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Come promesso tempo fa a Lucia, eccoci arrivati a uno dei pilastri dei cartoni animati giapponesi. Dopo aver parlato di anime sportivi, approdiamo a quelli “di menare” tanto famosi negli anni ’80: Kenshiro. Come è ormai scontato, il cartone è tratto dall’omonimo manga. La storia si svolge in un mondo post disastro atomico, dove le leggi del vivere civile non esistono più, ma solo la regola del più forte. Cibo e acqua scarseggiano, la schiavitù è tornata di moda e i più deboli sono alla mercè di gruppi più o meno intelligenti di delinquenti. In questo roseo panorama tutto ciò che più dare una certa stabilità è la sopravvivenza di diverse scuole di arti marziali, una delle quali e probabilmente la più famosa e potente è quella di Hokuto (per esteso: La Divina Scuola di Hokuto), di cui Ken è il legittimo successore per linea di sangue assieme al fratello Hyou.

Il carattere del nostro protagonista subirà un’evoluzione durante lo svolgersi della storia, tanto a livello caratteriale (la storia inizia con un Ken 20enne e termina circa 10 anni dopo), quanto a livello fisico (inizialmente assomiglia più a Bruce Lee, mentre sul termine ricorda più un fratello di Stallone). Il segno di riconoscimento che lo contraddistingue sono le sette ferite ricevute dopo un combattimento contro Shin che gli aveva fregato la ragazza, Julia. Tali ferite formano la costellazione dell’Orsa Maggiore, simbolo della scuola di Hokuto. Ma ciò che più risalta del nostro eroe sono i suoi modi riservati e pacati, l’aria pacifica e l’apparente distacco da ciò che lo circonda; caratteristiche nettamente in contrasto con il Ken in versione incazzata, che fa maledire ai suoi nemici di essere sopravvissuti al disastro atomico. Non solo i suoi vestiti vanno in mille pezzi, ma i muscoli si pompano all’istante (mutazione da radiazioni oppure nel futuro avranno degli steroidi da far invidia i cavalli?), gli si drizzano i capelli e sul viso gli si forma uno sguardo da pazzo assassino. Ovviamente una delle prime cose che verrebbe da chiedersi è: come fa Ken a buttare una maglietta a episodio e a ritrovarla sempre uguale in un mondo in cui si e no se si riesce a bere acqua potabile? Ma arrivati fino a qui, avremo tutti capito che davanti agli anime, queste domande non si pongono.

Come arriva il protagonista a meritarsi l’appellativo di “Salvatore del secolo”? In realtà tutto quello a cui mirava era salvare Julia, sposarla e vivere felici e contenti in pace in qualche angolo remoto del mondo. Grazie a Shin che gli uccide la donna, il suo bel progettino se ne va a puttane e Ken decide così di iniziare a girare per il mondo a rompere il culo ai cattivoni. Essere l’erede della scuola di Hokuto, ovviamente, gioverà molto al suo scopo. Egli arriverà alla piena consapevolezza del suo corpo, imparerà tutte le tecniche segrete dei suoi antenati e ci fomenterà la vita quando, con la sola pressione di quelli che lui chiama punti vitali, lascerà 10 secondi di vita agli avversari per il gusto di dirgli “tu sei già morto!” per poi vedere le loro teste esplodere (quanto volte ci siamo gasati alla vista di questa scena?), ma soprattutto agli urletti alla Bruce Lee di quando colpiva così velocemente che sembrava avesse mille mani: estasi da combattimento allo stato puro (la tecnica, per l’appunto, si chiamava i 100 punti distruttivi di Hokuto).

Ma chi sono i nemici più temuti?

Primo fra tutti metto Raoul. Soprannominato “il Re” e suo fratellastro. Rosica perché il loro padre ha nominato Ken, il più piccolo dei quattro figli adottivi, erede della loro scuola (Kenshiro significa proprio “quarto figlio del pugno”), perché aveva capito che Raoul era un tipo violento con smanie di potere e infatti prende e uccide Ryuken, il caposcuola. Non possiamo dire che non sia forte visto che in più di un’occasione pareggia se non addirittura supera in forza Ken; e neppure che sia totalmente cattivo visto che in alcune occasioni lo vediamo concedere degli sconcertanti slanci di generosità.

Troviamo poi il già citato Shin, della sacra scuola di Nanto, che è talmente pieno di sé da voler costruire un impero e si era fissato che la regina doveva essere Julia. All’epoca Ken era una persona veramente tanto mite e non gliene fregava nulla della gente che soffriva o che veniva pestata, lui aveva Julia e il resto veniva da sé. Dopo essere stato torturato e aver visto la sua donna andarsene via con Shin pur di non farlo morire, nasce in lui quella sana dose di violenza che lo porterà a polverizzare tutti quelli che si metteranno sul cammino che lo porterà alla vendetta del tutto inutile, perché una volta arrivato al palazzo del suo ormai potentissimo nemico, egli gli rivela che Julia per l’orrore dei suoi crimini si è suicidata.

