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Dopo tanto tempo ho iniziato a vedere poche sere fa le prime puntate de “Il trono di spade” (titolo originale: Games of thrones). La storia nasce dalla penna di George Martin, ed è uno dei classici fantasy a mille libri dal titolo “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”. Il vero motivo per cui ho iniziato a seguire il telefilm è in realtà duplice: il primo perché tanto Lucia quanto Pippy, che hanno seguito in maniera appassionata la storia su carta, mi hanno confermato che la trasposizione su pellicola non toglie nulla alla storia. Lucia mi ha anche assicurato che il doppiaggio è accettabile (che il 2012 è l’anno della fine del mondo si capisce anche da queste cose). In seconda battuta è l’idea che si sviluppi una storia fantasy lunga e intrica su un format più lungo del film. Mi spiego meglio. Il signore degli anelli, nella sua trilogia in versione extended dura circa 10 ore; con puntate da 50 minuti ci usciva una miniserie, si aveva la possibilità di dare spazio a tutti i personaggi del libro. Non fraintendetemi: secondo me è uno dei film tratti da libri tra i più riusciti della storia, ma è inevitabile che a meno che gli sceneggiatori non vogliano uccidere gli spettatori, qualcosa debbano tagliare. Mi rendo conto che i canali tra cinema e televisione sono di gran lunga diversi e che gli introiti derivanti da uno non sono quelli che possono arrivare dall’altro. Però sviluppare la trilogia Tolkeniana su 14 o 15 ore, divisa su puntate da 50-60 minuti avrebbe a mio avviso dato tutta un’altra profondità e spessore. Di certo sarebbe stato un prodotto diverso, molto diverso, ma nella mani giuste potrebbe comunque rivelarsi un’idea di qualità.

Signore degli anelli a parte, ecco che l’idea a cui avevo pensato 8 anni fa (dopo aver visto il Ritorno del re) compare per un altro fantasy recente.  Purtroppo non so raccontarvi molto della storia perchè i libri non li ho letti (mea culpa, il mio gene “nerd”  si sta necrotizzando!) e per il momento ho visto solo le prime due puntate. Ma un paio di cose sono degne di nota.

  • C’è lei:

Lena Headey

 che è uno dei miei sogni erotici ricorrenti: la vediamo recitare da “Image me and you” a “300” con la leggerezza di una farfalla che si posa da fiore a fiore. La sua bellezza non è discutibile in questa sede.

  • I personaggi principali sono quasi tutti originari del mondo celtico: irlandesi, scozzesi, britannici. Fatto che può sembrare superfluo, ma in realtà, a mio avviso non lo è. Il mondo fantasy è caratterizzato notevolmente anche dai tratti somatici dei personaggi. Un faccione da divo, bellocio, hollywoodiano mal si accompagna all’immagine di un re che ha combattuto guerre, visto morire amici e vissuto tra mille pericoli.
  • Le ambientazioni, o meglio le panoramiche, sono un po’ troppo “computer grafica” a mio personalissimo gusto, ma le location (Irlanda del Nord, Scozia e Marocco) sono perfette. Si qui esce fuori tutto il mio amore per le terre e i paesaggi celti, ma esaltare le proprie passioni non è un peccato, anzi!
  • E’ un’altro colpo messo assegno dalla HBO. Basta appena trovo un secondo devo dedicare due righe a questa rete televisiva che, a mio avviso, negli ultimi anni non sta sbagliando neppure una serie TV.

Per il momento è tutto al riguardo. Nelle prossime settimane vedrò di finire la prima serie e poi, dal primo aprile, inizia la seconda e ancora non ho capito se andrà in onda in contemporanea con l’America o se, come al solito, ci toccherà aspettare mesi e mesi. A volte mi verrebbe voglia di trasferirmi negli U.S.A. solo per non dover attendere secoli per vedere una serie tv. Per fortuna che Internet e i numerosi siti di sottotitoli rendono sempre più a portata di mano anche titoli che qui Italia sono di difficile reperibilità.

Atlantic City, 1920. When alcohol was outlawed, outlaws became kings. (Tagline del telefilm)

Quando una rete come l’HBO si prende in carico una serie e un regista come Scorsese decide di finanziarla e di girare la prima puntata, c’è solo una cosa da fare: prendersi la briga di vederla e con molta attenzione. Essendo abituata a guardare le serie tutte insieme, ho atteso che iniziasse almeno la seconda stagione (e di finire altri telefilm che mi si erano accumulati) per farmi un’idea se tutto il clamore che si era creato attorno a Boardwalk Empire fosse giustificato. Bhè LO E’! Preannuncio che le prime puntate sono un pochino lente da ingranare; registi e sceneggiatori si sono presi un po’ più tempo per disegnare e dare spessore ai vari personaggi.

