Posts contrassegnato dai tag ‘pilastri della televisione’

Girando per un bel po’ di blog, ho notato una bella lista di “film-aspettativa” per il 2012. Come sempre sulla carta e sui trailer sembrano tutti una figata pazzesca. Nei prossimi due mesi so che mi attenderà una full immertion per vedere tutti quelli candidati agli oscar che spesso danno molte garanzie e raramente si sono rivelati come delle bufale pazzesche. Certo magari un pochino sotto le aspettative sì, ma mai totalmente orrendi. In questa prospettiva volevo analizzare un po’ i telefilm da me attesi nel 2012, o meglio le nuove stagioni.

5. Fringe, la cui quarta stagione è ricominciata ad ottobre, ma tra “festa del ringraziamento” e natale si sono presi due mesi di stop tra la settima e l’ottava puntata. Ringraziamo J.J. Habrams per questo mega effetto suspance, ma un avvertimento: se ci tiri fuori una cagata colossale, ci sta che ti veniamo a cercare per tutto il globo terrestre con cattive intenzioni.

4. The Big Bang theory, anche loro per proseguire la quinta stagione si sono presi una bella pausa, ma la differenza con Fringe è sostanziale: primo, in quanto sit com non ha un filone narrativo da seguire con impazienza; secondo non è girato da Habrams quindi non abbiamo paura che la prossima puntata tireranno fuori qualche escamotage narrativo per farci impippare il cervello per mesi; terzo si sono degnati di mandare in onda una puntata prima della pausa natalizia. Quindi attendiamo anche qui i primi mesi del nuovo anno per sapere come si evolveranno i vari rapporti tra i nostri protagonisti, in particolare quello tra Sheldon e Amy.

3. Game of Throne, in realtà questo più che un’aspettativa in generale è un impegno  che ho preso con me stessa. Le mie mentori in fatto di telefilm e libri è da diverso tempo che scambiano sottobanco i libri da cui deriva la serie televisiva, molto molto tempo prima che iniziassero a stendere la sceneggiatura. Un po’ per il poco tempo, un po’ perché sono diventata veramente lenta a leggere, non ho mai iniziato, però la serie TV mi attira (sarà merito di Sean Bean, al secolo Sergio Fagioli alias Boromir?) così come anche i libri in realtà. Magari se iniziassi con le prime puntate, poi mi appassiono ed ecco lì che diventa il mio prossimo tormentone.

2. American horror story, lo so lo so è appena terminata la prima stagione ma il 2012 è fatto di 12 mesi e se non finisce il mondo prima del 21 dicembre (non sia mai che abbiano fatto male i calcoli i Maya) dovrebbe andare in onda la prossima stagione che mi incuriosisce non poco. Sarà interessante vedere come si evolveranno i vari intrecci, se la “vecchia” famiglia diventerà un contorno alla “nuova” o se invece resterà protagonista assoluta con un bel contorno di altri personaggi. Speriamo di scoprirlo presto.

1. True blood, al primo posto non poteva mancare la storia di vampiri più originale degli ultimi anni. Ci hanno lasciato all’ultima scena in un mare di lacrime amare, ora vogliamo proprio sapere che cosa ne sarà dei nostri amati personaggi e di tutta la mitologia a seguire. Al momento non si sa ancora nulla per certo su quando ricomincerà, ma sono solo rumors non confermati. Personalmente credo che prima dell’estate non se ne farà nulla, ma attendiamo fiduciosi.

Per questo 2012 vorrei mettermi d’impegno e provare a vedere Misfits che mi è stato più volte consigliato da Pippy (sì la stessa di GoT e amica anche della mia mentore Lucia). Per omaggiare le sopracitate amichette, dovrei degnarle della visione, almeno della prima puntata, di Supernatural, se non altro per il fatto di aver partecipato al Gishwhes (la caccia al tesoro più grande del mondo organizzata da uno dei protagonisti del telefilm, Misha Collins).
In ultimo, ma non per questo meno importante, c’è Dexter che è finito a dicembre del 2011, ma io ancora devo spararmi la sesta stagione, cosa che accadrà molto presto. Non l’ho messa in top5 per il semplice fatto che non sono sicurissima che la settima arrivi per quest’anno (anche se spero di sì).

Chi ho dimenticato? Avete da suggerire qualche altro titolo per questo nuovo anno???

Annunci

L’ho appena finito di vedere. Pensare di scrivere una recensione adesso sarebbe impossibile. So solo che la scena finale mi ha “devastata” dentro, in senso “buono”. PEr quanto possa avere un lato buono la parola devastata. Ma Lucia non esagerava dicendo che forse è uno dei più bei telefilm realizzati. Esteticamente perfetto. Una storia che inizia con la prima puntata della prima serie e finisce nell’ultima puntata dell’ultima serie, con armonia, con pazienza, con i suoi ritmi. Senza forzature. Senza sbafi. Domani forse dirò qualcosa di più. Al momento riesco a postare solo il video della scena finale. La canzone è struggente e perfetta. Non vedetelo se non volete spoiler.

«Finalmente le donne parlano di sesso come gli uomini»

"Siamo alle solite: un armadio pieno di vestiti e nulla da mettere"

Quando si parla di telefilm che hanno cambiato il volto della televisione, è impossibile non menzionare Sex and the city. Forse qualcuno storcerà un po’ il naso (cazzi sua!), ma per quanto alcuni vogliano ostinatamente relegare questa serie in una nicchia, è un fatto oggettivo che sia stata la fondatrice di un nuovo genere e di un nuovo modo di pensare alle serie televisive.

«Il sesso è il barometro di quello che succede in un rapporto.» (Samantha)

Sex and the city è la storia di quattro amiche, una delle quali è anche la voce narrante. Siamo a New york e le protagoniste sono delle giovani donne sui 35 anni. Le vicende narrano dei sogni, delle scappatelle, di famiglie, di lavoro, di uomini e universi che si incontrano, ma soprattutto parla di sesso e dell’amore e lo fa in maniera nuova: non è volgare, nè messo a casaccio. La serie gioca sul delicato equilibrio del mostrarsi senza mostrare troppo di sè. Provoca e narra, racconta e incuriosisce. Sebbene nelle prime stagioni non passa puntata senza che ci sia una scena di sesso in mezzo, esso non è buttato lì a casaccio per alzare gli ascolti, ma ha una sua ben studiata ubicazione e dimensione, che aiuta lo spettatore a capire in che mondo stiamo entrando. Qui non siamo a Beverly Hills 90210 (sebbene il creatore sia lo stesso), i ragazzi non sono tutti buoni e non ci sono i bravi da una parte e i cattivi dall’altra. Non ci sono situazioni stereotipate e surreali (bhè forse ogni tanto qualcuna ce n’è ^_^), ma la Manhattan raccontata da Star ci mostra donne che soffrono e lavorano, che si divertono e usano gli uomini anche solo per divertimento; donne che vengono usate e disilluse, madri-amanti di bamboccioni senza spina dorsale, fedeli compagne di uomini sicuri di sè. Il tutto condito da una buona dose di ironia e comicità che smorzano i ritmi per rendere il tutto meno pesante e più godibile. Questo aspetto ha mosso spesso le critiche negative bollando le quattro protagoniste come superficiali, egoiste e “facili”. Quello che questi signori non hanno compreso è che Sex and the city non è un telefilm politicamente corretto, nè adatto ai puritani propensi alla critica facile; no Sex and the city è un telefilm che vuole provocare e dare un volto nuovo alle donne in carriera, solitamente descritte come tutte tailleur, famiglia, figli e chiesa oppure solo e soltanto cuori di ghiaccio e lavoro.

Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte sono quattro donne emancipate, sicure nella loro insicurezza e fragilità, vogliono divertirsi e sognano il principe azzurro, amano andare alle feste, fare shopping, essere glamour e alla moda, rimorchiano e vanno a letto con il primo conosciuto, ma amano anche e soffrono. Sanno essere spietate e dolci, ciniche e disilluse, svampite e saggie. Non c’è un “aut aut”, ma le loro storie sono colorate con tutte le sfumature che l’universo femminile può offirere. A mio avviso è il modo più reale possibile di raccontare il mondo e l’universo delle donne, di questo ultimo decennio, attraverso un prodotto televisivo.

«Il romanticismo non esiste senza del buon sesso!» (Miranda)

Ma nel titolo non c’è solo il “sesso”, c’è anche La City, New York. Questa città non è solo una location dove ambientare storie, ma è stata spesso definita la quinta protagonista della serie. Oltre le innumerevoli panoramiche che le vengono dedicate, i primi piani sui locali più “in” frequentati dalle ragazze, le immense strade piene di gente frenetica che va a lavoro o esce il sabato sera, le avenue stracolme di taxi che lavorano a pieno ritmo a qualsiasi ora del giorno e della notte, la Città ha un vero e proprio rapporto con i personaggi, una sua vita, una sua anima che interagisce con essi. In particolare Carrie parla spesso di quanto ami New York e di quanto per lei sia magico poterci vivere. Nel corso della quinta stagione arriva a definirsi “fidanzata” con essa e dopo una festa arriva a un ragazzo con cui usciva proprio perchè si era permesso di parlare male della Grande Mela.

Ultimo argomento, ma non per questo meno importante, in Sex and the city si parla di Amicizia.Perchè se c’è una cosa che puntata dopo puntata e stagione dopo stagione (e anche film dopo film) non cambia e non passa, ma anzi si rafforza è l’amicizia tra Carrie, Samantha, Charlotte e Miranda. All’inizio della quarta stagione Charlotte le definisce “anime gemelle” l’una dell’altra. Questa è la frase che più di tutte racchiude l’essenza di quella “sorellanza” che ogni donna, almeno una volta nella vita, prova e vive.