Altro fratellastro molto affabile di Ken è Jagger che impazzisce appena viene a sapere che suo padre non gli ha lasciato la guida della scuola di Hokuto. Si autoinfligge le “stelle di Hokuto” sul petto per fare casino in giro e screditare il fratello. Venutolo a sapere, Ken indossa i vestiti (o meglio i non vestiti visto che vanno in mille pezzi) dell’incazzato e lo fa secco.

Souther è il rivale alla nomina a Imperatore di Raoul. Umilia Ken in duello e lo riduce quasi in fine di vita. Lo lascia marcire in carcere finché non sarà proprio l’inaspettato Raoul ad aiutarlo ad evadere e a curarlo. Dopo essersi rimesso in sesto, Ken scopre il segreto di Souther che lo rendeva quasi invincibile: ha gli organi al contrario, ecco perché i colpi segreti “che fanno esplodere” con lui non funzionano. Sfruttando tale conoscenza, al secondo tentativo Ken spaccherà il culo anche a quest’ultimo nemico.

Dopo quest’ultima lotta il nostro beniamino viene avvicinato da un gigante che gli rivela che Julia è ancora viva e che ella è in realtà l’ultimo guerriero di Nanto. A Ken non pare vero e fa di tutto per andare a recuperla. Affronta Raoul in un duello finale (a mio avviso il più bello di tutta la storia del cartone animato) in cui vedremo la tecnica più bella di quelle di Hokuto: Trasmigrazione attraverso Satori, ovvero le anime morte in battaglia danno forza a Ken per uccidere il suo odiato fratello. Morto il “cattivo dei cattivi”, il nostro guerriero prende la sua amata e finalmente se ne può andare a stare per i fatti suoi e fanculo gli affamati e i poveracci!

In realtà c’è un altro pezzo di storia che si svolge dieci anni dopo e che vede nemici di personalità e calibro minore. Diciamo che quella che è considerata la seconda serie non ha il mordente della prima. Troviamo sicuramente un Ken in gran forma, e i suoi amici Lyn e Bart sono cresciuti e hanno formato un gruppo di resistenza contro Jago, il cattivone che tiene sotto scacco la scuola di Cento. C’è il rapimento di Lyn sull’isola dei tre demoni, Ken deve uccidere i demoni, li uccide, fa il culo ai cattivoni, Lyn e Bart ci lasciano intuire che si mettono insieme e Ken decidere di fare lo spaccaculicattivi a tempo pieno in giro per il mondo.

Tante sono le citazioni ai cartoni e film dell’epoca, anche come semplici citazioni visive. Nella seconda stagione, ad esempio, ci sono due personaggi che ricordano molto Ivan Dragon (Rocky IV) e Freddy Mercury (Queen). Come già detto prima, le somiglianze di Ken con Bruce Lee (prima) e Stallone (dopo) sono volute, come anche i tratti di Raoul riprendono quelli di Schwarzenegger, tutti attori molto famosi in quegli anni. Le ambientazioni poi ricordano molto quelli dei western anni ’70-’80.

Ma dove va ricercato il successo di questo cartone? Personalmente uno dei fattori che ammiravo tanto da piccola era che il “buono” non era imbattibile, i cattivi potevano ed effettivamente erano più forti di Kenshiro. Era uno dei motivi per cui Yattaman mi piaceva ma alla lunga mi annoiava: i buoni vincono sempre i cattivi sempre perdono. Badate bene anche qui alla fine, ma è una conquista da parte del guerriero buono. Egli passa per torture, la prigionia, allenamenti massacranti, la perdita di amici per arrivare al proprio miglioramento personale, per raggiungere la forza che gli occorrono per sconfiggere chi fa del male. Il bene non è scontato sia più forte del male e, infondo, ciò che realmente muove Ken è la vendetta, non tanto la voglia di giustizia. In un cartone animato per bambini, non sono elementi da sottovalutare.

Vi lascio con la sigla introduttiva integrale, altro momento di vero fomento da ragazzini (e non!). Chi di voi non l’ha cantata almeno una volta da grande??

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Riprendiamo a occuparci di cartoni animati. Frivolezze rispetto al precedente tema. Oggi parliamo di Holly e Benji e cosa c’è di più rilassante per un telespettatore di un cartone animato talmente assurdo da lasciarci solo sorride nel vedere stadi del liceo super affollati con tanto di telecronista, campi da calcio in salita, palloni che divento ovali e assumono improbabili traiettorie e via così, senza generare in noi reazioni eccessive e violente? Non ci sono puristi del calcio che urlano allo scandalo, nessuno che si sente preso in giro perché il Giappone arriva a vincere i mondiali battendo Inghilterra, Francia e Germania. Non accade nulla di tutto ciò; anzi la maggior parte delle persone quando ci ripensa sorride malinconica ripensando a quando da bambino guardava le loro partite e sognava, almeno una volta, di poter fare la “CATAPULTA INFERNALE”. Quando quasi tutto ci sembra possibile ed eravamo contenti che alla fine Holly portasse il Giappone sul tetto del mondo. E chi è che adesso durante una partita di calcetto tra amici non nomina neppure una volta uno dei nomi dei tanti protagonisti?