“Noi abbiamo whisky, vino, donne, musica e slot machines. Non negherò mai tutto ciò e non chiederò scusa. Se la maggioranza della gente non l'avesse voluto, non sarebbe stato profittevole e dunque non sarebbe neppure esistito. Dunque, il solo fatto che esistono è la prova che la gente li vuole." (Il vero Nucky)

Questo telefilm, non solo può vantare il pilot più costoso della storia dei telefilm (18 milioni di dollari), ma anche una sceneggiatura, un’attenzione al dettaglio, alla fotografia e ai particolari come pochi altri telefilm al mondo. Anzitutto vi anticipo che è PROIBITO guardarla doppiata! Non è proprio pensabile. Il contesto in cui si svolge la storia richiede le voci originali. Perchè? Non sarò dispotica come altre persone che conosco e vi spiegherò il motivo. Siamo negli anni ’20 del XX secolo, epoca di proibizionismo, quando l’America voleva darsi un tono e iniziare a contare sulla bilancia dell’economia mondiale. L’America è sempre più la terra degli immigrati e, finita la prima guerra mondiale, un flusso immenso di Europei lascia il Vecchio continente per il Nuovo. Pensate che la persone che giravano per le strade quel periodo, parlassero tutti un’inglese Oxfordiano? Ovviamente no! Seguire Boardwalk Empire in originale ci fa capire chi ha costruito l’America in quegli anni: irlandesi, italiani, slavi, neri, ebrei. Ognuno con il suo accento, i propri tratti culturali e, perchè no, anche i clichè legati ad essi. Quindi ricordate: originale sottotitolato in italiano, in bielorusso, in cirillico, fate come vi pare, ma pensare di guardarlo doppiato significa perdere metà della sua bellezza.


La trama è gira attorno alla vita di “Nucky” Thompson un gangster e politico vissuto realmente ad Atlantic City (quello vero si chiamava Nucky Johnson). La sua forza risiede nel riuscire a raccontare di quanto il proibizionismo abbia aumentato vorticosamente il potere dei criminali, di come la loro avanzata sia stata tanto politica quanto violenta; di come il sistema fosse corrotto dall’interno, ma tirato a lucido e splendente di facciata. Dell’ipocrisia che ha sempre circondato decisioni e leggi discutibili e apparentemente create per esser fatte rispettare dal popolo e mai dai potenti. Come se proibire l’alcol potesse essere veramente una soluzione per ristabilire una moralità religiosa che sembrava smarrita. Tale richiesta da parte dei “Gruppi sulla temperanza” fece il gioco di numerosi criminali, tra cui Al Capone è il più famoso e celebre e che nel telefilm appare giovanissimo e ai suoi primi “lavori”. Non per niente il gangsterismo nacque in questi anni. L’italoamericano pare riuscì ad accumulare una cifra che si aggira attorno all’odierno MILIARDO di dollari.
La serie trovandosi ancora agli inizi è un po’ acerba e ancora non ci dà chiaramente una bussola su come si evolveranno gli eventi, ma un messaggio pare arrivare chiaro: siamo sicuri che il proibizionismo nacque per motivi religiosi e moralistici? Basati su posizioni fondamentaliste? O semplicemente i politici fiutarono l’occasione di diventare oscenamente ricchi a discapito di cittadini? In una famosa intervista Al Capone affermò:

Ho fatto i soldi fornendo un prodotto richiesto dalla gente. Se questo è illegale, anche i miei clienti, centinaia di persone della buona società, infrangono la legge. La sola differenza fra noi è che io vendo e loro comprano. Tutti mi chiamano gangster. Io mi definisco un uomo d’affari.

Strafottente? Sicuramente. Bugiardo? Non del tutto.
Se leggiamo la vita del vero Enoch Johnson (il cognome vorrà forse essere un omaggio alla famosa arma simbolo di quegli anni?) non è assolutamente mal rappresentata. Anche lui come Al Capone intuì il potenziale che avrebbe avuto sfruttare l’illegalità dell’alcol a proprio favore. Come Tesoriere e più potente Repubblicano del New Jersey capì che Atlantic City sarebbe stata l’idea su cui è stata costruita Las Vegas: un “parco giochi” per adulti dove poter realizzare tutto ciò che è proibito: bere, giocare d’azzardo e andare a mignotte. Non solo ciò era sotto gli occhi della gente, ma gli stessi cittadini, in gran parte, ne sfruttarono l’immagine turistica che ne nacque.
Ecco un telefilm che ti fa capire tutte queste cose, che ti porta a riflettere, a curiosare, a leggere e cercare altre notizie; una storia che sa essere fedele alla realtà dandogli dei toni televisivi e più fruibili è una storia vincente. Incuriosisce, è piacevole da guardare, è ben curata…che altro aggiungere?
Solo due piccole note, un’altra di lode e un neo. La lode va alla sigla iniziale: semplicemente stupenda. Buscemi che fuma una sigaretta in riva al mare che viene “inondato” di bottiglie d’alcol che circondano il nostro protagonista e lui che si allontana con le  scarpe pulite, asciutte e lucidate. Questa sigla riesce a racchiudere nel suo minuto di introduzione il senso della storia. Semplicemente perfetta!
Il neo che invece ho notato e che secondo me potrebbe stonare un po’ è che non so quanto possa essere veritiero che tutte le donne negli anni ’20 sapessero leggere e scrivere in maniera fluida come ci viene mostrato. Lo so è un particolare su cui potrei andare oltre, ma che stona con la precisione nel ricreare lo scenario di quegli anni, il clima, gli ambienti, i costumi e tutto il resto.