«Non conta chi ti ha spezzato il cuore o quanto ci vuole per guarire, non ce la farai mai senza le tue amiche.»(Carrie)

Ecco i motivi fondamentali perchè in cinque anni, Sex and the city è riuscito a riunire davanti al televisionre le più variegate tipologie di pubblico, non solo femminile ma anche maschile. E’ stata la base su cui poi sono venute moltre altre serie e film (Il Diario di Bridget Jones fa parte dello stesso genere e, come S.a.t.C. è tratto anche lui da un libro del tipo chick lit). Chissà se è solo un caso che proprio nel 2004, mentre andava in onda l’ultima stagione di questa serie TV, è iniziato “L word”, ovvero il telefilm che è stato spesso definito il “sex and the city lesbico”, che guarda caso al suo debutto portava come tag-line ideata da Showtime “Same sex, different city” (L word è ambientato a Los Angeles). Per concludere direi che questo è un altro, degli infiniti colpi messi a segno dalla HBO, a cui prima o poi scriverò un omaggio.

«Dieci anni fa gli uomini di un commando specializzato operante in Vietnam vennero condannati ingiustamente da un tribunale militare. Evasi da un carcere di massima sicurezza si rifugiarono a Los Angeles, vivendo in clandestinità. Sono tuttora ricercati, ma se avete un problema che nessuno può risolvere – e se riuscite a trovarli – forse potrete ingaggiare il famoso A-Team»

Torniamo a parlare dei favolosi anni ’80. Il decennio che di più  ha  lanciato serie televisive divenute parte integrante della mitologia telefilmica delle generazioni a venire.

Oggi parliamo degli A- Team. La frase con cui ho aperto questo articolo era l’introduzione alla sigla. Già alcune cose ci lasciano perplessi: militari che evadono da un carcere di massima sicurezza, per quanto siano stati condannati ingiustamente, si rifugiano a LOS ANGELES??? Certamente! E che tu vuoi che di tutti i posti sperduti del mondo i militari ti vanno a cercare proprio a L.A.??? Un po’ come dire “rifugiamoci nel posto più improbabile” che ha anche una sua logica, ma non spiega come tu non riesca ad incontrare mai nessuna delle persone che ti sta dando la caccia, in modo particolare se non tieni proprio un “basso profilo”, ma vai in giro a sparare alle persone, a dare caccia ai criminali e spesso interagisci con la polizia. Ma questi sono gli anni ’80, questo è un telefilm di azione e tante domande non andrebbero poste. Quindi va tutto bene e ci prendiamo i nostri amici militari buoni, che non uccidono nessuno e fanno sempre il bene.

Ma chi sono questo A-Team? Sono un gruppo di militari che durante la guerra del Vietnam (e come te sbagli?) sono vittime di un errore giudiziario e vengono condannate per un crimine che non hanno mai commesso. Dopo una rocambolesca fuga si danno alla macchia (per modo di dire…) e iniziano a fare i mercenari per L.A. Ovviamente sono mercenari che lavorano solo per alcuni clienti che costituiscono la parte “debole” della popolazione e loro li liberano dai sopprusi dei “cattivi”. La squadra era formata da:

I protagonisti
  • Hannibal o il Colonnello, la mente del gruppo e l’organizzatore, si contraddistingue perchè ha sempre un sigaro spento in bocca e porta guanti neri di pelle.
  • L’affascinante Sberla, utilissimo per il suo modo elegante e “molto poco militare” per le missioni in cui i nostri protagonisti doveva infiltrarsi in qualche organizzazione.
  • Il muscolosissimo e cattivissimo Mr.T. Negli anni ’80 andava fortissimo. Il suo personaggio è uno stereotipo allo stato puro: nero e pieno d’oro, tutto muscoli azione e poco cervello. Dal cuore grande con i più deboli. Anche se stereotipato, lo abbiamo amato tutti, finchè in Rocky 3 non uccide Mickey e saremmo saliti noi sul ring per massacrarlo di botte.
  • Murdock, il Capitano e il matto di turno. Non matto per modo di dire, è veramente pazzo. In realtà, se non ricordo male lui non era ricercato dai militari, ma era fuggito da un’ospedale psichitrico e si unisce spesso alla squadra grazie alla sua abilità nel pilotare gli elicotteri. Sicuramente uno dei personaggi più simpatici della serie.

Da citare è il furgone nero su cui l’A-Team si sposta (anche questo devo dire molto in incognito, eh?!):

Il furgone dell’A-Team

Assolutamente delizioso. Se mi fosse mai dovuto servire un furgoncino, di sicuro avrei voluto una cosa del genere. Con le borchie rosse, la striscia che fa il giro del furgoncino, il rinforzo anteriore…oltre a non dare assolutamente nell’occhio (!) è veramente fico!

Purtroppo l’anno scorso anche A-Team è stato vittima del remake cinematografico che in questo periodo va tanto di moda. Non l’ho visto, sono sincera, e anche se due dei tre protagonisti originali vi hanno partecipato, quelli che non l’hanno fatto si sono detti molto delusi. Dal trailer e da quello che ho letto in giro, sembra un mix di azione, parodie che richiamano ad altri film e “idee” che ammiccano ad una trama orginale. A cosa serve rifare un film così, se non c’è nulla di inedito? SE dietro non c’è un’idea?

Ad ogni modo la sigla rimane uno dei must più importanti di questo telefilm. Chi non ci si è mai fomentato? Chi non se l’è canticchiata mentre andava per un bosco e quando giocava a fare “i militari”? Rimane una base miliare per le colonne sonore della generazione “anni ’80”.

Dopo tanto averci girato intorno oggi parliamo di Dawson’s creek. Personalmente è il primo telefilm della mia adolescenza. Come già accennato in precedenza è stata una di quelle serie che ci si fermava dal fare i compiti per vederla (sì io ero una di quelle che si metteva a fare i compiti subito dopo pranzo: prima iniziavo, prima finivo, prima facevo quello che mi pareva), oppure si andava a casa della propria migliore amica la sera per vederla insieme, parlarne il giorno dopo a scuola e così via. A differenza di Beverly Hills per cui eravamo troppo piccoli per capire in pieno di che si parlava, con Dawson’s creek eravamo adolescenti come loro (o meglio come i personaggi visto che gli attori ci mancava poco fossero padri e madri di famiglia) e quindi ci sentivamo molto più coinvolti da ciò che accadeva durante ogni episodio. Ritengo sia stato questo il fattore che ci ha completamente azzerato la capacità di renderci veramente conto di quanto Katie Holmes fosse una cagna a recitare (probabilmente per il suo copione usavano i tasti rapidi per le uniche due espressioni che sapeva fare: corrucciata e arrabbiata), cosa di cui ci siamo accorti più in là con gli anni e per cui ringraziamo Tom Cruise di appartenere a Scientology così da non farla più recitare; non ci rendevamo conto neppure di quanto poco improbabili fossero dialoghi e situazioni, ma era un telefilm americano, parlava di adolescenti e ce lo facevamo bastare, perché in qualche modo (non si sa come) ci faceva battere il cuore.

Ecco i nostri sei protagonisti

Certo da un’analisi superficiale potremmo dire che di originale cìè bene poco: il protagonista del gruppo, Dawson (che in realtà è la trasposizione dell’ideatore della serie) è un ragazzo romantico e con il pallino per i film, vuole fare il regista ed è un giovane pieno di buoni sentimenti, con i genitori migliori che l’America possa offrire; ovviamente il suo migliore amico, Pacey, è la sua nemesi: cuore buono, ma svogliato, stupidotto e con una famiglia di bastardi senza ritegno. Intreccia una relazione scandalo con una sua professoressa cosa che, lo metterà sempre a disagio e imbarazzo. Poi c’è lei, Joey, la ragazza della porta accanto: bella, dolce, intelligente. Quella che non ti spieghi come è possibile sia sempre single. Quella che una volta conosciuta capisci perché è sempre single. A parte la famiglia sfigata (madre morta e padre in galera), riesce a interpretare molto bene il ruolo della verginella puritana che “zampetta le palle” a tutti quelli che invece di passare l’adolescenza da frustrati lavoratori vogliono anche pensare a divertirsi. Come Pacey è complementare a Dawson, così Jen lo è con Joey. Arriva dalla grande città nella piccola Capeside; Jen ha i genitori che non gliene frega nulla della figlia, ma una volta sorpresa a fare un festino tutto sesso, droga e rock and roll la spediscono dalla nonna in mezzo alla campagna per farla redimere. Ci vogliono un paio di stagioni ma Jen poi diventa una persona “morigerata” con qualche problema però a trovare un ragazzo decente e ad abituarsi al candore spiazzante di Joey.

Dalla seconda stagione abbiamo anche Andy e Jack, due fratelli che diventeranno protagonisti a pieno della storia. La prima è il classico genio secchione, con diversi problemi tra cui la pazzia e quel pizzico di isterismo e sociopatia che rendono il personaggio perfetto per fare coppia con il povero Pacey; Jack invece è l’insicuro bravo ragazzo che si prende cura della madre e della sorella pazza che, con due così in famiglia così, a chi vuoi che interessa se sono gay? Ovviamente al padre che compare solo per dirgli “mi fai schifo vattene da qui”, come se il figlio finocchio fosse il più importante dei suoi problemi.

Questi sono i sei protagonisti attorno a cui gireranno tanti personaggi, più o meno importanti e anche se abbiamo già detto che i dialoghi erano spesso improbabili, va dato il merito di aver affrontato delle tematiche definite “scomode” per il genere a cui appartiene questo telefilm. Jack rappresenta una di esse. È uno dei pochi casi in cui uno dei protagonisti è dichiaratamente gay. Timido e insicuro, riesce a non diventare una macchietta di sé stesso, a non essere uno stereotipo ambulante nella storia. Con lui si affrontano i temi come l’omofobia, l’accettazione di sé, l’insicurezza e i pregiudizi sociali, che sono cose che alla fine non ti aspetti di vedere in una serie come Dawson’s creek.