La storia prende origine dal manga omonimo, come si era soliti fare negli anni ’80. E’ una storia piena zeppa dei tipici valori della cultura nipponica: amicizia, cameratismo, lotta leale e rispetto, fino ad arrivare all’estremo sacrificio pur di vincere e di fare il bene della squadra. Infatti più di una volta i nostri beniamini mettono a rischio la loro salute (Julian Ross disputerà una partita pur avendo un disturbo al cuore che potrebbe ucciderlo). Essendo un cartone che noi tutti amiamo, nessuno si fermerà a chiedersi se questi ragazzi dei genitori ce li abbiano, quale sia la società sportiva che lascia giocare un ragazzo cardiopatico o quale sia il dottore che ne autorizza l’attività fisica.

Questi ragazzi si sottopongono ad allenamenti estenuanti, che durano interi pomeriggi e, a volte sere. Quando tornano a casa ancora ancora la forza per farlo correndo. Giocano partite che assomigliano più a una guerra civile, visti i frequenti infortuni, e l’agonismo che si respira in campo è così intenso da poter essere tagliato solo con una motosega; neppure a farlo apposta la prima sigla recitava “sembra partite gli allenamenti” e proseguiva dicendo “rendono i ragazzi felici e contenti”. Ora io non so gli adattatori o i parolieri italiani negli anni ’80 che uso di droghe facessero, ma probabilmente non avevano mai visto una puntata, visto il mazzo che si facevano quei ragazzini, non so quanto fossero “felici e contenti”, ma c’è da dire che questi il pallone spesso se lo portano pure a letto.

Ma in poche parole qual’è la trama? Semplice, c’è questo bambino, Oliver Hutton che arriva in un paesino del Giappone e subito ci fa capire di essere un piccolo campioncino del calcio. Incontra Arthur, un bambino del posto che sarà anche suo compagno di scuola, che gioca nella squadra della stessa che è composta, più o meno, da mezze seghe. Rivale della Newpie è la San Francis dove milita Benji, il super portiere quasi imbattibile. Per partecipare al campionato interscolastico nazionale (?) decidono di fondere le due squadre da cui nascerà la “gloriosa” NewTeam, di cui faranno parte anche Tom Becker (che formerà una coppia d’attacco fortissima assieme a Oliver), Bruce harper difensore che partita dopo partita diventerà sempre più forte e Alan Croker portiere timoroso chiamato a sostituire Benji dopo la sua partenza per la Germania. Alan si rivelerà la sorpresa più incredibile di tutta la squadra perché da timoroso estremo difensore riuscirà a tirare fuori piano piano il carattere, fino a diventare un discreto portierino. Durante il campionato avremo l’occasione per conoscere tutti i rivali (e futuri compagni di squadra in nazionale) del nostro protagonista.

Abbiamo la Mappet con il fortissimo Mark Lenders, un ragazzo alto una quaresima, dalle sempre perfette e inconfondibili maniche della maglietta arrotolate, il più grande rivale di Holly. Il suo sogno è vincere una borsa di studio per poter smettere di fare la fame e farsi un mazzo tanto a incollarsi le casse di frutta e verdura ai mercati generali; Ed Warner il portiere che visto che conosce le arti marziali è agilissimo e para a colpi di maowashikeri (calci rotanti laterali), fa le capriole e a mezz’aria riesce a cambiare la direzione verso cui si era buttato con la sola forza di una mano; Danny Mallow l’inseparabile compagno di Mark Lenders che gli serve più palloni lui di Pirlo in tutta la sua carriera. Poi c’è la Flainet, il cui unico campione degno di nota è Philippe Callaghan, centrocampista carismatico che trae il suo potere dalla fascetta che porta sempre in testa, regalo di una sua cara amica. La Mambo in cui milita Julian Ross, definito il miglior giocatore esordiente di tutto il Giappone, il cui limite è che “non gli regge la pompa” e che se gioca potrebbe morire: un’inezia! In qualsiasi situazione normale il bambino avrebbe avuto un semplice trauma da ragazzino strappato ai suoi sogni, in Holly&Benji invece lui continua a giocare nonostante tutto. Nella partita contro la NewTeam Oliver gioca male per dare a lui la possibilità di vincere quella che con molta probabilità sarà la sua ultima partita. Julian lo capisce, sbrocca a Holly e la Mambo perde. Da notare che nel secondo tempo invece di farsi sostituire Julian si poggia al palo e dirige la sua squadra meglio di Fellini durante le riprese di un film (come non amare questo cartone animato per il suo irrealismo???). In ultimo c’è la Hot Dog (si avete letto bene si chiamava così, i traduttori evidentemente si divertivano molto in quegli anni) squadra dei gemelli Derrik, inventori della famosissima catapulta infernale.

