosa è di poter lasciare l’isola e in virtù di questo è pronto a uccidere e farsi passare per Locke al fine di “spostare” l’isola (se volete sapere che significa subitevi anche voi sei stagioni: mica posso spoilerare tutto quanto!) e potersene finalmente andare in giro per il mondo a fare danni.

Arrivati fin qui penserete che tuttosommato la trama non è così complessa (lo pensate veramente? Se sì fatemelo sapere!) come sostengo. Se fossimo faccia a faccia mi farei una bella risata alla faccia della vostra ingenuità. Come già accennato prima, Lost è una delle serie con il maggior numero di protagonisti. Pensate che questo caos sia stata fatta perché la produzione aveva soldi da buttare? Niente affatto. Ogni vita si intrecci, si incrocia, prima, dopo e durante il “soggiorno” sull’isola. Ogni decisione del singolo influenza la vita di tutti, al punto che anche se vi sparate le sei stagioni una dietro l’altra, è praticamente impossibile riuscire a ricordare tutti gli incroci.

A questo punto la domanda sorge spontanea: chi ce lo fa fare? Ovviamente nessuno, come sempre accade ai seguaci di una serie però, questa diventa una dipendenza ossessivo- compulsiva che ci spinge ad andare avanti, oltre il masochismo. Sia chiaro le prime stagioni sono veramente belle, con una tram originale (oddio forse sarebbe più il caso di parlare di una “idea” originale), e mentre uno le guarda non immaginerebbe mai che possa finire a “schifio”. Appare quindi evidente che Abrams ha qualche problema con le conclusioni visto che da belle trovate riesce a smerdare sempre il finale.

*ATTENZIONE SPOILER SUL FINALE*

Allora riesci a pensare a tutta quella serie di intrecci, di misteri; riesci in qualche modo a farci dimenticare che metà delle questioni sollevate nelle prime tre stagioni non hanno trovato risposta e poi te ne esci dicendoci che l’isola è, in realtà, un PURGATORIO???? Che in realtà sono tutti lì in attesa che tutta l’allegra comitiva del volo 815 muoia, così possono entrare in paradiso tutti insieme??? Ma che ti sei fumato??? Ma soprattutto in quest’ottica perché allora il motto della serie recitava “Si vive insieme, si muore da soli”? Che avessero in mente la vita eterna??? Non so voi ma ame quest’idea ha fatto veramente cagare. Sei anni di attese, di intrippamenti per scoprire che tutti quei casini sono per far ricordare le proprie vite e per aspettare coloro che più hanno amato per guadagnare tutti insieme la felicità eterna? Tutti quei morti ammazzati perché così Jacob e fumo nero potessero avere dei candidati ideali tra cui scegliere per potergli consegnare le chiavi di custode e vice custode dell’isola??? Allora avrei preferito una cosa del genere:

Io comunque non me la bevo. Devo convincermi che le prime stagioni non erano state scritte per finire in questo modo. L’uscita di scena di Ana Lucìa, un precoce invecchiamento delle cellule celebrali di sceneggiatori e produttori deve aver sconvolto il piano originale; anche se a questo punto la domanda che sorge spontanea è: ma c’è mai stata un’idea originaria su come sviluppare e terminare Lost? Oppure hanno pensato: “iniziamo a girare poi vediamo che succede”? O forse si sono resi conto troppo tardi di aver messo “troppa carne al fuoco” e hanno cercato una soluzione che potesse andare bene…? Ecco se così fosse, qualcuno doveva spiegargli che il finale dovrebbe anche essere credibile o quanto meno, reggere le aspettative pompate per sei anni.

*FINE DELLO SPOILER*

Ora, giunti alla conclusione di questo excursus su Lost, forse capirete un po’ di più perché quando si inizia a parlarne partono una serie interminabile di imprecazioni (e chi l’ha visto sono sicura che in questo momento sta annuendo con la testa). È incomprensibile come si possa gettare nel cesso un’idea buona e originale come questa, perché tra le mille idee che si hanno avute fino a quel momento, i milioni di indizi e possibilità disseminati lungo tutta la storia non si ha una minima idea di come orientare il finale. È irrispettoso verso chi ti ha dato un sacco di soldi per finanziare un progetto che si è rivelato una cazzata; verso chi ha passato serate a sperare che ogni puntata desse qualche spiegazione o magari una soluzione; verso chi ha creato gruppi di ascolto dedicati per cercare di capirci qualcosa e che al termine della VI stagione si sono trasformati in gruppi di solidarietà per chi non voleva credere che la soluzione “dell’enigma” fosse quella data.