ATTENZIONE SPOILER:

Voglio dire, alla fine della sesta stagione Jack si mette con il fratello di Pacey che dopo tanto attendere fa finalmente coming out e insieme adotteranno il figlio di Jen che morirà di parto: insomma se pensate che l’ultima messa in onda è stata nel 2003, parlava di cose che non erano proprio all’ordine del giorno, soprattutto per un teen drama. Ah in più Doug è un poliziotto e lo sceriffo di Capeside è il padre.

Ma non è solo l’omosessualità a farla da padrone, si parla di depressione, di anoressia, di droghe, di genitori che spacciano, di torbide relazioni tra studenti e professori e della gente povera che in America per andare al collage deve farsi il culo in quattro. Il tutto condito dalle storie d’amore, d’amicizia, di tradimenti e depressioni ormonali: tutto questo rende Dawson’s creek interessante.

Qualcuno potrebbe pensare che sia una copia di Beverly Hills, ma non è così. DsC condivide con i suoi colleghi ricconi solo il genere, perché riesce ad immedesimarsi negli anni in cui vive. Ricordate che proprio a riguardo del remake 90210 dicevamo che uno dei problemi è che cerca di essere esattamente come l’originale scordandosi che sono passati 20 anni? Ecco DsC invece si adatta agli adolescenti di fine XX secolo: dialoghi, problematiche e tematiche possono essere simili (parliamo sempre di adolescenti che vanno al liceo e si innamorano), ma non uguali. Il contesto anzitutto è diverso: Beverly Hills è uno dei quartieri più ricchi del mondo e si trova a Los Angeles, una delle più grandi città americane; mentre Capeside è una città ideale nel Massachusetts dove le persone hanno una casetta con il prato, la barchetta per attraversa il fiume e respirare aria pulita.

Perché poi alla fine della fiera anche il più cinico dei telespettatori, sotto sotto, quello che spera quando vede i telefilm è che le cose vadano per il meglio. Perché non sempre quello che vogliamo è la trasposizione perfetta della vita reale, ci basta la nostra per quello. Se ci appassioniamo a un telefilm, spesso è per sapere che, in un modo o nell’altro, le cose si aggiustano, il lieto fine in qualche modo può esserci. Alla fine della storia Joey non sceglie Dawson, ma Pacey; il padre di Dawson resta morto, nessuno si inventa che in realtà l’incidente stradale era una farsa; Jen rimane incinta di qualcuno che rimane ignoto e muore per dare alla luce la propria bimba. Quindi happy ending sì, ma con più di qualche episodio amaro sullo sfondo.

PS Una menzione speciale va fatta per la colonna sonora di tutto il telefilm. A mio avviso una delle più belle degli ultimi 10 anni.

Dopo tanto parlare dei pilastri della televisione anni ’80, siamo giunti a quello che è un telefilm che ha segnato i 90’s (tutti visto che è andato in onda dal 1990 al 2000): Beverly hills 90210. Ovviamente non sto parlando di quella pallida imitazione che da un paio di anni a questa parte sta tediando i nostri schermi, sto parlando dell’originale, quello simbolo della moda unica e orrenda che ha contraddistinto l’ultimo decennio del XX secolo. In qualche modo, Beverly hills ha segnato il modo di pensare a un telefilm per i ragazzi. Non so se questo dipenda più dal fatto che è stato per me la prima serie tv seguita con interesse e che in qualche modo poteva definirsi “da grande”, oppure fosse realmente così. So però che di sicuro ha lasciato un segno evidente in quegli anni lì.

Credo che sia stata la prima serie televisiva ad affrontare temi qual AIDS, omosessualità, sessualità eccetera nei gruppi di ragazzi. A pieno titolo viene indicato anche come il fondatore del “teen drama”.


Quanto era brutta la prima sigla???


Quanto, invece, si sentivano più fichi nella seconda?

È così legato al periodo a cui è andato in onda che uno dei motivi per cui il prequel/remake/sequiel (nessuno ancora ha capito cos’è) che stanno trasmettendo ora, non ha successo proprio perché decontestualizzato da quello che era l’originale Beverly Hills.

Il plot era quello adolescenziale di un gruppo di ragazzi di circa 16 anni che andava a scuola, scopriva la vita, si innamorava, combatteva con i problemi di tutti i giorni. Ovviamente il tutto girato e ambientato in una ricchissima e viziatissima Beverly Hills. Diciamo che ci siamo spesso chiesti perché i Walsh vivessero in uno dei quartieri più ricchi del mondo e poi non potevano permettersi di mandare entrambi i figli all’università: andare a vivere in un posto più umano e mettere da parte i soldi per dargli un’istruzione decente, no? Comunque, al di là di queste domande che non si dovrebbe porre mai nessuno quando si guarda un telefilm, se vediamo con un occhi più critici e concreti la storia, vediamo che ce n’erano parecchi di interrogativi. Il primo su tutti era: chi vestiva Steve? Vi ricordate le orrende camice che sfoggiava ad ogni episodio? Sì erano inguardabili e inconcepibili anche negli anni ’90 e ci siamo chiesti spesso se agli sceneggiatori il suo personaggio non fosse stato imposto in qualche modo, visto che già aveva una vita abbastanza sfigata e a tratti irrilevante, nessuno credeva potesse anche essere condannato a vestirsi in modo così insopportabile. Non poteva bastare l’averlo dipinto come il bullo meno fico e più inutile della storia, no hanno pensato, visto che era belloccio, pieno di muscoli e biondo, di renderlo in più di un’occasione, ridicolo.

Chi poi non si è chiesto se Tori Spelling “recitasse” (da sottolineare il virgolettato) solo perché aveva lo stesso cognome del produttore delle serie? In più, ok che abbiamo già più volte sottolineato come in quegli anni la moda fosse un pochino atroce, ma c’era bisogno di sottolinearlo così tanto facendo delle orrende acconciature ad Andrea? Che a dispetto di quello che si possa pensare era una donna e, forse, di tutta la serie era anche la più sfigata: la secchiona che sa sempre cosa è giusto, la vergine di ferro, quella severa e inamovibile, quella truccata, vestita e acconciata nel peggiore dei modi; la meno fica e la meno corteggiata (sì Donna, al secolo Tori Spelling, aveva più corteggiatori di Andrea) e più povera pure dei Walsh. La poveraccia che sbava per anni dietro a Brendon che però la vede solo come un’amica anche se però la stima tanto. Quando finalmente si decide a non pensare più al belloccione con la folta chioma, incontra uno gliela dà e resta incinta: “one shoot, one kill”. Per la serie meglio essere stupidi e fare la vita da superfichi, che intelligenti e sfigati fino all’ultimo episodio della quinta stagione (infatti nelle ultime quattro stagione la Carteris non è presente).

Durante lo svolgimento della storia, il nostro gruppo di amici si troverà ad affrontare tutti i problemi adolescenziali più comuni e meno: genitori che si separano, i primi amori, il sesso, AIDS, la scuola, la droga, l’anoressia, i sogni, i lavoretti per arrotondare (questo era un problema solo della famiglia Walsh visto che tutti gli altri, vivendo a Beverly Hills, potevano tranquillamente scialacquare il patrimonio di famiglia), contendersi il bello e dannato della scuola:

Una delle pietre miliari era Dylan, al secolo, Luke Perry, uno tra gli attori meno indicati per recitare in un cast di 15-16enni visto che a 20 anni ne dimostrava almeno 15 di più. Era veramente surreale. Nonostante la Fox non ci avrebbe scommesso uno scellino, il Sig. Spelling decise di pagare l’attore di tasca sua, tanto credeva nel suo personaggio e così, da iniziale ragazzotto ai margini della storia ne diventa uno dei fulcri assieme a Brandon e, del resto, come avrebbe potuto non essere che così? Cresce e vive da solo, bello e dannato, jeans e giacca di pelle, già stempiato, con una macchina che neanche Marlon Brando all’apice della carriera (a momenti) ce lo vedevi andare in giro. Ok doveva essere il ragazzo per cui le due protagoniste femminili avrebbero litigato per 5 stagioni, ma c’è modo e modo di costruire la vita di un 16enne e renderla un “tantinino” più reale. Ma del resto a chi vedeva Beverly Hills 90210, della realtà o verosimiglianza se ne sbattevano altamente. Resta che la relazione che legava Dylan con Brenda (sì la sorella di Brendon si chiamava BRENDA…che sforzo di immaginazione gli sceneggiatori, eh?) e poi Dylan con Kelly ci ha tenuti in scacco per diverso tempo. Poi a sciogliere questo triangolo amoroso è intervenuta la stessa attrice che interpretava Brenda, tenendo un comportamento che ha fatto dire ai produttori un semplice e carino “fuori dalle balle” e così Shannen Doherty ha preso baracca e burattini ed è andata a glitterare nel cast di “streghe” qualche anno più tardi (dove è stata cacciata anche da lì).

Fin qui potrete notare come, in un certo senso, Beverly Hills ricalchi le orme del mitico “Happy days”: Dylan ci ricorda un po’ Fonzie (anche se quest’ultimo era molto più divertente e spensierato del nostro amico dalla fronte talmente ampia da poterci giocare a golf) e come lui diventerà socio del Peach Pit, gestito da un’italo americano (Nat in Beverly Hills, Arnold su Happy days); Brandon lavora al giornale della scuola come Richard Cunningham, e i suoi genitori fanno parte integrante della serie televisiva, così come la sorella è una delle protagoniste; altrettanto Steve e David sembrano ricalcare le orme di Ralph e Potsie, sia con la nomea di “buffoni” del gruppo, che con le scelte che faranno crescendo.

Poi abbiamo il personaggio dei personaggi, una specie di “capo dei capi” della serie, Brandon. È il classico ‘bello e bravo’. Lui è bravo a scuola, sa sempre cosa è giusto, difende gli sfigati, lavora per dare una mano a casa, scrive nel giornale della scuola e non prende mai per il culo le ragazze (bhè quasi mai). Il suo degno erede difatti sarà Dawson. Ovviamente “da grande” viene preso nientemeno che dal Washington Post in persona!