Questi sono gli “antagonisti” più importanti contro cui la NewTeam si scontrerà. A volte perdono, altre pareggiano, ma alla fine il campionato lo vincere la squadra biancoblu. Dopo questa vittoria arriva la convocazione in nazionale giovanile che vedrà tutti quelli che erano una volta rivali, militare nella stessa squadra come compagni. Ovviamente il nazionalismo degli scrittori dell’anime porta il Giappone a battere tutte le nazionali più forti (nel fumetto si trattava di un sogno di Holly), ma il nostro amore per il cartone animato, gli perdona anche questo e non possiamo che essere contenti quando i nostri eroi sollevano la coppa del mondo.

A differenza di molti cartoni animati, di Holly e Benji abbiamo diverse serie riproposte negli anni che parlano della crescita dei ragazzi e delle loro carriere. Anche la sigla cambia. Se “Holly e Benji, due fuori classe” era una delle pochissime canzoni degli anni ’80 non cantata da Cristina D’Avena, i successivi “H&B sfida al mondo” e “Che campioni H&B” hanno l’inconfondibile voce della cantante più famosa tra i bambini degli anni ’90, per “H&B forever” troviamo la nuova voce di Giorgio Vanni con un arrangiamento più “adatto” agli anni 2000.

La costante di tutte le serie è che i giocatori si possono definire dei moderni “Sansoni” ovvero la loro forza risiede nei capelli. “Ma che stai a dì?” vi chiederete voi. Fermiamoci a riflettere. I giocatori più forti hanno tutti i capelli lunghi, un ciuffo vicino gli occhi.

 

Anche i portieri non sono esenti, però dovevano avere anche il cappello da baseball per via del sole negli occhi e Benji doveva portare colletto alzato e i guanti verdi e gialli SEMPRE, anche sotto 50°C.

  

Mentre quelli con i capelli a “boccia” erano quelli che davano sostegno ai campion:

Ancora devo capire se tutto ciò è incredibilmente inquietante, oppure se i disegnatori volevano dirci che, in quel periodo portare i capelli lunghi era da fichi-vincenti- campioni. Forse non lo scopriremo mai.

Che altro dire? Non c’è molto altro da aggiungere al fatto che sicuramente questo è uno dei cartoni che ha segnato maggiormente un’epoca, tanto gli anni ’80 quanto i ’90. Non c’è inverno che passi senza che quella pallida imitazione che è ora BimBumBam mandi in onda questo cartone animato. Ha segnato più di una generazione, nell’immaginario, nel linguaggio e nei sogni di noi bambini, in Italia in particolare. In un paese come il nostro, dove il calcio è vita, una storia come quella di Holly non poteva che farci innamorare, non poteva non conquistarci il cuore. Al di là di ogni fantasiosa mossa, tiro o allenamento c’è il sogno di ogni bambino che sperava un giorno di poter seguire, ingenuamente, quegli stessi insegnamenti che vedeva in televisione e forse il bello del calcio è anche questo. Vi lascio con le parole che un mio amico mi scrisse tempo fa e che sono l’insegnamento di un allenatore che, quando ero piccola io, faceva parlare di sé, e a mio avviso, l’essenza stessa del calcio:

A mio parere, la grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza in ogni angolo del mondo c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi. Ma il calcio, oggi, è sempre più un’industria e sempre meno un gioco”.

(Zdenek Zeman)

Da dove iniziare quando vogliamo parlare di Buffy? E’ molto difficile, soprattutto dal mio punto di vista, perché adoro questo telefilm. E’ l’unico per cui mi sia iscritta a un forum di fans, ovvero i Buffymaniac. Se inizialmente lo guardavo in maniera distratta e superficiale, facendo attenzione solo a quanto melensa e caria-denti fosse la storia d’amore tra Buffy e Angel, a quanto mal tradotti fossero i dialoghi e le battute (vero punto di forza della serie) e a quanto sapesse correre male Sarah M. Gellar, con il tempo e con le varie discussioni degli utenti del forum, mi sono resa conto di quanto, in realtà questo telefilm dicesse molto di più di quello che si possa credere. Ma andiamo per ordine.

Il creatore della serie (Joss Whedon), nel 1992 prova a proporre l’idea di Buffy in un lungo metraggio che però si dimostra essere un flop. L’idea di fondo era sempre la stessa: una ragazza qualunque dotata di una particolare forza, che la porta ad andare in giro a fare il culo alle forze del male.

Dopo diversi tentativi nel 1997, in America, e nel 2000 in Italia, vanno in onda le prime puntate. L’incipit di ogni episodio era

«Into every generation she is born. One girl in all the world, a chosen one. She alone will stand against the vampires, the demons, and the forces of darkness. She is the Slayer.  »

Tradotto così:

« Per ogni generazione c’è una prescelta che si erge contro i vampiri, i demoni, e le forze delle tenebre. Lei è la cacciatrice»

Ora già da questo avrete capito perché il riadattamento in italiano, ha sempre suscitato l’indignazione dei fan (se volete un’idea completa a questo indirizzo trovate tutti gli errori).