Nonostante questa decostruzione è comunque un telefilm che consiglierei con la premessa di non farsi grandi aspettative e di rimanere ben saldi con i piedi a terra, anche quando la fine di una puntata vi lascia con enormi aspettative. NON CASCATECI! È TUTTO UN BLUFF! E non date ascolto a chi vi dice il contrario, vogliono solo vendicarsi perché molto probabilmente è quello che è successo a loro: hanno iniziato a vedere la serie con promesse di “Nirvana televisivo” e poi se la sono presa in “quel posto”.

E visto che arrivata qui mi sento sfogata dalla frustrazione di tre anni di Lost, vi lascio questo video che è geniale e che secondo me è una rappresentazione non troppo distante dalle reali riunioni degli sceneggiatori di Lost. Namastè!

Piccolo break mentre cerco l’ispirazione per parlare di un altro telefilm, inauguro la prevista categoria degli “speciali” in cui capiterà di parlare e “riflettere” (si fa per dire) su alcuni aspetti delle serie televisive. Girando per la rete a caccia di un’idea, ho scoperto diversi siti interamente dedicati ai telefilm… a TUTTI i telefilm!

Sarò sincera: mi sono spaventata e non poco notando la mole pressoché infinita di serie TV che viene prodotta in America. È praticamente impossibile seguirle tutte. Si possono passare circa 2-3 ore al giorno, TUTTI i giorni vedendo una puntata diversa, di telefilm diversi. Non c’è un argomento, fatto o situazione che non sia stato trattato (ormai manca solo una sit-com sui tassisti e siamo a posto!). Non contiamo poi le mini serie prodotte da Sky, Fox e mettiamoci pure la RAI (che una su un milione la tira fuori buona di tanto in tanto), perché sennò il numero lieviterebbe vorticosamente.

Ovviamente alcune hanno più successo di altre e questo spesso incide sulla loro dura in termini di numero di stagione (ma non sempre, guardate ad esempio Romanzo Criminale: 2 stagioni, massimo successo). Diciamo la verità: sono poche quelle che verranno tramandate con entusiasmo ai posteri e il motivo può sembra scontato, ma non sempre lo è, se non altro per gli appassionati che le seguono.

In proporzione a 30 anni fa, forse il numero di telefilm non è così diverso, soprattutto se pensiamo che negli anni ’80 c’erano, almeno in Italia, 4-6 canali e le trasmissioni 24h sono iniziate relativamente tardi, di conseguenza la programmazione da riempire era ben poca, in particolare se paragonata agli oltre 900 canali offerti da Sky. Sì è vero che anche negli anni ’90 se un format o un tipo di trama avevano successo veniva reimpastati e riproposti con titoli e attori diversi, ma fatti grosso modo della stessa materia (es. Beverly Hills 90210 e Melrose place), ma comunque non eccedevano mai troppo, ben consapevoli del fatto che abusare, nello stesso periodo di una storia avrebbe svalutato il prodotto (“Il miele più dolce nausea per la sua stessa dolcezza” diceva Shakespeare).

A quanto pare il XXI secolo ha voluto smentire questa nostra credenza. Prendiamo un esempio su tutti: i vampiri. Girando per il web sono riuscita a trovare ben 20 serie televisive americane prodotte dal 2000, circa, al 2010. Si parla di una media di due l’anno. Alcune interrotte alla prima stagione, altre arrivate anche a 5-6, altre ancora anche a 7 (vedi Buffy). Per tutto questo ringraziamo la signora Meyer che nel 2005 ha pensato bene di farsi pubblicare Twilight (la maggior parte dei 20 telefilm sopracitati ha produzioni che partono, per l’appunto dal 2005) che può vantare, in modo del tutto ingiustificato, il titolo di “fenomeno Twilight”. La figura del vampiro gotico, assetato di sangue, cacciatore spietato con una psicologia più o meno sottile si è andata completamente a farsi fottere, per favorire la nascita di un’immagine molto più adolescente-emo-depresso a cui mancano solo i brufoli che non si possono avere perché i vampiri, in via teoria, sono morti che camminano. Non paghi di aver invaso le librerie con della letteratura scadente e i cinema con film glitteranti, i produttori americani (a cui non va insegnato come fare i soldi), hanno iniziato a produrre telefilm come fossero pagnotte di pane. Andiamo a stilare una lista per avere le idee più chiare:

  • Angel (1999-2004)

  • Being human (2009- on air)

  • Blade (la serie non i film) (2006, una sola stagione)

  • Blood ties (2007-2008, canadese)

  • Buffy (1997-2003)

  • Demons (2009, mini serie TV)

  • Fear itself (2008-2009, una stagione)

  • I kissed a vampire (2009- on air)