Come non spende infine due parole anche per Donna e David? Si di loro non si può che parlarne in coppia. Se fossero due animali sarebbero due pappagallini “inseparabili”. Fanno coppia fissa dal primo liceo in poi. Anche se eravamo tuttosommato piccoli, David da noi ha ricevuto tutta la nostra ammirazione per essere riuscito non cornificare Donna, che aspettava il matrimonio per mollargliela. E bhè, lei è (anacronisticamente) una vergine di ferro, succube dei duri insegnamenti di una madre severa che, nonostante abbia come migliora amica Kelly (tutta sesso, droga e anoressia), rimane fedele ai suoi principi e fa venire i calli a David per 10 anni. Per questo l’ultima puntata di tutta la serie si chiude con il loro matrimonio e l’idea, lasciata all’immaginazione, che finalmente i due potessero consumare il loro amore in modo un pochino più carnale.

Inoltre possiamo ricordare i numerosi cameo e partecipazioni che i 10 anni di questo telefilm ha vissuto, tra i nomi più famosi spiccano Hilary Swank, Emma Caulfield (che ritroveremo dalla quarta stagione in Buffy), Casper Van Dien e Jason Wiles. Inoltre in diversi episodi i protagonisti si sono voluti spesso cimentare come registi di singoli episodi. Questo a testimonianza di quanto, da un certo punto di vista, Beverly Hills cercasse di essere innovativa. Non è solo una serie TV che ha creato il genere del “teen drama”, ma è stata anche la più longeva del suo genere (con 296 episodi all’attivo). Ha vinto diversi premi in mezzo mondo e ha segnato la strada a quelli che saranno Dawson’s creek e, in gran parte anche Buffy. A proposito dell’ammazzavampiri, ho una piccola curiosità: il liceo dove vanno i nostri protagonisti del quartiere più ricco di Los Angeles è lo stesso che fa da sfondo alle avventure della Cacciatrice (anche le scene di quando vanno al college sono girate nella stessa scuola). In realtà, se qualcuno si trovasse a visitare L.A., il nome reale è Torrance High School situata al 2.220 W.Carson St.

Arrivati alla fine, non posso menzionare chi ha dato tanto per alimentare il successo di questa serie televisiva: i Prophilax! A i pochi che non sono di Roma, molto probabilmente questo gruppo è sconosciuto. Non sono proprio degli artisti sublimi. Sono famosi per essere demenziali e per essere stati scomunicati, ma anche e soprattutto per aver ridoppiato in maniera sublime proprio Beverly Hills. Qui di seguito vi lascio questa perla, avvisandovi che se siete troppo sensibili non è il caso di vederlo, visto che è pieno di bestemmie, parolacce, battute scadenti e oscene; ma è anche doppiato in maniera artisticamente perfetta, con un adattamento dei dialoghi che rasenta la genialità e per tutte le risate che mi hanno fatto fare, personalmente li ringrazio.

Dopo tanto parlare dei pilastri della televisione anni ’80, siamo giunti a quello che è un telefilm che ha segnato i 90’s (tutti visto che è andato in onda dal 1990 al 2000): Beverly hills 90210. Ovviamente non sto parlando di quella pallida imitazione che da un paio di anni a questa parte sta tediando i nostri schermi, sto parlando dell’originale, quello simbolo della moda unica e orrenda che ha contraddistinto l’ultimo decennio del XX secolo. In qualche modo, Beverly hills ha segnato il modo di pensare a un telefilm per i ragazzi. Non so se questo dipenda più dal fatto che è stato per me la prima serie tv seguita con interesse e che in qualche modo poteva definirsi “da grande”, oppure fosse realmente così. So però che di sicuro ha lasciato un segno evidente in quegli anni lì.

Credo che sia stata la prima serie televisiva ad affrontare temi qual AIDS, omosessualità, sessualità eccetera nei gruppi di ragazzi. A pieno titolo viene indicato anche come il fondatore del “teen drama”.

È così legato al periodo a cui è andato in onda che uno dei motivi per cui il prequel/remake/sequiel (nessuno ancora ha capito cos’è) che stanno trasmettendo ora, non ha successo proprio perché decontestualizzato da quello che era l’originale Beverly Hills.

Il plot era quello adolescenziale di un gruppo di ragazzi di circa 16 anni che andava a scuola, scopriva la vita, si innamorava, combatteva con i problemi di tutti i giorni. Ovviamente il tutto girato e ambientato in una ricchissima e viziatissima Beverly Hills. Diciamo che ci siamo spesso chiesti perché i Walsh vivessero in uno dei quartieri più ricchi del mondo e poi non potevano permettersi di mandare entrambi i figli all’università: andare a vivere in un posto più umano e mettere da parte i soldi per dargli un’istruzione decente, no? Comunque, al di là di queste domande che non si dovrebbe porre mai nessuno quando si guarda un telefilm, se vediamo con un occhi più critici e concreti la storia, vediamo che ce n’erano parecchi di interrogativi. Il primo su tutti era: chi vestiva Steve? Vi ricordate le orrende camice che sfoggiava ad ogni episodio? Sì erano inguardabili e inconcepibili anche negli anni ’90 e ci siamo chiesti spesso se agli sceneggiatori il suo personaggio non fosse stato imposto in qualche modo, visto che già aveva una vita abbastanza sfigata e a tratti irrilevante, nessuno credeva potesse anche essere condannato a vestirsi in modo così insopportabile. Non poteva bastare l’averlo dipinto come il bullo meno fico e più inutile della storia, no hanno pensato, visto che era belloccio, pieno di muscoli e biondo, di renderlo in più di un’occasione, ridicolo.

Chi poi non si è chiesto se Tori Spelling “recitasse” (da sottolineare il virgolettato) solo perché aveva lo stesso cognome del produttore delle serie? In più, ok che abbiamo già più volte sottolineato come in quegli anni la moda fosse un pochino atroce, ma c’era bisogno di sottolinearlo così tanto facendo delle orrende acconciature ad Andrea? Che a dispetto di quello che si possa pensare era una donna e, forse, di tutta la serie era anche la più sfigata: la secchiona che sa sempre cosa è giusto, la vergine di ferro, quella severa e inamovibile, quella truccata, vestita e acconciata nel peggiore dei modi; la meno fica e la meno corteggiata (sì Donna, al secolo Tori Spelling, aveva più corteggiatori di Andrea) e più povera pure dei Walsh. La poveraccia che sbava per anni dietro a Brendon che però la vede solo come un’amica anche se però la stima tanto. Quando finalmente si decide a non pensare più al belloccione con la folta chioma, incontra uno gliela dà e resta incinta: “one shoot, one kill”. Per la serie meglio essere stupidi e fare la vita da superfichi, che intelligenti e sfigati fino all’ultimo episodio della quinta stagione (infatti nelle ultime quattro stagione la Carteris non è presente).

Durante lo svolgimento della storia, il nostro gruppo di amici si troverà ad affrontare tutti i problemi adolescenziali più comuni e meno: genitori che si separano, i primi amori, il sesso, AIDS, la scuola, la droga, l’anoressia, i sogni, i lavoretti per arrotondare (questo era un problema solo della famiglia Walsh visto che tutti gli altri, vivendo a Beverly Hills, potevano tranquillamente scialacquare il patrimonio di famiglia), contendersi il bello e dannato della scuola:

Una delle pietre miliari era Dylan, al secolo, Luke Perry, uno tra gli attori meno indicati per recitare in un cast di 15-16enni visto che a 20 anni ne dimostrava almeno 15 di più. Era veramente surreale. Nonostante la Fox non ci avrebbe scommesso uno scellino, il Sig. Spelling decise di pagare l’attore di tasca sua, tanto credeva nel suo personaggio e così, da iniziale ragazzotto ai margini della storia ne diventa uno dei fulcri assieme a Brandon e, del resto, come avrebbe potuto non essere che così? Cresce e vive da solo, bello e dannato, jeans e giacca di pelle, già stempiato, con una macchina che neanche Marlon Brando all’apice della carriera (a momenti) ce lo vedevi andare in giro. Ok doveva essere il ragazzo per cui le due protagoniste femminili avrebbero litigato per 5 stagioni, ma c’è modo e modo di costruire la vita di un 16enne e renderla un “tantinino” più reale. Ma del resto a chi vedeva Beverly Hills 90210, della realtà o verosimiglianza se ne sbattevano altamente. Resta che la relazione che legava Dylan con Brenda (sì la sorella di Brendon si chiamava BRENDA…che sforzo di immaginazione gli sceneggiatori, eh?) e poi Dylan con Kelly ci ha tenuti in scacco per diverso tempo. Poi a sciogliere questo triangolo amoroso è intervenuta la stessa attrice che interpretava Brenda, tenendo un comportamento che ha fatto dire ai produttori un semplice e carino “fuori dalle balle” e così Shannen Doherty ha preso baracca e burattini ed è andata a glitterare nel cast di “streghe” qualche anno più tardi (dove è stata cacciata anche da lì).

Fin qui potrete notare come, in un certo senso, Beverly Hills ricalchi le orme del mitico “Happy days”: Dylan ci ricorda un po’ Fonzie (anche se quest’ultimo era molto più divertente e spensierato del nostro amico dalla fronte talmente ampia da poterci giocare a golf) e come lui diventerà socio del Peach Pit, gestito da un’italo americano (Nat in Beverly Hills, Arnold su Happy days); Brandon lavora al giornale della scuola come Richard Cunningham, e i suoi genitori fanno parte integrante della serie televisiva, così come la sorella è una delle protagoniste; altrettanto Steve e David sembrano ricalcare le orme di Ralph e Potsie, sia con la nomea di “buffoni” del gruppo, che con le scelte che faranno crescendo.

Poi abbiamo il personaggio dei personaggi, una specie di “capo dei capi” della serie, Brandon. È il classico ‘bello e bravo’. Lui è bravo a scuola, sa sempre cosa è giusto, difende gli sfigati, lavora per dare una mano a casa, scrive nel giornale della scuola e non prende mai per il culo le ragazze (bhè quasi mai). Il suo degno erede difatti sarà Dawson. Ovviamente “da grande” viene preso nientemeno che dal Washington Post in persona!

