Finalmente ho finito di vedere Six feet under e mi do’ della stupida per aver atteso tanto per iniziarla e per averci messo tanto a finirla. È semplicemente una delle cose più struggenti ed esteticamente perfette che io abbia mai visto. Lucia aveva ragione. Sicuramente il post che lei ha dedicato a questa serie spiega meglio di che si tratta, ci proverò anche io perché mi ha toccata veramente nel profondo.

Six feet under: la profondità in cui si interrano le bare negli USA

La storia verte su un’azienda a conduzione familiare di pompe funebri. In questa famiglia ci sono tre figli: Nate, David e Claire. Nate è andato via di casa molti anni prima, il giorno di Natale quando sta tornando per le feste incontra sull’aereo Brenda con cui ha un rapporto sessuale nel bagno dell’aeroporto. Mentre il padre lo sta andando a prendere ha un’incidente e muore. Non vedendolo arrivare Brenda si offre di accompagnarlo a casa, questo gesto trasformerà una scappatella fugace in un rapporto che durerà per tutti i seccessivi 5 anni. Giunti a casa apprendono che il padre è deceduto. Tale morte  segnerà l’inizio di una nuova vita per tutta la famiglia Fisher. Nate, suo malgrado, si troverà costretto a rimanere, rendendosi conto che il fratello David non ce la fa a reggere da solo l’impresa funebre. Scopriamo così che David è gay non dichiarato, a casa mostra il volto del figlio devoto che adora il lavoro che fa; questa situazione lo rende isterico e fin troppo controllato. Per questo una volta divenuto socio assieme al fratello, David inizierà un processo che lo porterà a fare coming out e a vivere apertamente la sua relazione con Keith. Poi c’è Claire la figlia adolescente e artista che detesta vivere in una famiglia così “ipocrita” e controllata e che capirà poco tempo più tardi quanto gli manchi il padre e quanto poco lo conosceva in realtà. Con i membri della sua famiglia vive un rapporto di amore e odio, ed è sempre sul punto di precipitare in un abisso di depressione, perché non riesce a vedere il lato bello della sua vita, ma solo quello estremamente più amaro. Infine c’è Ruth la madre di famiglia, colei che più di tutti, nelle cinque stagioni, prende coscienza di sé ed effettua una meravigliosa metamorfosi da donna devota e madre di famiglia fedele a una signora emancipata e con le idee chiare su come vuole passare gli anni finali della propria vita. Tale processo la porterà tra le braccia di uomini completamente diversi tra loro e tramite essi capirà cosa vuole davvero: essere indipendente e imparare a stare da sola. Questo la porterà a riavvicinarsi alla sorella Sara, che ha trascorso una vita stile “figli dei fiori” e che se nelle prime stagioni la vediamo spesso criticata per le sue scelte, alla fine sarà proprio a casa sua che Ruth andrà a vivere per godersi finalmente la  vita fatta di scelte prese pensando prima a sé stessa

I personaggi principali

Sebbene si presenti come una serie drammatica che affronta i classici temi della famiglia, dei tradimenti e della religione, Six feet under parla in realtà  della morte. Meglio ancora parlando della morte ci racconta la vita. Questa la scelta di sfumare sempre al bianco e mai al nero e di iniziare ogni episodio con la morte di una persona, di qualsiasi tipo: dal suicidio alla malattia, alla scomparsa del tutto accidentale e casuale, compresa la morte improvvisa di un neonato. Ognuna di esse dà l’impronta a quella puntata, uno spunto di riflessione. La colonna sonora è discreta, tante sono le scene lasciate al silenzio, proprio perché in certi casi non c’è bisogno di un accompagnamento musicale per sottolineare qualcosa che è già chiarissimo di per sé. Essa fa da cornice in alcuni momenti in cui sa di non stonare.
La forza di questa storia sta nel modo in cui il “Tristo mietitore” viene rappresentato senza finti moralismi, senza troppi giri di parole, ma solo per quello che è: parte integrante della nostra vita. Sono i vari personaggi che rifletteranno intorno ad essa, che si relazioneranno con le sue varie sfaccettature. Un’operazione del genere la si può portare avanti solo e soltanto se ci si mette nell’ottica di chi con la morte ci lavora tutti i giorni, chi vede le salme in maniera asettica e distaccata, chi, come i Fisher è cresciuto giocando nello scantinato vicino a dove papà imbalsamava i corpi.