La prescelta di turno è Buffy, una 16enne di Los Angeles costretta a trasferirsi a Sunnydale, perché cacciata dalla scuola per aver appiccato un incendio nella palestra mentre dava la caccia a dei vampiri. Ovviamente sotto questa cittadina ridente risiede la “Bocca dell’inferno”, un portale interdimensionale che racchiude tutto il male infernale (e come te sbagli? Potevano scegliere altro posto?). Qui incontra il suo osservatore, il sig. Giles, un inglese con seri problemi a capire il linguaggio dei giovani, il mondo dei computer, ma che appena si toglie gli occhiali diventa un duro, un fico e si scorda di essere inglese. Inoltre fa conoscenza con Xander e Willow, due sfigati del liceo a cui si è iscritta che però saranno i primi a scoprire la sua vera identità di cacciatrice e pronti a rischiare la vita per darle una mano nella sua missione. Questa è una delle prime cose che differenzierà Buffy dalle precedenti cacciatrice: lei non è sola. In più avremo il dettaglio, non trascurabile, che si innamora di Angel, un vampiro a cui, per punizione è stata ridata l’anima, in modo tale da potergli ricordare ogni secondo quanto sia stato cattivo nella sua precedente vita di sadico sterminatore (Angelus). Una delle peculiarità di Angel, infatti, è che tutti i primi piani che gli vengono fatti è sempre perennemente imbronciato e malinconico, sia mai che un mezzo sorriso potesse smaterializzargli l’anima. Nonostante ciò i due intraprendono la loro relazione, tra gli alti e i bassi che indubbiamente essa comporta.


Ogni stagione, ci sarà un cattivone di turno da combattere in un percorso ad ostacoli che vedrà i protagonisti allacciare e troncare relazioni con demoni della vendetta in pensione, ragazzi appartenenti a gruppi segreti paramilitari, streghe, chitarristi, narcisistiche reginette della scuola, vampiri e via così.

Prima di passare a un’analisi più attenta ho due domande che mi hanno sempre martellato la testa e che ora vorrei porre a voi:

  1. Perché Buffy, la cacciatrice, che uccide vampiri quattro volte più grossi di lei, combatte agilmente sui tacchi e con delle gonne a giroutero, senza mai far intravedere una traccia delle mutande, non ha mai imparato a correre decentemente?? Posso capire che la prima stagione il budget non era altissimo, ma poi con il successo della serie perché non investire due soldi sulle capacità fisiche della nostra protagonista? E poi, anche se è evidente che possiede una controfigura per le scene in cui si pestano per bene, quando viene inquadrata, la Gellar, ha sempre una “guardia” da difesa che fa pena, nessuno poteva spiegarle come “si sta in guardia”? Voglio dire la Portman, in un anno e mezzo, per Black Swan, ha imparato a ballare il “lago dei cigni”, possibile che ala nostra Sarah in sei non sia riuscita a imparare nulla? Si ok, la Portman ha vinto l’oscar…ma voi che ne pensate?

  2. Su quanta popolazione può contare Sunnydale? In sette stagioni si sfiora l’apocalisse praticamente 4 volte, ogni sera muore qualcuno ucciso dai vampiri e l’unico locale decente del paese (Il Bronze) è lo scenario di almeno una trentina di scontri sanguinolenti, rapimenti etc etc. Senza contare la faccenda della Bocca dell’Inferno che attira il male come la luce per le zanzare. Chi ve lo fa fare di andarci a vivere? Di rimanerci? Perché nessuno scappa mai con le mutande in testa, spaventato urlando: “lascio questa città di matti?”

Attendendo una risposta a questi quesiti, torniamo all’ambientazione del telefilm. Come quasi ogni film horror che si rispetta, Buffy è ambientato in una scuola superiore. Il biglietto da visita che ci consegna con la prima stagione è quello di un “teen- horror”, ma in realtà, puntata dopo puntata, si dimostra una serie che riesce ad affrontare temi complessi come i rapporti interpersonali, la solitudine umana, il potere, l’amore, l’odio e la depressione senza “stonare” troppo da ciò che è il “linguaggio” della storia. I personaggi principali non sono bidimensionali. L’eroe non è un’impavida che sa sempre cosa fare, ma semplicemente una ragazza adolescente a cui è stata data una enorme responsabilità che lei non voleva, né aveva chiesto. Buffy, difatti, non ha sempre chiaro quello che è giusto fare: per questo non uccide subito Angel appena scopre che è un vampiro, per questo si lascia trascinare da Faith, la cacciatrice “cattiva” e anarchica che per un po’ di tempo porterà Buffy su una strada a cui lei non aveva mai pensato. Faith pensa di essere al di sopra delle regole perché definisce se stessa come una custode dell’ordine, in virtù del fatto che la sua missione è difendere l’umanità dalle forze oscure. Ritiene che sia giusto non seguire le regole perchè la missione che le è stata affidata, che non è stata né cercata né voluta,  richiede un sacrificio personale enorme.  La differenza è che Buffy dopo un po’ si rende conto che le responsabilità non le ha solo con il discorso di essere una cacciatrice, ma che esserlo significa anche avere la capacità di difendere chi ama, come sua madre, i suoi amici e il sig. Giles. Questa cacciatrice ha paura, si sente sola, e a volte vorrebbe avere una vita normale, come tutte le sue coetanee (“Sono anche l’unica cacciatrice che sia mai dovuta andare al liceo” dirà nella prima stagione Buffy).  E’ piena di dubbi e anche quando prova a convincere qualcuno che è meglio fare del bene piuttosto che il male, è lei stessa la prima a mettersi in discussione.