Come non spende infine due parole anche per Donna e David? Si di loro non si può che parlarne in coppia. Se fossero due animali sarebbero due pappagallini “inseparabili”. Fanno coppia fissa dal primo liceo in poi. Anche se eravamo tuttosommato piccoli, David da noi ha ricevuto tutta la nostra ammirazione per essere riuscito non cornificare Donna, che aspettava il matrimonio per mollargliela. E bhè, lei è (anacronisticamente) una vergine di ferro, succube dei duri insegnamenti di una madre severa che, nonostante abbia come migliora amica Kelly (tutta sesso, droga e anoressia), rimane fedele ai suoi principi e fa venire i calli a David per 10 anni. Per questo l’ultima puntata di tutta la serie si chiude con il loro matrimonio e l’idea, lasciata all’immaginazione, che finalmente i due potessero consumare il loro amore in modo un pochino più carnale.

Inoltre possiamo ricordare i numerosi cameo e partecipazioni che i 10 anni di questo telefilm ha vissuto, tra i nomi più famosi spiccano Hilary Swank, Emma Caulfield (che ritroveremo dalla quarta stagione in Buffy), Casper Van Dien e Jason Wiles. Inoltre in diversi episodi i protagonisti si sono voluti spesso cimentare come registi di singoli episodi. Questo a testimonianza di quanto, da un certo punto di vista, Beverly Hills cercasse di essere innovativa. Non è solo una serie TV che ha creato il genere del “teen drama”, ma è stata anche la più longeva del suo genere (con 296 episodi all’attivo). Ha vinto diversi premi in mezzo mondo e ha segnato la strada a quelli che saranno Dawson’s creek e, in gran parte anche Buffy. A proposito dell’ammazzavampiri, ho una piccola curiosità: il liceo dove vanno i nostri protagonisti del quartiere più ricco di Los Angeles è lo stesso che fa da sfondo alle avventure della Cacciatrice (anche le scene di quando vanno al college sono girate nella stessa scuola). In realtà, se qualcuno si trovasse a visitare L.A., il nome reale è Torrance High School situata al 2.220 W.Carson St.

Arrivati alla fine, non posso menzionare chi ha dato tanto per alimentare il successo di questa serie televisiva: i Prophilax! A i pochi che non sono di Roma, molto probabilmente questo gruppo è sconosciuto. Non sono proprio degli artisti sublimi. Sono famosi per essere demenziali e per essere stati scomunicati, ma anche e soprattutto per aver ridoppiato in maniera sublime proprio Beverly Hills. Qui di seguito vi lascio questa perla, avvisandovi che se siete troppo sensibili non è il caso di vederlo, visto che è pieno di bestemmie, parolacce, battute scadenti e oscene; ma è anche doppiato in maniera artisticamente perfetta, con un adattamento dei dialoghi che rasenta la genialità e per tutte le risate che mi hanno fatto fare, personalmente li ringrazio.

Quanta persone conoscete che, almeno una volta nella vita, avrebbero voluto capire come faceva MacGyver a costruire tutto quello che gli serviva con le cose che aveva a disposizione in casi di emergenza? Io ne conosco tante e mi includo tra di esse.

L’agente segreto più pacifista e ingegnoso della storia della Tv ha esaltato diverse generazioni di telespettatori con le sue soluzioni imprevedibili. In realtà la trama è molto semplice,  il vero motivo per cui la maggior parte di noi lo seguiva era il sapere che cosa si sarebbe inventato nella prossima puntata per salvarsi la pelle o per farla a qualche cattivone di turno.

In Italia MacGyver  (o Mc, nessuno hai mai saputo come si scrivesse: leggenda vuole che entrambi i modi siano esatti) è andato in onda in Italia dal 1988 al 1994 per ben sette stagioni. Tanto in America quanto nel nostro paese è stato un successo inaudito (tanto da vincere anche un Telegatto), a cui hanno seguito due film per la televisione, McGyver e il tesoro perduto di Atlantide e McGyver e il giorno del giudizio (andati in onda rispettivamente sulla ABC e su Italia 1) a cui però non hanno fatto seguito una grande odience visto che per questioni di copyright lo stile e i personaggi erano diversi.

Chi è il nostro Angus MacGyver? È un agente segreto governativo, un tipo solitario che odia la violenza e non usa le armi. Anzi le detesta in quanto da giovane perse un suo amico  che giocava con una pistola carica. Non fuma e non beve, in quanto da giovane ha perso un suo amico che si era messo alla guida ubriaco (e che cazzo a McGà! Non è che puoi sterminà l’amici tua così impari a fare il bravo ragazzo!). Aiuta i deboli, rispetta sempre l’ambiente, crede nella legge e nonostante il fascino è un single d’acciaio. Già perché una delle caratteristiche principali di questo telefilm è che il protagonista non rientra proprio negli stereotipi dell’eroe di quegli anni lì: niente sex symbol che cambia donna ad ogni puntata, niente raffiche di mitraglia, niente muscoli e niente inseguimenti. Qui quello che conta è avere un cervello e una buona conoscenza della fisica e della chimica. Chissà quanti bambini hanno iniziato ad interessarsi a queste materie guardando le avventure del nostro agente segreto. Un sondaggio assurdo fatto in America lo ha confermato come uno dei paladini preferiti USA: con il 27% delle preferenze McGyver è risultato l’uomo che gli americani vorrebbero vicino in una situazione di pericolo. E forse non è così strano in un paese con il costante problema delle troppe armi in circolazione, che venisse esaltato così tanto un’eroe armato solo di coltellino svizzero e un quoziente d’intelligenza notevolmente alto. Sarebbe il caso che la Victorinox ringraziasse da qualche parte gli sceneggiatori di questo telefilm che tanto ha contribuito ad accrescere la leggenda e l’immaginario dei mitici coltelli multiuso.

Con l’avanzare delle stagioni, capita anche che Angus (si McGyver in realtà aveva anche un nome anche se tutti, anche gli amici più stretti lo chiamavo per cognome) dica qualche frase molto autocelebrativa e chiaramente ironica sulle sue capacità creative

Tu dammi due sigarette e un secchio di sabbia e io ti faccio la Muraglia Cinese”

Che gran simpaticone eh? Ovviamente tutto ciò non ha fatto che alimentare il mito dell’uomo che combatteva i cattivi senza le armi e senza violenza. Il web è pieno di siti che prendono in giro il suo ingengo, ma soprattutto mitizzano la graffetta, l’oggetto più utilizzato dopo il coltellino svizzero, tanto da scomodare la filosofia per chiedersi:

Sebbene sia evidente che MacGyver sia in grado di creare tutto a partire da una graffetta, non è ancora dimostrato se sappia creare una graffetta partendo da tutto, per la teoria dei sillogismi.”

(dalla “Non enciclopedia”)

Inoltre negli anni ’90 erano parecchie le barzellette che facevano riferimento a lui (“un drogato entra in una farmacia e chiede:”mi dai una siringa che mi faccio una pera?” “E chi sei McGyver???”).

Una notevole rivalutazione inoltre l’ha avuta a metà del primo decennio del XXI secolo, ovvero da quando il termine “geek” ha iniziato ad assumere una connotazione positiva. Il termine è di derivazione inglese e indica, in linea di massima, una persona predisposta ad avere una forte devozione verso alcuni campi ben determinati. Non vanno confusi con i nerd. Il geek è più un tipo alla McGyver, uno smanettone, uno a cui piace la tecnologia e gli piace trafficare con essa. Con il tempo il termine si è esteso anche ad altri interessi, soprattutto manga, anime, serie televisive, ma fondamentalmente il geek è uno come il nostro eroe, non uno sfigato né un adone, non è il primo della classe e non gli interessa esserlo, gli piace mettere alla prova le sue conoscenze.

Per concludere, se vi piacciono i telefilm d’azione ma siete stufi dei soliti eroi tutti muscoli, violenza, belle donnine e battute di bassa lega, questo è quello che fa per voi. Nonostante i suoi 20 anni suonati, è di sicuro un telefilm che conserva intatto il suo fascino e per cui non siete obbligati a seguire una trama, visto che ogni puntata fa a sé.

Come promesso tempo fa a Lucia, eccoci arrivati a uno dei pilastri dei cartoni animati giapponesi. Dopo aver parlato di anime sportivi, approdiamo a quelli “di menare” tanto famosi negli anni ’80: Kenshiro. Come è ormai scontato, il cartone è tratto dall’omonimo manga. La storia si svolge in un mondo post disastro atomico, dove le leggi del vivere civile non esistono più, ma solo la regola del più forte. Cibo e acqua scarseggiano, la schiavitù è tornata di moda e i più deboli sono alla mercè di gruppi più o meno intelligenti di delinquenti. In questo roseo panorama tutto ciò che più dare una certa stabilità è la sopravvivenza di diverse scuole di arti marziali, una delle quali e probabilmente la più famosa e potente è quella di Hokuto (per esteso: La Divina Scuola di Hokuto), di cui Ken è il legittimo successore per linea di sangue assieme al fratello Hyou.

Il carattere del nostro protagonista subirà un’evoluzione durante lo svolgersi della storia, tanto a livello caratteriale (la storia inizia con un Ken 20enne e termina circa 10 anni dopo), quanto a livello fisico (inizialmente assomiglia più a Bruce Lee, mentre sul termine ricorda più un fratello di Stallone). Il segno di riconoscimento che lo contraddistingue sono le sette ferite ricevute dopo un combattimento contro Shin che gli aveva fregato la ragazza, Julia. Tali ferite formano la costellazione dell’Orsa Maggiore, simbolo della scuola di Hokuto. Ma ciò che più risalta del nostro eroe sono i suoi modi riservati e pacati, l’aria pacifica e l’apparente distacco da ciò che lo circonda; caratteristiche nettamente in contrasto con il Ken in versione incazzata, che fa maledire ai suoi nemici di essere sopravvissuti al disastro atomico. Non solo i suoi vestiti vanno in mille pezzi, ma i muscoli si pompano all’istante (mutazione da radiazioni oppure nel futuro avranno degli steroidi da far invidia i cavalli?), gli si drizzano i capelli e sul viso gli si forma uno sguardo da pazzo assassino. Ovviamente una delle prime cose che verrebbe da chiedersi è: come fa Ken a buttare una maglietta a episodio e a ritrovarla sempre uguale in un mondo in cui si e no se si riesce a bere acqua potabile? Ma arrivati fino a qui, avremo tutti capito che davanti agli anime, queste domande non si pongono.