«Il funerale non è per i morti, ma per i vivi.» (David Fisher)

In realtà la vita non è dolorosa perché accadono cose brutte, perché la gente a cui teniamo muore: la vita è ciò che noi scegliamo, accadono sia cose belle che cose brutte e la morte non è ingiusta, la morte è “una livella che alla fine livella tutti uguali” (come diceva Totò). Essa è quindi la cosa più giusta ed equa che ci sia in questo mondo.
I dialoghi che i protagonisti hanno con i cadaveri rappresentano i loro dialoghi interiori, le riflessioni, servono per esternare ed esternarci le loro paure il tutto utilizzano uno stile paradossale e onirico che ricorda molto David Lynch.
Lo stile e i tempi della narrazione sono volutamente lenti, forse per far capire allo spettatore che ciò che sta per vedere non è nulla a cui è solitamente abituato. Lo scopo della serie non è fare ascolti, non è dare subito una conclusione o un senso a ciò che sta succedendo perché così chi guarda non si annoi, no Alan Ball si prende 5 stagioni per raccontare la sua storia, per far capire dove sta andando a finire lo sviluppo di un personaggio. È il giusto tempo da dare perché una cosa sia bella, ha bisogno di spazio, di aria per crescere e svilupparsi, per capirsi e far capire. Il suo punto massimo infatti si raggiunge nelle ultime puntate in cui si raggiunge l’apice della drammaticità, ma anche la massima consapevolezza di tutti i personaggi:

[ATTENZIONE SPOILER!]
da Federico (il terzo socio dell’impresa funebre) che deciderà di mettersi in proprio, a Ruth che deciderà di non volere altri uomini nella sua vita, con Claire che andrà a New York per trovare la sua vera strada e indipendenza, David e Keith che riescono finalmente ad essere una vera famiglia con i propri figli, Brenda che deciderà che non riverserà più sugli altri il proprio odio e la propria rabbia. Così come la morte di papà Nate segna l’inizio del cambiamento per la famiglia Fisher, la morte di Nate jr. segnera l’inizio dell’età “adulta” di quel cambiamento.
Come Brenda e Nate si sono conosciuti quando è morto “papà Fisher”, così accade per Claire e Ted che durante il loro primo appuntamento si ritrovano a passare la notte in ospedale prima che Nathaniel muoia.
[FINE SPOILER]

Gli ultimi 5 minuti dell’ultima puntata sono la cosa più intensa che mi sia capitata di vedere. Un susseguirsi di immagini, scene, e musica che ti lasciano l’anima devastata, distrutta, rimescolata e ricostruita. Nessuno penso possa vedere questa serie, arrivare all’ultimo episodio e dire di non esserne stato toccato, perché non è solo fiction, ma è la rappresentazione della vita, senza stereotipi, senza finzioni, senza linguaggi forzati o situazioni paradossali. Alan Ball ci mostra una vita dal punto di vista della morte, lo fa con maestria, senza retorica e con una bellezza che ci lascia spiazzati ed emozionati.

Vi lascio con il link all’ultima scena, quella che mi ha fatta commuovere e mi ha sconvolta. Lascia senza fiato.

L’ho appena finito di vedere. Pensare di scrivere una recensione adesso sarebbe impossibile. So solo che la scena finale mi ha “devastata” dentro, in senso “buono”. PEr quanto possa avere un lato buono la parola devastata. Ma Lucia non esagerava dicendo che forse è uno dei più bei telefilm realizzati. Esteticamente perfetto. Una storia che inizia con la prima puntata della prima serie e finisce nell’ultima puntata dell’ultima serie, con armonia, con pazienza, con i suoi ritmi. Senza forzature. Senza sbafi. Domani forse dirò qualcosa di più. Al momento riesco a postare solo il video della scena finale. La canzone è struggente e perfetta. Non vedetelo se non volete spoiler.

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«Finalmente le donne parlano di sesso come gli uomini»

"Siamo alle solite: un armadio pieno di vestiti e nulla da mettere"

Quando si parla di telefilm che hanno cambiato il volto della televisione, è impossibile non menzionare Sex and the city. Forse qualcuno storcerà un po’ il naso (cazzi sua!), ma per quanto alcuni vogliano ostinatamente relegare questa serie in una nicchia, è un fatto oggettivo che sia stata la fondatrice di un nuovo genere e di un nuovo modo di pensare alle serie televisive.

