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Attacker you è il titolo anglofono del famosissimo cartone animato Mila e Shiro, due cuori nella pallavolo. E bene sì, parlerò anche di cartoni animati, perchè dal mio punto di vista sono serie tv a tutti gli effetti, con l’unica differenza che al posto degli attori in carne e ossa ci sono dei disegni. Mila e Shiro è uno di quelli che ha segnato la mia infanzia, che mi ha fatto venir voglia di iniziare a giocare a pallavolo in maniera un pochino più seria dell’ora di educazione fisica a scuola.

In effetti quel periodo (parliamo di metà degli anni ’90) il cartone girava già da più di 10 anni eppure non sembra aver perso il suo smalto. In squadra ci si divertiva a chiamarsi con i nomi delle protagoniste e quando si giocava in maniera scherzosa si chiamavano gli attacchi, esattamente come avveniva nel cartone animato. L’unico nostro problema era riuscire a stare in aria, prima di una schiacciata, per la durata di una puntata intera. Ok che i bambini hanno una fantasia molto sviluppata e, quando sono abbastanza piccoli, hanno anche una strana percezione della realtà, ma far stare una persona sospesa nel vuoto per almeno 3-4 minuti sfida qualsiasi capacità cognitiva.

Ma parliamo un po’ della “trama” di questo pezzo di storia dei cartoni anni ’80. Come spesso accadeva in quel periodo (e accade tutt’ora), Mila e Shiro è tratto da un manga la cui storia differisce in alcune cose dal cartone. E’ la storia di questa ragazza che dalla campagna si sposta in città. Inizia a frequentare la scuola media e scopre di essere un fenomeno della pallavolo, con la capacità di lievitare a mezz’aria e tirare delle randellate sul pallone tanto da spaccare arti, forare reti, deformare palloni e per questo meritarsi l’appellativo di “attacco laser” (e ci fa chiedere se la sua amica Nami Hayase non fosse in realtà un maestro Jedi di Star wars, visto che era l’unica in grado di recuperare quelle schiacciate in maniera abbastanza facile). Nella sua strada verso la convocazione in nazionale fa amicizia con la appena citata Nami Hayase, ricevitrice fortissima e anche sua compagna di squadra, e Kaori Takigawa alzatrice formidabile, facente parte dell’unico club in grado di sconfiggere quella di Mila.

La cosa che più mi ha lasciata perplessa di questo cartone, e che sinceramente non ho mai capito, è che nella versione televisiva hanno cambiato la figura della mamma della nostra protagonista. Nel fumetto è morta quando la figlia era molto piccola, nel cartone animato invece lei abbandona la famiglia per seguire il suo sogno di pallavolista. Scelta discutibile, ma lecita; la vera genialata è che il padre dice ai figli (perchè la nostra mamma-fenomeno della pallavolo ha sfornato due figli prima di rendersi conto che avrebbero causato qualche problemino alla sua carriera sportiva) che lei è morta perchè se avessero saputo che li aveva abbandonati ne avrebbero sofferto. Si vede che il padre a forza di stare in Perù a fare le foto, si è mangiato il cervello con le foglie di cocaina. Pensava veramente che la morte della madre, oltre ad essere una menzogna, potesse essere una cosa tranquilla da affrontare per un figlio, che ci possa cresce in maniera pacifica? Voglio dire se sai che tua madre se ne è andata, puoi pensare sì che non ti abbia voluto, ma hai pur sempre la speranza che un giorno possa tornare o che tu la possa cercare e trovare per parlargli. La morte invece è una cosa conclusiva che non lascia altre opzioni e, proprio perchè è un cartone animato, credo che un bambino si faccia prendere più a male per una persona morta, che per una che “è scappata”. Difatti, proprio quando Mila si trova a fare le selezioni per la nazionale, come un fulmine a ciel sereno conosce sua madre che dopo la sportiva ha seguito il classico excursus e si è messa a fare la commentatrice delle partite (della figlia, per che infatti poi troveremo sempre lei a fare da voce narrante agli scontri di Mila con le sue avversarie). Lei sconvolta lascia gli allenamenti della nazionale, si fa cercare per un giorno in giro per Tokyo, Shiro la trova le parla e la convince a tornare (adoro la semplicità dei cartoni animati). Entra in nazionale, spacca il culo a un po’ di gente in amichevoli e il cartone finisce con l’arrivo della squadra a Seul, dove gareggeranno per le Olimpiadi dell’88. Facciamo due calcoli: la prima puntata è andata in onda nell’84. Presumibilmente la serie si svolge nello stesso anno e Mila va alle medie, quindi quanto ha? 12-13 anni? Dopo soli 4 anni, cioè a 16-17 è già in club professionale e convocata in nazionale olimpica? Porca miseria un vero fenomeno. Ma soprattutto verrebbe da pensare che i talent scout in Giappone funzionano veramente bene!