Come arriva il protagonista a meritarsi l’appellativo di “Salvatore del secolo”? In realtà tutto quello a cui mirava era salvare Julia, sposarla e vivere felici e contenti in pace in qualche angolo remoto del mondo. Grazie a Shin che gli uccide la donna, il suo bel progettino se ne va a puttane e Ken decide così di iniziare a girare per il mondo a rompere il culo ai cattivoni. Essere l’erede della scuola di Hokuto, ovviamente, gioverà molto al suo scopo. Egli arriverà alla piena consapevolezza del suo corpo, imparerà tutte le tecniche segrete dei suoi antenati e ci fomenterà la vita quando, con la sola pressione di quelli che lui chiama punti vitali, lascerà 10 secondi di vita agli avversari per il gusto di dirgli “tu sei già morto!” per poi vedere le loro teste esplodere (quanto volte ci siamo gasati alla vista di questa scena?), ma soprattutto agli urletti alla Bruce Lee di quando colpiva così velocemente che sembrava avesse mille mani: estasi da combattimento allo stato puro (la tecnica, per l’appunto, si chiamava i 100 punti distruttivi di Hokuto).

Ma chi sono i nemici più temuti?

Primo fra tutti metto Raoul. Soprannominato “il Re” e suo fratellastro. Rosica perché il loro padre ha nominato Ken, il più piccolo dei quattro figli adottivi, erede della loro scuola (Kenshiro significa proprio “quarto figlio del pugno”), perché aveva capito che Raoul era un tipo violento con smanie di potere e infatti prende e uccide Ryuken, il caposcuola. Non possiamo dire che non sia forte visto che in più di un’occasione pareggia se non addirittura supera in forza Ken; e neppure che sia totalmente cattivo visto che in alcune occasioni lo vediamo concedere degli sconcertanti slanci di generosità.

Troviamo poi il già citato Shin, della sacra scuola di Nanto, che è talmente pieno di sé da voler costruire un impero e si era fissato che la regina doveva essere Julia. All’epoca Ken era una persona veramente tanto mite e non gliene fregava nulla della gente che soffriva o che veniva pestata, lui aveva Julia e il resto veniva da sé. Dopo essere stato torturato e aver visto la sua donna andarsene via con Shin pur di non farlo morire, nasce in lui quella sana dose di violenza che lo porterà a polverizzare tutti quelli che si metteranno sul cammino che lo porterà alla vendetta del tutto inutile, perché una volta arrivato al palazzo del suo ormai potentissimo nemico, egli gli rivela che Julia per l’orrore dei suoi crimini si è suicidata.

Altro fratellastro molto affabile di Ken è Jagger che impazzisce appena viene a sapere che suo padre non gli ha lasciato la guida della scuola di Hokuto. Si autoinfligge le “stelle di Hokuto” sul petto per fare casino in giro e screditare il fratello. Venutolo a sapere, Ken indossa i vestiti (o meglio i non vestiti visto che vanno in mille pezzi) dell’incazzato e lo fa secco.

Souther è il rivale alla nomina a Imperatore di Raoul. Umilia Ken in duello e lo riduce quasi in fine di vita. Lo lascia marcire in carcere finché non sarà proprio l’inaspettato Raoul ad aiutarlo ad evadere e a curarlo. Dopo essersi rimesso in sesto, Ken scopre il segreto di Souther che lo rendeva quasi invincibile: ha gli organi al contrario, ecco perché i colpi segreti “che fanno esplodere” con lui non funzionano. Sfruttando tale conoscenza, al secondo tentativo Ken spaccherà il culo anche a quest’ultimo nemico.

Dopo quest’ultima lotta il nostro beniamino viene avvicinato da un gigante che gli rivela che Julia è ancora viva e che ella è in realtà l’ultimo guerriero di Nanto. A Ken non pare vero e fa di tutto per andare a recuperla. Affronta Raoul in un duello finale (a mio avviso il più bello di tutta la storia del cartone animato) in cui vedremo la tecnica più bella di quelle di Hokuto: Trasmigrazione attraverso Satori, ovvero le anime morte in battaglia danno forza a Ken per uccidere il suo odiato fratello. Morto il “cattivo dei cattivi”, il nostro guerriero prende la sua amata e finalmente se ne può andare a stare per i fatti suoi e fanculo gli affamati e i poveracci!

In realtà c’è un altro pezzo di storia che si svolge dieci anni dopo e che vede nemici di personalità e calibro minore. Diciamo che quella che è considerata la seconda serie non ha il mordente della prima. Troviamo sicuramente un Ken in gran forma, e i suoi amici Lyn e Bart sono cresciuti e hanno formato un gruppo di resistenza contro Jago, il cattivone che tiene sotto scacco la scuola di Cento. C’è il rapimento di Lyn sull’isola dei tre demoni, Ken deve uccidere i demoni, li uccide, fa il culo ai cattivoni, Lyn e Bart ci lasciano intuire che si mettono insieme e Ken decidere di fare lo spaccaculicattivi a tempo pieno in giro per il mondo.

Tante sono le citazioni ai cartoni e film dell’epoca, anche come semplici citazioni visive. Nella seconda stagione, ad esempio, ci sono due personaggi che ricordano molto Ivan Dragon (Rocky IV) e Freddy Mercury (Queen). Come già detto prima, le somiglianze di Ken con Bruce Lee (prima) e Stallone (dopo) sono volute, come anche i tratti di Raoul riprendono quelli di Schwarzenegger, tutti attori molto famosi in quegli anni. Le ambientazioni poi ricordano molto quelli dei western anni ’70-’80.

Ma dove va ricercato il successo di questo cartone? Personalmente uno dei fattori che ammiravo tanto da piccola era che il “buono” non era imbattibile, i cattivi potevano ed effettivamente erano più forti di Kenshiro. Era uno dei motivi per cui Yattaman mi piaceva ma alla lunga mi annoiava: i buoni vincono sempre i cattivi sempre perdono. Badate bene anche qui alla fine, ma è una conquista da parte del guerriero buono. Egli passa per torture, la prigionia, allenamenti massacranti, la perdita di amici per arrivare al proprio miglioramento personale, per raggiungere la forza che gli occorrono per sconfiggere chi fa del male. Il bene non è scontato sia più forte del male e, infondo, ciò che realmente muove Ken è la vendetta, non tanto la voglia di giustizia. In un cartone animato per bambini, non sono elementi da sottovalutare.

Vi lascio con la sigla introduttiva integrale, altro momento di vero fomento da ragazzini (e non!). Chi di voi non l’ha cantata almeno una volta da grande??

Riprendiamo a occuparci di cartoni animati. Frivolezze rispetto al precedente tema. Oggi parliamo di Holly e Benji e cosa c’è di più rilassante per un telespettatore di un cartone animato talmente assurdo da lasciarci solo sorride nel vedere stadi del liceo super affollati con tanto di telecronista, campi da calcio in salita, palloni che divento ovali e assumono improbabili traiettorie e via così, senza generare in noi reazioni eccessive e violente? Non ci sono puristi del calcio che urlano allo scandalo, nessuno che si sente preso in giro perché il Giappone arriva a vincere i mondiali battendo Inghilterra, Francia e Germania. Non accade nulla di tutto ciò; anzi la maggior parte delle persone quando ci ripensa sorride malinconica ripensando a quando da bambino guardava le loro partite e sognava, almeno una volta, di poter fare la “CATAPULTA INFERNALE”. Quando quasi tutto ci sembra possibile ed eravamo contenti che alla fine Holly portasse il Giappone sul tetto del mondo. E chi è che adesso durante una partita di calcetto tra amici non nomina neppure una volta uno dei nomi dei tanti protagonisti?

La storia prende origine dal manga omonimo, come si era soliti fare negli anni ’80. E’ una storia piena zeppa dei tipici valori della cultura nipponica: amicizia, cameratismo, lotta leale e rispetto, fino ad arrivare all’estremo sacrificio pur di vincere e di fare il bene della squadra. Infatti più di una volta i nostri beniamini mettono a rischio la loro salute (Julian Ross disputerà una partita pur avendo un disturbo al cuore che potrebbe ucciderlo). Essendo un cartone che noi tutti amiamo, nessuno si fermerà a chiedersi se questi ragazzi dei genitori ce li abbiano, quale sia la società sportiva che lascia giocare un ragazzo cardiopatico o quale sia il dottore che ne autorizza l’attività fisica.

Questi ragazzi si sottopongono ad allenamenti estenuanti, che durano interi pomeriggi e, a volte sere. Quando tornano a casa ancora ancora la forza per farlo correndo. Giocano partite che assomigliano più a una guerra civile, visti i frequenti infortuni, e l’agonismo che si respira in campo è così intenso da poter essere tagliato solo con una motosega; neppure a farlo apposta la prima sigla recitava “sembra partite gli allenamenti” e proseguiva dicendo “rendono i ragazzi felici e contenti”. Ora io non so gli adattatori o i parolieri italiani negli anni ’80 che uso di droghe facessero, ma probabilmente non avevano mai visto una puntata, visto il mazzo che si facevano quei ragazzini, non so quanto fossero “felici e contenti”, ma c’è da dire che questi il pallone spesso se lo portano pure a letto.