«Il sesso è il barometro di quello che succede in un rapporto.» (Samantha)

Sex and the city è la storia di quattro amiche, una delle quali è anche la voce narrante. Siamo a New york e le protagoniste sono delle giovani donne sui 35 anni. Le vicende narrano dei sogni, delle scappatelle, di famiglie, di lavoro, di uomini e universi che si incontrano, ma soprattutto parla di sesso e dell’amore e lo fa in maniera nuova: non è volgare, nè messo a casaccio. La serie gioca sul delicato equilibrio del mostrarsi senza mostrare troppo di sè. Provoca e narra, racconta e incuriosisce. Sebbene nelle prime stagioni non passa puntata senza che ci sia una scena di sesso in mezzo, esso non è buttato lì a casaccio per alzare gli ascolti, ma ha una sua ben studiata ubicazione e dimensione, che aiuta lo spettatore a capire in che mondo stiamo entrando. Qui non siamo a Beverly Hills 90210 (sebbene il creatore sia lo stesso), i ragazzi non sono tutti buoni e non ci sono i bravi da una parte e i cattivi dall’altra. Non ci sono situazioni stereotipate e surreali (bhè forse ogni tanto qualcuna ce n’è ^_^), ma la Manhattan raccontata da Star ci mostra donne che soffrono e lavorano, che si divertono e usano gli uomini anche solo per divertimento; donne che vengono usate e disilluse, madri-amanti di bamboccioni senza spina dorsale, fedeli compagne di uomini sicuri di sè. Il tutto condito da una buona dose di ironia e comicità che smorzano i ritmi per rendere il tutto meno pesante e più godibile. Questo aspetto ha mosso spesso le critiche negative bollando le quattro protagoniste come superficiali, egoiste e “facili”. Quello che questi signori non hanno compreso è che Sex and the city non è un telefilm politicamente corretto, nè adatto ai puritani propensi alla critica facile; no Sex and the city è un telefilm che vuole provocare e dare un volto nuovo alle donne in carriera, solitamente descritte come tutte tailleur, famiglia, figli e chiesa oppure solo e soltanto cuori di ghiaccio e lavoro.

Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte sono quattro donne emancipate, sicure nella loro insicurezza e fragilità, vogliono divertirsi e sognano il principe azzurro, amano andare alle feste, fare shopping, essere glamour e alla moda, rimorchiano e vanno a letto con il primo conosciuto, ma amano anche e soffrono. Sanno essere spietate e dolci, ciniche e disilluse, svampite e saggie. Non c’è un “aut aut”, ma le loro storie sono colorate con tutte le sfumature che l’universo femminile può offirere. A mio avviso è il modo più reale possibile di raccontare il mondo e l’universo delle donne, di questo ultimo decennio, attraverso un prodotto televisivo.

«Il romanticismo non esiste senza del buon sesso!» (Miranda)

Ma nel titolo non c’è solo il “sesso”, c’è anche La City, New York. Questa città non è solo una location dove ambientare storie, ma è stata spesso definita la quinta protagonista della serie. Oltre le innumerevoli panoramiche che le vengono dedicate, i primi piani sui locali più “in” frequentati dalle ragazze, le immense strade piene di gente frenetica che va a lavoro o esce il sabato sera, le avenue stracolme di taxi che lavorano a pieno ritmo a qualsiasi ora del giorno e della notte, la Città ha un vero e proprio rapporto con i personaggi, una sua vita, una sua anima che interagisce con essi. In particolare Carrie parla spesso di quanto ami New York e di quanto per lei sia magico poterci vivere. Nel corso della quinta stagione arriva a definirsi “fidanzata” con essa e dopo una festa arriva a un ragazzo con cui usciva proprio perchè si era permesso di parlare male della Grande Mela.

Ultimo argomento, ma non per questo meno importante, in Sex and the city si parla di Amicizia.Perchè se c’è una cosa che puntata dopo puntata e stagione dopo stagione (e anche film dopo film) non cambia e non passa, ma anzi si rafforza è l’amicizia tra Carrie, Samantha, Charlotte e Miranda. All’inizio della quarta stagione Charlotte le definisce “anime gemelle” l’una dell’altra. Questa è la frase che più di tutte racchiude l’essenza di quella “sorellanza” che ogni donna, almeno una volta nella vita, prova e vive.