Di certo non la si può troppo biasimare anche per i partner con cui instaura delle relazioni.

  1. Angel il suo primo e indimenticabile amore. Passano due stagione a struggersi d’amore, baci rubati, sguardi furtivi e quando finalmente finiscono a letto insieme, lui prova quell’attimo supremo di felicità per cui l’anima gli scompare di nuovo (ma che maledizione è??? Cioè appena lui riesce ad essere felice veramente lo fai tornare un pazzo omicida come prima? Cos’è un premio per lui e una maledizione per noi?). Torna cattivo e si diverte a torturare l’innamoratissima Buffy, finché lei non riesce a spedirlo all’inferno, da cui torna per amore di lei. Ma poi capisce che stare insieme alla cacciatrice non può essere una cosa sana e se ne va a Los Angeles a giare lo spin-off da cui il suo nome trae il titolo.

  2. Riley Finn, l’unico essere umano e l’essere più inutile sulla faccia della terra. Ovviamente appartiene a un’organizzazione para- militare addestrata a far fuori i cattivoni con i canini affilati. Ovviamente è un cretino. Ovviamente si innamora di Buffy e, ovviamente, soffre del complesso di inferiorità dovuto al fatto che la sua ragazza è più forte di lui e non ha bisogno di urlare e rifugiarsi tra le sue braccia per sentirsi protetta. Buffy, probabilmente ancora scottata da due anni passati a vivere di notte con Angel e senza potersi “concedere” a lui, si sforza proprio tanto e se ne innamora. A fine stagione lui si stufa di competere a chi è il più forte e decide di andarsene.

  3. Spike, che arriva nella seconda stagione e si presenta come il vampiro che ha ucciso due cacciatrici negli ultimi 100 anni. Con la nostra protagonista non è che non c’abbia provato eh, ma sembra più di vedere Will il coyote contro BeepBeep: ogni volta che è quasi riuscito a farla fuori, accade qualcosa o arriva qualcuno di insperato che fa saltare il piano. Senza contare che dalla quarta stagione l’organizzazione di Riley gli impianta un chip che non gli permette di fare del male agli esseri umani e questo, in qualche modo, lo “addomestica”, tanto che arriva a trasformare la sua ossessione omicida per la cacciatrice, in ossessione “amorosa”. Inizialmente è solo un’attrazione fisica, sessuale, molto carnale e animale. Ma poi il nostro Spike si innamora sul serio, tanto da andare a superare delle prove terribili per farsi ridare l’anima, convinto che questo possa conquistare il cuore di Buffy (la quale lo aveva allontanato dicendogli che non l’avrebbe mai potuto amare proprio perché senza anima). Questa forse è la storia più sana che la protagonista instaura. Nasce da un bisogno di dare sfogo al proprio “lato oscuro”, cosa che come abbiamo detto prima, non è assente nel personaggio di Buffy. Spike rappresenta tutto quello contro cui combatte, tutto ciò che di negativo c’è per lei, eppure è da lui che va per confidarsi quando i suoi amici la strappano dal Paradiso per riportarla sulla terra, è da lui che va per trovare conforto. E lui, dal canto suo, fa una scelta, decide di tornare la cosa più vicina a un essere umano per poterla amare veramente. Mentre Angel è così già da un’ottantina di anni, Spike decide di riacquistare l’anima solo per Buffy. Ecco perché secondo me è la relazione “migliore” che riesce a creare durante tutte le stagioni.

Numerose sono le citazioni durante tutto Buffy, che mischiano al proprio interno non solo vampiri, magia e cazzotti ma diversi elementi appartenenti alla mitologia, al folklore, all’horror e diversi altri film. Spesso si è descritta la sit-com un “gotico post-moderno”. Non so quanto questo possa avvicinarsi al vero. Credo più in un figlio molto interessante della “pop culture” che cerca di affrontare tematiche vicine ai giovani parlando con il loro linguaggio. Infatti i dialoghi sono sempre stati una delle parti più apprezzate dalla grande critica e dai fan (almeno quelli in lingua originale).