Ma in poche parole qual’è la trama? Semplice, c’è questo bambino, Oliver Hutton che arriva in un paesino del Giappone e subito ci fa capire di essere un piccolo campioncino del calcio. Incontra Arthur, un bambino del posto che sarà anche suo compagno di scuola, che gioca nella squadra della stessa che è composta, più o meno, da mezze seghe. Rivale della Newpie è la San Francis dove milita Benji, il super portiere quasi imbattibile. Per partecipare al campionato interscolastico nazionale (?) decidono di fondere le due squadre da cui nascerà la “gloriosa” NewTeam, di cui faranno parte anche Tom Becker (che formerà una coppia d’attacco fortissima assieme a Oliver), Bruce harper difensore che partita dopo partita diventerà sempre più forte e Alan Croker portiere timoroso chiamato a sostituire Benji dopo la sua partenza per la Germania. Alan si rivelerà la sorpresa più incredibile di tutta la squadra perché da timoroso estremo difensore riuscirà a tirare fuori piano piano il carattere, fino a diventare un discreto portierino. Durante il campionato avremo l’occasione per conoscere tutti i rivali (e futuri compagni di squadra in nazionale) del nostro protagonista.

Abbiamo la Mappet con il fortissimo Mark Lenders, un ragazzo alto una quaresima, dalle sempre perfette e inconfondibili maniche della maglietta arrotolate, il più grande rivale di Holly. Il suo sogno è vincere una borsa di studio per poter smettere di fare la fame e farsi un mazzo tanto a incollarsi le casse di frutta e verdura ai mercati generali; Ed Warner il portiere che visto che conosce le arti marziali è agilissimo e para a colpi di maowashikeri (calci rotanti laterali), fa le capriole e a mezz’aria riesce a cambiare la direzione verso cui si era buttato con la sola forza di una mano; Danny Mallow l’inseparabile compagno di Mark Lenders che gli serve più palloni lui di Pirlo in tutta la sua carriera. Poi c’è la Flainet, il cui unico campione degno di nota è Philippe Callaghan, centrocampista carismatico che trae il suo potere dalla fascetta che porta sempre in testa, regalo di una sua cara amica. La Mambo in cui milita Julian Ross, definito il miglior giocatore esordiente di tutto il Giappone, il cui limite è che “non gli regge la pompa” e che se gioca potrebbe morire: un’inezia! In qualsiasi situazione normale il bambino avrebbe avuto un semplice trauma da ragazzino strappato ai suoi sogni, in Holly&Benji invece lui continua a giocare nonostante tutto. Nella partita contro la NewTeam Oliver gioca male per dare a lui la possibilità di vincere quella che con molta probabilità sarà la sua ultima partita. Julian lo capisce, sbrocca a Holly e la Mambo perde. Da notare che nel secondo tempo invece di farsi sostituire Julian si poggia al palo e dirige la sua squadra meglio di Fellini durante le riprese di un film (come non amare questo cartone animato per il suo irrealismo???). In ultimo c’è la Hot Dog (si avete letto bene si chiamava così, i traduttori evidentemente si divertivano molto in quegli anni) squadra dei gemelli Derrik, inventori della famosissima catapulta infernale.

Questi sono gli “antagonisti” più importanti contro cui la NewTeam si scontrerà. A volte perdono, altre pareggiano, ma alla fine il campionato lo vincere la squadra biancoblu. Dopo questa vittoria arriva la convocazione in nazionale giovanile che vedrà tutti quelli che erano una volta rivali, militare nella stessa squadra come compagni. Ovviamente il nazionalismo degli scrittori dell’anime porta il Giappone a battere tutte le nazionali più forti (nel fumetto si trattava di un sogno di Holly), ma il nostro amore per il cartone animato, gli perdona anche questo e non possiamo che essere contenti quando i nostri eroi sollevano la coppa del mondo.

A differenza di molti cartoni animati, di Holly e Benji abbiamo diverse serie riproposte negli anni che parlano della crescita dei ragazzi e delle loro carriere. Anche la sigla cambia. Se “Holly e Benji, due fuori classe” era una delle pochissime canzoni degli anni ’80 non cantata da Cristina D’Avena, i successivi “H&B sfida al mondo” e “Che campioni H&B” hanno l’inconfondibile voce della cantante più famosa tra i bambini degli anni ’90, per “H&B forever” troviamo la nuova voce di Giorgio Vanni con un arrangiamento più “adatto” agli anni 2000.

La costante di tutte le serie è che i giocatori si possono definire dei moderni “Sansoni” ovvero la loro forza risiede nei capelli. “Ma che stai a dì?” vi chiederete voi. Fermiamoci a riflettere. I giocatori più forti hanno tutti i capelli lunghi, un ciuffo vicino gli occhi.

 

Anche i portieri non sono esenti, però dovevano avere anche il cappello da baseball per via del sole negli occhi e Benji doveva portare colletto alzato e i guanti verdi e gialli SEMPRE, anche sotto 50°C.

  

Mentre quelli con i capelli a “boccia” erano quelli che davano sostegno ai campion:

Ancora devo capire se tutto ciò è incredibilmente inquietante, oppure se i disegnatori volevano dirci che, in quel periodo portare i capelli lunghi era da fichi-vincenti- campioni. Forse non lo scopriremo mai.

Che altro dire? Non c’è molto altro da aggiungere al fatto che sicuramente questo è uno dei cartoni che ha segnato maggiormente un’epoca, tanto gli anni ’80 quanto i ’90. Non c’è inverno che passi senza che quella pallida imitazione che è ora BimBumBam mandi in onda questo cartone animato. Ha segnato più di una generazione, nell’immaginario, nel linguaggio e nei sogni di noi bambini, in Italia in particolare. In un paese come il nostro, dove il calcio è vita, una storia come quella di Holly non poteva che farci innamorare, non poteva non conquistarci il cuore. Al di là di ogni fantasiosa mossa, tiro o allenamento c’è il sogno di ogni bambino che sperava un giorno di poter seguire, ingenuamente, quegli stessi insegnamenti che vedeva in televisione e forse il bello del calcio è anche questo. Vi lascio con le parole che un mio amico mi scrisse tempo fa e che sono l’insegnamento di un allenatore che, quando ero piccola io, faceva parlare di sé, e a mio avviso, l’essenza stessa del calcio:

A mio parere, la grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza in ogni angolo del mondo c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi. Ma il calcio, oggi, è sempre più un’industria e sempre meno un gioco”.

(Zdenek Zeman)

Da dove iniziare quando vogliamo parlare di Buffy? E’ molto difficile, soprattutto dal mio punto di vista, perché adoro questo telefilm. E’ l’unico per cui mi sia iscritta a un forum di fans, ovvero i Buffymaniac. Se inizialmente lo guardavo in maniera distratta e superficiale, facendo attenzione solo a quanto melensa e caria-denti fosse la storia d’amore tra Buffy e Angel, a quanto mal tradotti fossero i dialoghi e le battute (vero punto di forza della serie) e a quanto sapesse correre male Sarah M. Gellar, con il tempo e con le varie discussioni degli utenti del forum, mi sono resa conto di quanto, in realtà questo telefilm dicesse molto di più di quello che si possa credere. Ma andiamo per ordine.

Il creatore della serie (Joss Whedon), nel 1992 prova a proporre l’idea di Buffy in un lungo metraggio che però si dimostra essere un flop. L’idea di fondo era sempre la stessa: una ragazza qualunque dotata di una particolare forza, che la porta ad andare in giro a fare il culo alle forze del male.

Dopo diversi tentativi nel 1997, in America, e nel 2000 in Italia, vanno in onda le prime puntate. L’incipit di ogni episodio era

«Into every generation she is born. One girl in all the world, a chosen one. She alone will stand against the vampires, the demons, and the forces of darkness. She is the Slayer.  »

Tradotto così:

« Per ogni generazione c’è una prescelta che si erge contro i vampiri, i demoni, e le forze delle tenebre. Lei è la cacciatrice»

Ora già da questo avrete capito perché il riadattamento in italiano, ha sempre suscitato l’indignazione dei fan (se volete un’idea completa a questo indirizzo trovate tutti gli errori).

La prescelta di turno è Buffy, una 16enne di Los Angeles costretta a trasferirsi a Sunnydale, perché cacciata dalla scuola per aver appiccato un incendio nella palestra mentre dava la caccia a dei vampiri. Ovviamente sotto questa cittadina ridente risiede la “Bocca dell’inferno”, un portale interdimensionale che racchiude tutto il male infernale (e come te sbagli? Potevano scegliere altro posto?). Qui incontra il suo osservatore, il sig. Giles, un inglese con seri problemi a capire il linguaggio dei giovani, il mondo dei computer, ma che appena si toglie gli occhiali diventa un duro, un fico e si scorda di essere inglese. Inoltre fa conoscenza con Xander e Willow, due sfigati del liceo a cui si è iscritta che però saranno i primi a scoprire la sua vera identità di cacciatrice e pronti a rischiare la vita per darle una mano nella sua missione. Questa è una delle prime cose che differenzierà Buffy dalle precedenti cacciatrice: lei non è sola. In più avremo il dettaglio, non trascurabile, che si innamora di Angel, un vampiro a cui, per punizione è stata ridata l’anima, in modo tale da potergli ricordare ogni secondo quanto sia stato cattivo nella sua precedente vita di sadico sterminatore (Angelus). Una delle peculiarità di Angel, infatti, è che tutti i primi piani che gli vengono fatti è sempre perennemente imbronciato e malinconico, sia mai che un mezzo sorriso potesse smaterializzargli l’anima. Nonostante ciò i due intraprendono la loro relazione, tra gli alti e i bassi che indubbiamente essa comporta.


Ogni stagione, ci sarà un cattivone di turno da combattere in un percorso ad ostacoli che vedrà i protagonisti allacciare e troncare relazioni con demoni della vendetta in pensione, ragazzi appartenenti a gruppi segreti paramilitari, streghe, chitarristi, narcisistiche reginette della scuola, vampiri e via così.