«Non conta chi ti ha spezzato il cuore o quanto ci vuole per guarire, non ce la farai mai senza le tue amiche.»(Carrie)

Ecco i motivi fondamentali perchè in cinque anni, Sex and the city è riuscito a riunire davanti al televisionre le più variegate tipologie di pubblico, non solo femminile ma anche maschile. E’ stata la base su cui poi sono venute moltre altre serie e film (Il Diario di Bridget Jones fa parte dello stesso genere e, come S.a.t.C. è tratto anche lui da un libro del tipo chick lit). Chissà se è solo un caso che proprio nel 2004, mentre andava in onda l’ultima stagione di questa serie TV, è iniziato “L word”, ovvero il telefilm che è stato spesso definito il “sex and the city lesbico”, che guarda caso al suo debutto portava come tag-line ideata da Showtime “Same sex, different city” (L word è ambientato a Los Angeles). Per concludere direi che questo è un altro, degli infiniti colpi messi a segno dalla HBO, a cui prima o poi scriverò un omaggio.

«Dieci anni fa gli uomini di un commando specializzato operante in Vietnam vennero condannati ingiustamente da un tribunale militare. Evasi da un carcere di massima sicurezza si rifugiarono a Los Angeles, vivendo in clandestinità. Sono tuttora ricercati, ma se avete un problema che nessuno può risolvere – e se riuscite a trovarli – forse potrete ingaggiare il famoso A-Team»

Torniamo a parlare dei favolosi anni ’80. Il decennio che di più  ha  lanciato serie televisive divenute parte integrante della mitologia telefilmica delle generazioni a venire.

Oggi parliamo degli A- Team. La frase con cui ho aperto questo articolo era l’introduzione alla sigla. Già alcune cose ci lasciano perplessi: militari che evadono da un carcere di massima sicurezza, per quanto siano stati condannati ingiustamente, si rifugiano a LOS ANGELES??? Certamente! E che tu vuoi che di tutti i posti sperduti del mondo i militari ti vanno a cercare proprio a L.A.??? Un po’ come dire “rifugiamoci nel posto più improbabile” che ha anche una sua logica, ma non spiega come tu non riesca ad incontrare mai nessuna delle persone che ti sta dando la caccia, in modo particolare se non tieni proprio un “basso profilo”, ma vai in giro a sparare alle persone, a dare caccia ai criminali e spesso interagisci con la polizia. Ma questi sono gli anni ’80, questo è un telefilm di azione e tante domande non andrebbero poste. Quindi va tutto bene e ci prendiamo i nostri amici militari buoni, che non uccidono nessuno e fanno sempre il bene.

Ma chi sono questo A-Team? Sono un gruppo di militari che durante la guerra del Vietnam (e come te sbagli?) sono vittime di un errore giudiziario e vengono condannate per un crimine che non hanno mai commesso. Dopo una rocambolesca fuga si danno alla macchia (per modo di dire…) e iniziano a fare i mercenari per L.A. Ovviamente sono mercenari che lavorano solo per alcuni clienti che costituiscono la parte “debole” della popolazione e loro li liberano dai sopprusi dei “cattivi”. La squadra era formata da:

I protagonisti
  • Hannibal o il Colonnello, la mente del gruppo e l’organizzatore, si contraddistingue perchè ha sempre un sigaro spento in bocca e porta guanti neri di pelle.
  • L’affascinante Sberla, utilissimo per il suo modo elegante e “molto poco militare” per le missioni in cui i nostri protagonisti doveva infiltrarsi in qualche organizzazione.
  • Il muscolosissimo e cattivissimo Mr.T. Negli anni ’80 andava fortissimo. Il suo personaggio è uno stereotipo allo stato puro: nero e pieno d’oro, tutto muscoli azione e poco cervello. Dal cuore grande con i più deboli. Anche se stereotipato, lo abbiamo amato tutti, finchè in Rocky 3 non uccide Mickey e saremmo saliti noi sul ring per massacrarlo di botte.
  • Murdock, il Capitano e il matto di turno. Non matto per modo di dire, è veramente pazzo. In realtà, se non ricordo male lui non era ricercato dai militari, ma era fuggito da un’ospedale psichitrico e si unisce spesso alla squadra grazie alla sua abilità nel pilotare gli elicotteri. Sicuramente uno dei personaggi più simpatici della serie.