Va inoltre sottolineata la tematica femminista che emerge con forza sempre maggiore: gli uomini sono spesso gli antagonisti, e dove al loro posto invece c’è una donna (stagioni 3, la dott.ssa Walsh, e 5, il dio ultraterreno Glory) gli uomini sono solo un mezzo, dei servi, personaggi senza un vero carattere o doti particolarmente spiccate. Prendiamo ad esempio Willow e Xander: mentre la prima nella quarta stagione scoprirà di essere una strega dotata di molto potere (tanto che alla fine della sesta stagione è quasi sul punto causare la fine del mondo) e tale consapevolezza nasce nel momento in cui si innamora di un’altra donna. Quando il suo primo amore, Oz ricompare lei non lascia Tara per tornare da lui, ma scegli con il cuore, senza seguire qualche convenzione già vista in precedenti film o telefilm. Di contro Xander, non subisce molte evoluzioni. Finito il liceo lo vediamo sempre più come un perdigiorno, insicuro che non sa come indirizzare la sua vita. Fa la pessima scelta di mettersi con un ex demone della vendetta (Anya) e poi di lasciarla sull’altare (non è molto furbo da parte sua!). La caratteristica principale è una lealtà incondizionata verso Buffy e Willow, che riesce a tirare fuori in lui un coraggio a volte spregiudicato, ma sincero. Egli sembra incarnare il complesso di inferiorità di “maschio” che vede tradito il suo ruolo di “dominante” in un gruppo che già ha un capo carismatico e forte che può proteggere il branco meglio di lui, ovvero Buffy.

Come concludere questa analisi? Penso che ci siano veramente poche persone nate negli anni ’80 a cui non sia mai capitato di vedere una puntata. Se non vi ha mai appassionato, provate a rivedere qualcosa adesso. Ora che l’immagine del vampiro è stata parecchio ridicolizzata con i vari Twilight e completamente rivisitata da telefilm come True Blood. Buffy parla di vampiri e di ragazzi, senza snaturare l’idea del mostro succhiasangue cacciatore, malvagio e spietato e contrapponendo una figura femminile che sa che il suo compito è quello di combatterli, ma senza avere superpoteri (se non una particolare forza che la rende più resistente ai colpi e la fa guarire più velocemente) e senza perdere la sua natura di umana e di ragazza adolescente che tutto ciò che vorrebbe è una vita normale.


Attacker you è il titolo anglofono del famosissimo cartone animato Mila e Shiro, due cuori nella pallavolo. E bene sì, parlerò anche di cartoni animati, perchè dal mio punto di vista sono serie tv a tutti gli effetti, con l’unica differenza che al posto degli attori in carne e ossa ci sono dei disegni. Mila e Shiro è uno di quelli che ha segnato la mia infanzia, che mi ha fatto venir voglia di iniziare a giocare a pallavolo in maniera un pochino più seria dell’ora di educazione fisica a scuola.

In effetti quel periodo (parliamo di metà degli anni ’90) il cartone girava già da più di 10 anni eppure non sembra aver perso il suo smalto. In squadra ci si divertiva a chiamarsi con i nomi delle protagoniste e quando si giocava in maniera scherzosa si chiamavano gli attacchi, esattamente come avveniva nel cartone animato. L’unico nostro problema era riuscire a stare in aria, prima di una schiacciata, per la durata di una puntata intera. Ok che i bambini hanno una fantasia molto sviluppata e, quando sono abbastanza piccoli, hanno anche una strana percezione della realtà, ma far stare una persona sospesa nel vuoto per almeno 3-4 minuti sfida qualsiasi capacità cognitiva.

Ma parliamo un po’ della “trama” di questo pezzo di storia dei cartoni anni ’80. Come spesso accadeva in quel periodo (e accade tutt’ora), Mila e Shiro è tratto da un manga la cui storia differisce in alcune cose dal cartone. E’ la storia di questa ragazza che dalla campagna si sposta in città. Inizia a frequentare la scuola media e scopre di essere un fenomeno della pallavolo, con la capacità di lievitare a mezz’aria e tirare delle randellate sul pallone tanto da spaccare arti, forare reti, deformare palloni e per questo meritarsi l’appellativo di “attacco laser” (e ci fa chiedere se la sua amica Nami Hayase non fosse in realtà un maestro Jedi di Star wars, visto che era l’unica in grado di recuperare quelle schiacciate in maniera abbastanza facile). Nella sua strada verso la convocazione in nazionale fa amicizia con la appena citata Nami Hayase, ricevitrice fortissima e anche sua compagna di squadra, e Kaori Takigawa alzatrice formidabile, facente parte dell’unico club in grado di sconfiggere quella di Mila.