  • Kindred: the embraced (1996, una stagione)

  • Moonlight (2007-2008, una stagione)

  • Sanctuary (2011- on air)

  • Split (2009, una stagione, Israeliana)

  • Supernatural (2005- on air)

  • The dresden files (2007, una stagione)

  • The gates (2010, una stagione)

  • True blood (2008- on air)

  • Valemont (2009- on air)

  • Vampire diarie (2009- on air)

  • Vampire high (2001- 2002, una stagione, canadese)

Bene dopo questa piccola lista, possiamo renderci conto meglio di come le cose siano andate in questi anni. Hanno iniziato con Kindred (flop mai arrivato in Italia), poi ci hanno riprovato con Buffy (ottimo successo), a seguire troviamo lo spin off di Angel (successo discreto). Quindi prima del 2000 non era un genere troppo abusato. Un altro tentativo ancora sull’onda di Buffy lo troviamo nel 2001 con Vampire high e poi il 2005 arriva la valanga di merda a investire tutto il nostro mondo, universalmente conosciuto con il nome di Twilight. Per fortuna il pubblico ogni tanto si rende conto di cosa sta passando in televisione e preferisce spegnere tutto e magari mettersi a leggere un libro serio e la maggior parte delle serie sono state sospese alla prima stagione per via del basso seguito che hanno suscitato.

Anche se più in là mi occuperò in maniera più esaustiva, vorrei solo accennare che di tutta la produzione degli ultimi anni, l’unico prodotto che mi pare veramente originale è True blood. Non ci propongono né l’immagine classica del vampiro, né un’adolescente emo la cui storia sembra scritta più per un’apologia dei valori mormonici che per intrattenere la gente dotata di cervello funzionante. Sono una bella presa in giro dei glitterini adolescenziali, mischiati con alcune idee veramente perverse del vampiro e delle relazioni che intrecciano con l’aggiunta di alcuni elementi della tradizione mitologico- letteraria (come licantropi, fate, mutaforma, magia e sciamanesimo). Inoltre l’idea dei vampiri che fanno “outing” e decidono di vivere allo scoperto è una trovata semplicemente geniale. Ma come ho già detto, approfondiremo l’argomento in un altro momento.

Per tornare a noi. Che senso ha tutta questo super produzione di serie televisive? Il motto qual’è? “Produciamo a rotta di collo, tanto tra tanta monnezza prima o poi quella con cui svoltiamo la troviamo?” Sì, può essere un modo di ragionare e pensare agli affari. Del resto il cinema americano non ragiona poi in maniera tanto diversa, perché non dovrebbe funzionare allo stesso modo per la TV, dove il rischio è anche minore e la diffusione maggiore? Ma quello che in realtà mi chiedo con molta più forza è: come fanno alcune persone a riuscire a seguire quasi tutti i telefilm in programmazione? Avete trovato il giratempo di Hermione e riuscite a dilatare le giornate? Avrete un lavoro o una scuola, dovrete nutrirvi e dormire, no? So che per molti patiti a questi livelli preoccupanti la vita sociale non è un problema se non c’è e mi rendo conto anche che nell’epoca di Internet gli orari e i palinsesti che si potrebbero sovrapporre non sono più un problema a cui pensare (io ad esempio vedo tutto tramite Internet, odiando le interruzioni pubblicitarie e non possedendo Sky né Premium), però ci vuole veramente tenacia e costanza. Se pensavo che le mie amichette (tra cui Lucia) fossero delle invasate che seguivano tante di quelle serie da non riuscire a capire come riuscissero a conciliare lavoro, vita sociale, studio, alimentazione e una decente alternanza di veglia/sonno, girando per certi forum mi sono resa conto che vicino a me ho delle persone normalissime, con una discreta passione per le serie televisive.

Ma tu ci hai aperto anche un blog!” penserete voi. Sì avete ragione, ma non mi sono mai considerata una malata. O meglio, non sono mai arrivata a farmi la pay tv per seguirle, non le guardo in maniera maniacale e la verità è che di solito inizio quello che mi viene consigliato da persone fidate e, come avrete intuito, sono parecchie le persone attorno a me con la mia stessa passione. Non me le vado a scovare, sono loro che arrivano a me nei modi più strambi! In più non ci scordiamo che io faccio rientrare nella categoria anche i cartoni animati e le mie vecchie e care serie tv del passato. Quelle che restavano uniche e che sapevi che dopo qualche anno non sarebbe arrivata nessuna brutta copia al loro posto, ma che anzi eri contento di ritrovare magari in una programmazione di metà mattinata per dire “Cavolo! una volta questa la faceva in prima serata!”