Da citare è il furgone nero su cui l’A-Team si sposta (anche questo devo dire molto in incognito, eh?!):

Il furgone dell’A-Team

Assolutamente delizioso. Se mi fosse mai dovuto servire un furgoncino, di sicuro avrei voluto una cosa del genere. Con le borchie rosse, la striscia che fa il giro del furgoncino, il rinforzo anteriore…oltre a non dare assolutamente nell’occhio (!) è veramente fico!

Purtroppo l’anno scorso anche A-Team è stato vittima del remake cinematografico che in questo periodo va tanto di moda. Non l’ho visto, sono sincera, e anche se due dei tre protagonisti originali vi hanno partecipato, quelli che non l’hanno fatto si sono detti molto delusi. Dal trailer e da quello che ho letto in giro, sembra un mix di azione, parodie che richiamano ad altri film e “idee” che ammiccano ad una trama orginale. A cosa serve rifare un film così, se non c’è nulla di inedito? SE dietro non c’è un’idea?

Ad ogni modo la sigla rimane uno dei must più importanti di questo telefilm. Chi non ci si è mai fomentato? Chi non se l’è canticchiata mentre andava per un bosco e quando giocava a fare “i militari”? Rimane una base miliare per le colonne sonore della generazione “anni ’80”.

Visto che abbiamo inaugurato la categoria “Still on air” e su gentile insistenza di una delle mie mentori per quanto riguarda i telefilm, parleremo di True Blood. Anzitutto direi che obbligatorio ringraziare il buon fato o semplicemente il buon senso per aver fatto produrre questa serie televisiva alla HBO: lo stesso prodotto riempito di tagli, censure e linguaggi riservati a minori di 16 anni si sarebbe trasformato in una cagata pazzesca.

La storia è basata su un ciclo di romanzi e parla di vampiri, come è giusto che sia vista la moda dilagante degli ultimi anni. Il bello di True blood è che non parla di adolescenti con turbe psichiche, o di vampiri centenari con l’aspetto di eterni 17enni. Non c’è neppure l’immagine classica del vampiro gotico. In realtà gli sceneggiatori si sono divertiti un mondo a riprendere tante idee da Twilight e dai classici della letteratura vampiresca e denigrarli, citarli senza prendersi troppo sul serio. Già dalla sigla iniziale si presenta come il “cattivo ragazzo” della televisione che vuole “fare cose cattive”.

Le immagini sono state girate veramente in Lousiana (dove si trova anche la fittizzia Bon Temps, l’ambientazione del telefilm) e disegnano alla perfezione il contesto della storia: un luogo dove anche il più figlio di puttana si dimostra un timorato di Dio che dorme con il fucile caricato sotto al cuscino, il tutto senza troppi problemi e senza qualche tentennamento etico, ma solo per far capire che là così si fa e basta! Ciò che cerca di comunicare è proprio l’estremismo contrastante tra integralismi religiosi, sfocianti spesso in superstizione, e l’enorme energia sessuale che arriva molte volte fino alla depravazione durante il corso della storia.

Il clima è di intolleranza verso tutto ciò che è diverso, in circostanze in cui si vede che le persone nere sono appena appena state accettate dopo anni di violenze razziali.

A rendere la vita dura ai “bravi” cittadini di Bon Temps ci si mette l’arrivo di Bill Compton, un vampiro che cerca di viversi in tranquillità e nella sua terra natale l’uscita allo scoperto delle creature delle tenebre. Al Merlotte’s (il grillhouse del paese) incontra con Sookie Stackhouse (sì la protagonista in pratica si chiama “Succhia Lacasadellabistecca” e ci mancava solo “al sangue”…), una ragazza del posto con la capacità di leggere la mente di tutti, eccetto che dei vampiri. Avendo sempre vissuto questa sua capacità come un handicap (e andatele a dire di no), trova conforto di poter finalmente parlare con qualcuno senza sentirsi la testa affollata dai pensieri di chi gli sta davanti. Questo incontro è il fulcro per quello che sarà il filone principale della storia, da cui partiranno tante altre piccole sottotrame con protagonisti i cittadini e i vampiri della Louisiana. Conosceremo Eric, lo sceriffo della zona, e la sua progenie Pam. Jason, il fratello di Sookie il classico tipo belloccio, stupido che pensa solo a scopare, Tara, la sua migliore amica della protagonista tanto dura quanto fragile e l’eccentrico cugino gay Lafayette.