Prima di passare a un’analisi più attenta ho due domande che mi hanno sempre martellato la testa e che ora vorrei porre a voi:

  1. Perché Buffy, la cacciatrice, che uccide vampiri quattro volte più grossi di lei, combatte agilmente sui tacchi e con delle gonne a giroutero, senza mai far intravedere una traccia delle mutande, non ha mai imparato a correre decentemente?? Posso capire che la prima stagione il budget non era altissimo, ma poi con il successo della serie perché non investire due soldi sulle capacità fisiche della nostra protagonista? E poi, anche se è evidente che possiede una controfigura per le scene in cui si pestano per bene, quando viene inquadrata, la Gellar, ha sempre una “guardia” da difesa che fa pena, nessuno poteva spiegarle come “si sta in guardia”? Voglio dire la Portman, in un anno e mezzo, per Black Swan, ha imparato a ballare il “lago dei cigni”, possibile che ala nostra Sarah in sei non sia riuscita a imparare nulla? Si ok, la Portman ha vinto l’oscar…ma voi che ne pensate?

  2. Su quanta popolazione può contare Sunnydale? In sette stagioni si sfiora l’apocalisse praticamente 4 volte, ogni sera muore qualcuno ucciso dai vampiri e l’unico locale decente del paese (Il Bronze) è lo scenario di almeno una trentina di scontri sanguinolenti, rapimenti etc etc. Senza contare la faccenda della Bocca dell’Inferno che attira il male come la luce per le zanzare. Chi ve lo fa fare di andarci a vivere? Di rimanerci? Perché nessuno scappa mai con le mutande in testa, spaventato urlando: “lascio questa città di matti?”

Attendendo una risposta a questi quesiti, torniamo all’ambientazione del telefilm. Come quasi ogni film horror che si rispetta, Buffy è ambientato in una scuola superiore. Il biglietto da visita che ci consegna con la prima stagione è quello di un “teen- horror”, ma in realtà, puntata dopo puntata, si dimostra una serie che riesce ad affrontare temi complessi come i rapporti interpersonali, la solitudine umana, il potere, l’amore, l’odio e la depressione senza “stonare” troppo da ciò che è il “linguaggio” della storia. I personaggi principali non sono bidimensionali. L’eroe non è un’impavida che sa sempre cosa fare, ma semplicemente una ragazza adolescente a cui è stata data una enorme responsabilità che lei non voleva, né aveva chiesto. Buffy, difatti, non ha sempre chiaro quello che è giusto fare: per questo non uccide subito Angel appena scopre che è un vampiro, per questo si lascia trascinare da Faith, la cacciatrice “cattiva” e anarchica che per un po’ di tempo porterà Buffy su una strada a cui lei non aveva mai pensato. Faith pensa di essere al di sopra delle regole perché definisce se stessa come una custode dell’ordine, in virtù del fatto che la sua missione è difendere l’umanità dalle forze oscure. Ritiene che sia giusto non seguire le regole perchè la missione che le è stata affidata, che non è stata né cercata né voluta,  richiede un sacrificio personale enorme.  La differenza è che Buffy dopo un po’ si rende conto che le responsabilità non le ha solo con il discorso di essere una cacciatrice, ma che esserlo significa anche avere la capacità di difendere chi ama, come sua madre, i suoi amici e il sig. Giles. Questa cacciatrice ha paura, si sente sola, e a volte vorrebbe avere una vita normale, come tutte le sue coetanee (“Sono anche l’unica cacciatrice che sia mai dovuta andare al liceo” dirà nella prima stagione Buffy).  E’ piena di dubbi e anche quando prova a convincere qualcuno che è meglio fare del bene piuttosto che il male, è lei stessa la prima a mettersi in discussione.

Di certo non la si può troppo biasimare anche per i partner con cui instaura delle relazioni.

  1. Angel il suo primo e indimenticabile amore. Passano due stagione a struggersi d’amore, baci rubati, sguardi furtivi e quando finalmente finiscono a letto insieme, lui prova quell’attimo supremo di felicità per cui l’anima gli scompare di nuovo (ma che maledizione è??? Cioè appena lui riesce ad essere felice veramente lo fai tornare un pazzo omicida come prima? Cos’è un premio per lui e una maledizione per noi?). Torna cattivo e si diverte a torturare l’innamoratissima Buffy, finché lei non riesce a spedirlo all’inferno, da cui torna per amore di lei. Ma poi capisce che stare insieme alla cacciatrice non può essere una cosa sana e se ne va a Los Angeles a giare lo spin-off da cui il suo nome trae il titolo.

  2. Riley Finn, l’unico essere umano e l’essere più inutile sulla faccia della terra. Ovviamente appartiene a un’organizzazione para- militare addestrata a far fuori i cattivoni con i canini affilati. Ovviamente è un cretino. Ovviamente si innamora di Buffy e, ovviamente, soffre del complesso di inferiorità dovuto al fatto che la sua ragazza è più forte di lui e non ha bisogno di urlare e rifugiarsi tra le sue braccia per sentirsi protetta. Buffy, probabilmente ancora scottata da due anni passati a vivere di notte con Angel e senza potersi “concedere” a lui, si sforza proprio tanto e se ne innamora. A fine stagione lui si stufa di competere a chi è il più forte e decide di andarsene.

  3. Spike, che arriva nella seconda stagione e si presenta come il vampiro che ha ucciso due cacciatrici negli ultimi 100 anni. Con la nostra protagonista non è che non c’abbia provato eh, ma sembra più di vedere Will il coyote contro BeepBeep: ogni volta che è quasi riuscito a farla fuori, accade qualcosa o arriva qualcuno di insperato che fa saltare il piano. Senza contare che dalla quarta stagione l’organizzazione di Riley gli impianta un chip che non gli permette di fare del male agli esseri umani e questo, in qualche modo, lo “addomestica”, tanto che arriva a trasformare la sua ossessione omicida per la cacciatrice, in ossessione “amorosa”. Inizialmente è solo un’attrazione fisica, sessuale, molto carnale e animale. Ma poi il nostro Spike si innamora sul serio, tanto da andare a superare delle prove terribili per farsi ridare l’anima, convinto che questo possa conquistare il cuore di Buffy (la quale lo aveva allontanato dicendogli che non l’avrebbe mai potuto amare proprio perché senza anima). Questa forse è la storia più sana che la protagonista instaura. Nasce da un bisogno di dare sfogo al proprio “lato oscuro”, cosa che come abbiamo detto prima, non è assente nel personaggio di Buffy. Spike rappresenta tutto quello contro cui combatte, tutto ciò che di negativo c’è per lei, eppure è da lui che va per confidarsi quando i suoi amici la strappano dal Paradiso per riportarla sulla terra, è da lui che va per trovare conforto. E lui, dal canto suo, fa una scelta, decide di tornare la cosa più vicina a un essere umano per poterla amare veramente. Mentre Angel è così già da un’ottantina di anni, Spike decide di riacquistare l’anima solo per Buffy. Ecco perché secondo me è la relazione “migliore” che riesce a creare durante tutte le stagioni.

Numerose sono le citazioni durante tutto Buffy, che mischiano al proprio interno non solo vampiri, magia e cazzotti ma diversi elementi appartenenti alla mitologia, al folklore, all’horror e diversi altri film. Spesso si è descritta la sit-com un “gotico post-moderno”. Non so quanto questo possa avvicinarsi al vero. Credo più in un figlio molto interessante della “pop culture” che cerca di affrontare tematiche vicine ai giovani parlando con il loro linguaggio. Infatti i dialoghi sono sempre stati una delle parti più apprezzate dalla grande critica e dai fan (almeno quelli in lingua originale).

Va inoltre sottolineata la tematica femminista che emerge con forza sempre maggiore: gli uomini sono spesso gli antagonisti, e dove al loro posto invece c’è una donna (stagioni 3, la dott.ssa Walsh, e 5, il dio ultraterreno Glory) gli uomini sono solo un mezzo, dei servi, personaggi senza un vero carattere o doti particolarmente spiccate. Prendiamo ad esempio Willow e Xander: mentre la prima nella quarta stagione scoprirà di essere una strega dotata di molto potere (tanto che alla fine della sesta stagione è quasi sul punto causare la fine del mondo) e tale consapevolezza nasce nel momento in cui si innamora di un’altra donna. Quando il suo primo amore, Oz ricompare lei non lascia Tara per tornare da lui, ma scegli con il cuore, senza seguire qualche convenzione già vista in precedenti film o telefilm. Di contro Xander, non subisce molte evoluzioni. Finito il liceo lo vediamo sempre più come un perdigiorno, insicuro che non sa come indirizzare la sua vita. Fa la pessima scelta di mettersi con un ex demone della vendetta (Anya) e poi di lasciarla sull’altare (non è molto furbo da parte sua!). La caratteristica principale è una lealtà incondizionata verso Buffy e Willow, che riesce a tirare fuori in lui un coraggio a volte spregiudicato, ma sincero. Egli sembra incarnare il complesso di inferiorità di “maschio” che vede tradito il suo ruolo di “dominante” in un gruppo che già ha un capo carismatico e forte che può proteggere il branco meglio di lui, ovvero Buffy.

Come concludere questa analisi? Penso che ci siano veramente poche persone nate negli anni ’80 a cui non sia mai capitato di vedere una puntata. Se non vi ha mai appassionato, provate a rivedere qualcosa adesso. Ora che l’immagine del vampiro è stata parecchio ridicolizzata con i vari Twilight e completamente rivisitata da telefilm come True Blood. Buffy parla di vampiri e di ragazzi, senza snaturare l’idea del mostro succhiasangue cacciatore, malvagio e spietato e contrapponendo una figura femminile che sa che il suo compito è quello di combatterli, ma senza avere superpoteri (se non una particolare forza che la rende più resistente ai colpi e la fa guarire più velocemente) e senza perdere la sua natura di umana e di ragazza adolescente che tutto ciò che vorrebbe è una vita normale.