La cosa che più mi ha lasciata perplessa di questo cartone, e che sinceramente non ho mai capito, è che nella versione televisiva hanno cambiato la figura della mamma della nostra protagonista. Nel fumetto è morta quando la figlia era molto piccola, nel cartone animato invece lei abbandona la famiglia per seguire il suo sogno di pallavolista. Scelta discutibile, ma lecita; la vera genialata è che il padre dice ai figli (perchè la nostra mamma-fenomeno della pallavolo ha sfornato due figli prima di rendersi conto che avrebbero causato qualche problemino alla sua carriera sportiva) che lei è morta perchè se avessero saputo che li aveva abbandonati ne avrebbero sofferto. Si vede che il padre a forza di stare in Perù a fare le foto, si è mangiato il cervello con le foglie di cocaina. Pensava veramente che la morte della madre, oltre ad essere una menzogna, potesse essere una cosa tranquilla da affrontare per un figlio, che ci possa cresce in maniera pacifica? Voglio dire se sai che tua madre se ne è andata, puoi pensare sì che non ti abbia voluto, ma hai pur sempre la speranza che un giorno possa tornare o che tu la possa cercare e trovare per parlargli. La morte invece è una cosa conclusiva che non lascia altre opzioni e, proprio perchè è un cartone animato, credo che un bambino si faccia prendere più a male per una persona morta, che per una che “è scappata”. Difatti, proprio quando Mila si trova a fare le selezioni per la nazionale, come un fulmine a ciel sereno conosce sua madre che dopo la sportiva ha seguito il classico excursus e si è messa a fare la commentatrice delle partite (della figlia, per che infatti poi troveremo sempre lei a fare da voce narrante agli scontri di Mila con le sue avversarie). Lei sconvolta lascia gli allenamenti della nazionale, si fa cercare per un giorno in giro per Tokyo, Shiro la trova le parla e la convince a tornare (adoro la semplicità dei cartoni animati). Entra in nazionale, spacca il culo a un po’ di gente in amichevoli e il cartone finisce con l’arrivo della squadra a Seul, dove gareggeranno per le Olimpiadi dell’88. Facciamo due calcoli: la prima puntata è andata in onda nell’84. Presumibilmente la serie si svolge nello stesso anno e Mila va alle medie, quindi quanto ha? 12-13 anni? Dopo soli 4 anni, cioè a 16-17 è già in club professionale e convocata in nazionale olimpica? Porca miseria un vero fenomeno. Ma soprattutto verrebbe da pensare che i talent scout in Giappone funzionano veramente bene!

Come andava di moda in quel periodo, ogni partita durava all’incirca 12 vite (una per ogni giocatrice in campo) e ogni partita delle medie o del liceo gremiva i palazzetti e vedeva il cronista televisivo pronto a fare sfoggio del suo patos migliore (qualche somiglianza con Holly e Benji??). Inoltre è incredibile come nell’edizione italiana siano riusciti a tirare fuori un titolo orrendo e melenso come “Mila e Shiro, due cuori nella pallavolo”. Io mi chiedo: ma chi crea questi titoli, il cartone l’ha visto? Shiro, in 58 puntate di cartone animato, sarà presente in 4-5 e per non più di 5 minuti. Sì, ok che è il ragazzo di Mila, ma è utile come un raccattapalle in una palestra piccola di liceo e nominarlo addirittura nel titolo mi pare un po’ eccessivo (facendo torto a Nami e Kaori che loro invece il pane sul campo se lo sudano). Questo scivolone è stato fatto anche dai vicini di Francia e Spagna (che come nel loro stile hanno introdotto nomi a loro più ‘vicini’ come Jeanne et Serge o  Juana y Sergio… CHE FANTASIA!).

Prima di concludere, dedicherei due parole obbligatorie a Mister Daimon. Un uomo a cui si fa prima a saltare sopra che non a girargli intorno e che ALLENA ragazze di PALLAVOLO! Uno signore che dentro a un liceo si permetteva di percuotere con il bastone le sue giocatrici minorenni per spronarle a sputare sangue sul campo! Non so voi, ma a me faceva paurissima. Pregavo di non incontrare mai un insegnate così severo. Ma il bello di questi cartoni è che non c’è una logica. Non c’è un preside che va da Daimon e gli dice “Ciccio che cazzo combini? Qui se ci denunciano saltiamo in aria che Hiroshima in confronto pare una passeggiata a primavera!” non c’è un genitore che vedendo la figlia ricoperta di lividi si fa due domande. Non c’è un’alunna che va da un maggiorenne a dire “Quell’allenatore è peggio del sergente Hartman di Full metal jacket!” No, non avviene nulla di tutto ciò. Solo a un certo punto qualcuno si sveglia dal torpore mentale lo caccia per metterci il preside che però ha il piccolo difetto di non sapere neppure come sia fatto un campo di pallavolo.

Detto ciò il valore di Mila e Shiro resta. Bim Bum Bam lo manda ancora in onda e ci sono ancora bambini e bambine che lo guardano, si appassionano e scelgono di andare a fare pallavolo e questo, per me, è il risultato migliore che un cartone può sperare di ottenere. Se girassimo per le squadre nazionali di volley sono sicura che la percentuale di quelli/e che seguivano le imprese della schiacciatrice dai capelli arancioni, della ricevitrice con i capelli blu e l’alzatrice dai capelli bordeaux, sono tanti. E tanti altri gli adulti che, con sorriso nostalgico e un po’ malinconico, ti confidano che con Mila condividevano il sogno di poter giocare, un giorno nella nazionale di pallavolo.