Come andava di moda in quel periodo, ogni partita durava all’incirca 12 vite (una per ogni giocatrice in campo) e ogni partita delle medie o del liceo gremiva i palazzetti e vedeva il cronista televisivo pronto a fare sfoggio del suo patos migliore (qualche somiglianza con Holly e Benji??). Inoltre è incredibile come nell’edizione italiana siano riusciti a tirare fuori un titolo orrendo e melenso come “Mila e Shiro, due cuori nella pallavolo”. Io mi chiedo: ma chi crea questi titoli, il cartone l’ha visto? Shiro, in 58 puntate di cartone animato, sarà presente in 4-5 e per non più di 5 minuti. Sì, ok che è il ragazzo di Mila, ma è utile come un raccattapalle in una palestra piccola di liceo e nominarlo addirittura nel titolo mi pare un po’ eccessivo (facendo torto a Nami e Kaori che loro invece il pane sul campo se lo sudano). Questo scivolone è stato fatto anche dai vicini di Francia e Spagna (che come nel loro stile hanno introdotto nomi a loro più ‘vicini’ come Jeanne et Serge o  Juana y Sergio… CHE FANTASIA!).

Prima di concludere, dedicherei due parole obbligatorie a Mister Daimon. Un uomo a cui si fa prima a saltare sopra che non a girargli intorno e che ALLENA ragazze di PALLAVOLO! Uno signore che dentro a un liceo si permetteva di percuotere con il bastone le sue giocatrici minorenni per spronarle a sputare sangue sul campo! Non so voi, ma a me faceva paurissima. Pregavo di non incontrare mai un insegnate così severo. Ma il bello di questi cartoni è che non c’è una logica. Non c’è un preside che va da Daimon e gli dice “Ciccio che cazzo combini? Qui se ci denunciano saltiamo in aria che Hiroshima in confronto pare una passeggiata a primavera!” non c’è un genitore che vedendo la figlia ricoperta di lividi si fa due domande. Non c’è un’alunna che va da un maggiorenne a dire “Quell’allenatore è peggio del sergente Hartman di Full metal jacket!” No, non avviene nulla di tutto ciò. Solo a un certo punto qualcuno si sveglia dal torpore mentale lo caccia per metterci il preside che però ha il piccolo difetto di non sapere neppure come sia fatto un campo di pallavolo.

Detto ciò il valore di Mila e Shiro resta. Bim Bum Bam lo manda ancora in onda e ci sono ancora bambini e bambine che lo guardano, si appassionano e scelgono di andare a fare pallavolo e questo, per me, è il risultato migliore che un cartone può sperare di ottenere. Se girassimo per le squadre nazionali di volley sono sicura che la percentuale di quelli/e che seguivano le imprese della schiacciatrice dai capelli arancioni, della ricevitrice con i capelli blu e l’alzatrice dai capelli bordeaux, sono tanti. E tanti altri gli adulti che, con sorriso nostalgico e un po’ malinconico, ti confidano che con Mila condividevano il sogno di poter giocare, un giorno nella nazionale di pallavolo.