Piccola curiosità: la maggior parte dei protagonisti principali non è americana, ma recitano tutti quanti con un ottimo e spiccato accendo degli stati del sud.

Eric, Sookie, Bill

L’idea innovativa sta nel parlare di vampiri che prendono la decisione di non vivere più nell’ombra grazie alla creazione giapponese del sangue sintetico, chiamato per l’appunto True blood, che permette loro di nutrirsi senza uccidere nessuno. La convivenza tra le due razze, come si potrà intuire, non è facile: tra la paura per questi esseri infinitamente più forti, le leggende che circolano sul loro conto (e a tal proposito scopriamo che la maggior parte delle credenze sui vampiri sono state messe in giro proprio da loro) e alcuni personaggi che non sono proprio felici di questo “outing”. Scopriamo che il popolo dei vampiri ha un’organizzazione: ministri, portavoce, re, regine, sceriffi e quella che viene chiamata genericamente “l’Autorità” che dovrebbe rappresentare l’organo supremo.

Anche la cosiddetta “mitologia” di True blood è abbastanza originale su certi fronti visto che sforna lupi e pantere mannare, mutaforma, fatine di luce e streghe tutti nella stessa serie televisiva. I mutaforma sono esseri umani che possono trasformarsi in qualsiasi animale a cui si sentono affini e da cui prendono ispirazione per scegliere le proprie sembianze; differiscono dal lupo mannaro che invece si trasforma solo in lupo e si sente superiore al semplice mutaforma, si raggruppano in branchi (guidati da un lupo Alfa) e hanno una forza fisica superiore. Le pantere mannare invece crescono isolate e sono in via di estinzione (sono considerate una razza pura perché nascono solo se entrambi i genitori sono a loro volta pantere mannare) e per questo motivo cercano di riprodursi anche tra consanguinei. Non brillano in intelligenza, tanto che si può dire che conservano il loro istinto animale anche quando assumono le sembianze umane.

La lotta per l’uguaglianza dei diritti dei vampiri ricorda moltissimo le numerose lotte contro la discriminazione di tutte le minoranze, anche se sono un gran numero i richiami ai motti della comunità LGTB: “God Hates Fangs” (Dio odia le zanne) è molto simile a “God Hates Fags” (Dio odia i froci) realmente comparso in alcuni stati dell’America del sud, oppure Coming Out of the Coffin” (Uscite fuori dalle bare) ricorda “Coming Out of the Closet” (Uscire allo scoperto).

Tanto ha fatto discutere la violenza, lo splatter, le numerose scene di nudo e la perversione non troppo velata di molte scene. È per questo che all’inizio di questo articolo elogiavo la scelta di trasmettere sull’HBO (che dopo il successo di Six Feet Under non si è fatta sfuggire l’occasione di produrre un’altra sceneggiatura di Alan Ball) perché è una rete che pensa al prodotto, soprattutto se promette essere un buon prodotto, piuttosto che all’ipocrita perbenismo dedito alla censura che vieta pistole puntate alle tempie, parolacce, scene di nudo dove non solo non sono gratuite ma anche completamente giustificate come mezzo narrativo. Non mi è capitato, ma so di serie televisive d’azione in cui i protagonisti non possono dire parolacce più gravi “CAVOLO!”…bhè devo dire molto reale come cosa! In True blood questo problema non si pone neanche: qui vampiri ed esseri umani non fanno sesso ma scopano proprio di brutto. Un pestaggio è reale, il sangue schizza, le ossa si rompono e i lividi ci sono. Il vampiro non si fa troppe remore a uccidere una persona, anzi trova strano quando gli viene impedito di farlo, visto che hanno passato secoli a considerare gli esseri umani come semplice cibo.

Questa è a mio avviso la miglior scena di violenza di tutta la serie

Se proprio vogliamo andare a caparci il pelo (che poi se ci pensiamo bene proprio pelo non è, ma forse anche qualcosina di più), il problema di True blood è che non ha un’armonia narrativa tra le varie stagioni. L’impressione è che avvenimenti e personaggi non seguano un evoluzione lineare ma più che altro a “cazzo de’ cane”, il che stona parecchio con i cambiamenti dei personaggi in Six Feet Under (ricordate che il creatore è lo stesso) che seguono un loro coerente sviluppo. Non è una pecca da poco, ma vi assicuro che il telefilm e i personaggi sono talmente fatti bene (a parte nei primi episodi della quarta stagione) che amerete questo telefilm così come se ne sono innamorati tutti quelli a cui l’ho consigliato.

Ultimamente sento un po’ mancanza di ispirazione per scrivere su questo blog. Aiutatemi voi, che suggerimenti avete? Stavo pensando di scrivere due, brutte, parole sulla saga di Twilight (originale eh!!) oppure due, belle, parole sulla saga di Nightmare. Non sono veri e propri telefilm ma era per spaziare un pochino anche in altro….ma devo decidere seriamente…I pensieri in realtà erano su queste tre scelte:

  • Ally McBeal
  • A-Team
  • True blood

Votate gente votate!

Fin’ora non è mai capitato che parlassi di serie televisive che stessero andando ancora in onda. Su suggerimento di Lucia (che in realtà ha già recensito il tutto nonostante la sua avversione per i generi televisivi) mi sono decisa ad inaugurare questa nuova categoria con “American horror story”.

E’ un telefilm che mi ha piacevolmente sorpreso. Devo essere sincera pensavo fosse un po’ una cazzata all’inizio, le solite cose da nerd-horror che piacciono a Lucia, ma questa volta mi sono dovuta ricredere. Dopo una prima puntata in cui non avevo capito molto ed ero rimasta molto interdetta, gli ho dato una seconda possibilità e mi sono vista il secondo episodio: amore vero! Non solo ha la grande capacità di tenermi incollata allo schermo, ma è anche fottutamente inquietante con un ottimo equilibrio di “BU!!!” (come li chiama il mio mentore horror, Lucia, ovvero scene in cui accadono cose all’improvviso che ti fanno fare un salto di mezzo metro sulla sedia) e di scene colme di tensione che riescono a tenere alta l’adrenalina parecchi minuti dopo aver terminato la puntata. In più non va trlasciato le ottime regia e fotografia unite a un cast di buon livello, soprattutto per quel che riguarda i ruoli più giovani, che mi hanno piacevolmente colpita con le loro performance.

La trama è ricca di cliché dell’horror americano, ma non per questo scontata. La sceneggiatura è sviluppata in modo da creare intrecci che piano piano vengono spiegati e svelati episodio dopo episodio. Il tema è una casa. Una casa infestata. “Che originalità!” penserete voi, ma la cosa belle è che le presenze che infestano la casa non si manifestano proprio con lenzuoli e catene, anzi sono solitamente entità che non sanno neppure di essere morte (non dico altro per non spoilerare troppo). Da questo punto inizia un trip mentale allucinante, visioni e realtà che si confondono e fondo in flash, immagini del passato, de’ja vù e alterazioni della realtà da far venire un po’ di senso di nausea e intrippare le menti più appassionate a questo genere di storie.

Ciò che mi lasciava molto perplessa, all’inizio, era proprio l’idea che un horror sviluppato su una serie televisiva potesse richiedere veramente tanto impegno per non risultare una boiata pazzesca. Invece la Fox non ha impiegato i propri soldi solo in effetti speciali, ma ha deciso di lavorare su un prodotto di qualità e a quanto pare ci stanno riuscendo. Per carità non sbilanciarsi in questi casi è sempre più un bene che un male (soprattutto perché siamo solo a sei puntate e perché dopo Lost so che può succedere anche con serie che promettono benissimo!).

Ma c’è una cosa che, comunque andrà a finire, non mi stancherò mai di ripetere: la sigla di AHS fa una paura del cazzo! Vedendo film horror da quando avevo 4 anni difficilmente accade che un film o un’immagine mi “tocchino” in maniera profonda, mi scuotano o altro, c’è qualche caso come Twin peaks (a chi non faceva paura Bob??), l’Orfanato e qualche altro titolo.  Per correttezza, sarebbe meglio dire che la sigla di apertura di questo telefilm non fa proprio paura, ma mette addosso la giusta inquietudine come a dire “stai per entrare dentro a una casa in cui la cosa migliore che potrebbe capitarti è essere già morto e all’inferno, perché dove ti stiamo per portare neppure i morti sono troppo al sicuro”. Musica senza parole, suoni stridenti, immagini scure, flash di seminterrati bui, sporchi e terribili, feti sotto formaldeide e ogni tanto qualche arma o attrezzo di tortura, intervallati da bravissime scritte con i nomi degli attori principali, produttori e regista. Stop. Breve ma intensa. Fa il suo dovere, ti fa capire che se decidi di seguire questa storia i quaranta minuti che seguiranno avranno ben poco di carino e divertente.

Purtroppo il video d’apertura che c’era su youtube è stato rimosso e da condividere con voi ho solo questo che si sente pochissimo, ma se siete veramente curiosi, almeno le prime due puntate sarebbe il caso ve le vediate, no?

Il link al solo audio.

Quando si tratta di Paola Cortellesi riesco a essere meno oggettiva del solito. Ma quando per caso mi imbatto in queste imitazioni c’è poco da essere soggettivi/oggettivi: è brava! Premesso che seguivo moltissimo “Lady Oscar” e quasi per niente “Lo specchio magico”, non si può non soffocare dalle risate ascoltando l’imitazione del modo di cantare di Clara Serina. Alla fine le versioni originali.



Dopo uno stop un po’ prolungato torniamo con un simpatico classico degli anime degli anni ’80: Carletto il principe dei mostri, che è stato per parecchi futuri appassionati di horror una specie di trampolino di lancio. Non fraintendetemi non aveva nulla di pauroso, era un cartone per ragazzi preadolescenti, però era semplice, carino e diverso dai soliti supereroi. Carletto era il principe del Paese dei Mostri (città del pianeta Mostrilandia, dove vivono tutti i mostri generati dalla fantasia), dall’aspetto sembra un bambino, ma in realtà si capisce subito che ha molti più anni di quel che dimostra; ha la capcità di cambiare aspetto e di allungare braccia e gambe. Il cartone inizia con la sua decisione di andare a vivere sulla Terra assieme ai suoi amici: Lupo, il cuoco di casa. Di giorno umano e nelle notti di luna piena invece lupo mannaro. Di lui ricordiamo sicuramente lo spiccato accento tedesco che i doppiatori nostrani hanno voluto dargli. Frank, il simpatico omone parodia del terrificante Frankenstein. Fa le veci del maggiordomo di casa e si esprime solamente con il suo simpatico “Me-he-he” che forse da piccoli avremmo voluto adottare anche noi come meta-lingua per parlare con i nostri genitori (io lo facevo ^_^). Dracula o Conte, è il più dotto della famiglia. Dal spiccato accento francese, ha la capacità di parlare con i pipistrelli e beve succo di pomodoro (anche se ogni tanto sente la nostalgia di un po’ di sangue umano). Essendo il più erudito, è spesso anche il personaggio che per primo capisce la vera identità dei mostri cattivi contro cui si dovranno “lottare” per difendere i loro amici umani. Arrivato sul nostro pianeta conosce Hiroshi, un bambino orfano che vive con la sorella Sis. I due presto diventeranno amici per la pelle. Durante le varie puntate facciamo la conoscenza di diversi mostri più o meno cattivi che cercano di impossessarsi del mondo o anche solamente di dar fastidio ai terrestri. Più o meno cattivi perché i diversi antagonisti si svelano più buoni di quel che sembrano o addirittura stringono amicizia con Carletto. Non c’è molto altro da dire, se non fare un piccolo appunto al riguardo. “Il principe dei mostri” è sicuramente un cartone per bambini, ma ha un messaggio di fondo che mi ha sempre colpita: in ogni episodio c’è un mostro e una situazione diversa da affrontare e Carletto si dimostra essere l’anello di congiunzione tra i due mondi: se da una parte Carletto cerca di far capire ai mostri che fare del male porta su una cattiva strada, dall’altra cerca di spiegare agli umani che non si deve giudicare dalle apparenze né di aver paura di chi è diverso da noi. Certo è un “mondo” ideale quello in cui viveva Carletto, ma è bello pensare che i bambini potessero crescere con un messaggio così bello.

Vi lascio con le due sigle proposte, una più bella dell’altra a mio avviso.