Archivio per la categoria ‘Still on air’

Ed eccoci qui. Dopo aver tentennato per un po’, mi sono letteralmente bevuta le tre stagioni di Misfits. Purtroppo sono brevi (21 episodi in tre serie). L’idea è originale e interessante: un gruppo di “misfits” (in inglese disadattati) sono costretti a fare dei lavori sociali per dei reati minori. Durante il primo giorno, si scatena una tempesta magnetica che conferisce loro dei superpoteri. Purtroppo anche l’assistente sociale viene colpito rendendolo aggressivo: i ragazzi sono costretti ad ucciderlo per salvarsi. Ed è così che iniziano le avventure/disavventure di Simon, Alisha, Kelly, Curtis e Nathan.

L’ambientazione inglese, il cielo quasi mai del tutto azzurro fanno da sfondo ai bassi fondi di una città che potrebbe essere un qualsiasi sobborgo della Gran Bretagna. I nostri supereroi non sono “fichi”, non sono buoni e non vivono in bei posti. Le loro case fanno schifo, girano in mezzo a deliquenti e spacciatori; i palazzoni di 30 piani ospitano ogni sorta di individuo. I ragazzi a malappena parlando un inglese comprensibile, passano le giornate al cellulare, a bere e pensano a divertirsi. Ecco questo è il contesto in cui si svolge il telefilm: l’opposto di quello che le storie dei superoi ci hanno sempre fatto vedere.

Sì perchè i nostri protagonisti sono ragazzi normali che amano e odiano, che fanno stronzate e vogliono divertirsi. Sono goffi, insicuri e un po’ allo sbando. Sono cinque giovani che, nonostante vivano più o meno nella stessa zona, sono molto diversi tra loro. Simon è più timido che ossa; Alisha che per paura di essere “usata” solo per la sua bellezza, usa lei per prima, senza mai legarsi; Curtis l’atleta timido che si fa fregare dalla prima stupidaggine giovanile; Kelly un po’ rozza ma inspiegabilmente affascinante, è una tipa tosta che è aggressiva per nascondere il suo vero carattere fragile; Nathan invece è il classico ragazzo stupidone dal cuore grande, colui che riesce a farti saltare i nervi ma con cui non sai stare troppo arrabbiato perchè ti rendi conto che spesso non lo fa apposta: è proprio così! Questi cinque ragazzi si ritroveranno ad essere amici. A darsi una mano nei momenti di bisogno, a sostenersi.

Puntata dopo puntata li vediamo cambiare, crescere, evolversi . Questi super poteri li fanno sognare. Hanno 18-20 anni e sono ancora vive le storie dei fumetti che leggevano fino a qualche anno prima. Anche se vogliono apparire “adulti”, hanno traumi, paure e sogni da ragazzi appena usciti dall’adolescenza. Così come gli altri coprotagonisti che si susseguono puntata dopo puntata, ognuno ha la sua storia e ognuno il suo “potere speciale”: perchè la tempesta non ha regalato solo alla nostra cinquina dei doni speciali, molte anche altre  persone  hanno acquistato qualche peculiarità in più.

La scelta dei protagonisti e i tempi narrativi, sono molto ben fatti. Anche l’omogenità della storia, le sequenze e il complesso sono ottimi. Personalmente lo consiglio a tutti perchè è un telefilm a mio avviso riuscito che ci racconta una storia più verosimile di cosa potrebbe accadere se un ragazzo di 18 anni si ritrovasse con dei superpoteri.

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Ho appena termianto di vedere la terza serie di Misfits: un cazzo di capolavoro!! Ora è trip e rosico perchè mi tocca aspettare chissà quanto per la quarta…perchè ci sarà una quarta vero??? Spero nei prossimi giorni di scrivere about it. Grazie Pippy, come sempre avevi ragione 😉

Dopo tanto tempo ho iniziato a vedere poche sere fa le prime puntate de “Il trono di spade” (titolo originale: Games of thrones). La storia nasce dalla penna di George Martin, ed è uno dei classici fantasy a mille libri dal titolo “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”. Il vero motivo per cui ho iniziato a seguire il telefilm è in realtà duplice: il primo perché tanto Lucia quanto Pippy, che hanno seguito in maniera appassionata la storia su carta, mi hanno confermato che la trasposizione su pellicola non toglie nulla alla storia. Lucia mi ha anche assicurato che il doppiaggio è accettabile (che il 2012 è l’anno della fine del mondo si capisce anche da queste cose). In seconda battuta è l’idea che si sviluppi una storia fantasy lunga e intrica su un format più lungo del film. Mi spiego meglio. Il signore degli anelli, nella sua trilogia in versione extended dura circa 10 ore; con puntate da 50 minuti ci usciva una miniserie, si aveva la possibilità di dare spazio a tutti i personaggi del libro. Non fraintendetemi: secondo me è uno dei film tratti da libri tra i più riusciti della storia, ma è inevitabile che a meno che gli sceneggiatori non vogliano uccidere gli spettatori, qualcosa debbano tagliare. Mi rendo conto che i canali tra cinema e televisione sono di gran lunga diversi e che gli introiti derivanti da uno non sono quelli che possono arrivare dall’altro. Però sviluppare la trilogia Tolkeniana su 14 o 15 ore, divisa su puntate da 50-60 minuti avrebbe a mio avviso dato tutta un’altra profondità e spessore. Di certo sarebbe stato un prodotto diverso, molto diverso, ma nella mani giuste potrebbe comunque rivelarsi un’idea di qualità.

Signore degli anelli a parte, ecco che l’idea a cui avevo pensato 8 anni fa (dopo aver visto il Ritorno del re) compare per un altro fantasy recente.  Purtroppo non so raccontarvi molto della storia perchè i libri non li ho letti (mea culpa, il mio gene “nerd”  si sta necrotizzando!) e per il momento ho visto solo le prime due puntate. Ma un paio di cose sono degne di nota.

  • C’è lei:

Lena Headey

 che è uno dei miei sogni erotici ricorrenti: la vediamo recitare da “Image me and you” a “300” con la leggerezza di una farfalla che si posa da fiore a fiore. La sua bellezza non è discutibile in questa sede.

  • I personaggi principali sono quasi tutti originari del mondo celtico: irlandesi, scozzesi, britannici. Fatto che può sembrare superfluo, ma in realtà, a mio avviso non lo è. Il mondo fantasy è caratterizzato notevolmente anche dai tratti somatici dei personaggi. Un faccione da divo, bellocio, hollywoodiano mal si accompagna all’immagine di un re che ha combattuto guerre, visto morire amici e vissuto tra mille pericoli.
  • Le ambientazioni, o meglio le panoramiche, sono un po’ troppo “computer grafica” a mio personalissimo gusto, ma le location (Irlanda del Nord, Scozia e Marocco) sono perfette. Si qui esce fuori tutto il mio amore per le terre e i paesaggi celti, ma esaltare le proprie passioni non è un peccato, anzi!
  • E’ un’altro colpo messo assegno dalla HBO. Basta appena trovo un secondo devo dedicare due righe a questa rete televisiva che, a mio avviso, negli ultimi anni non sta sbagliando neppure una serie TV.

Per il momento è tutto al riguardo. Nelle prossime settimane vedrò di finire la prima serie e poi, dal primo aprile, inizia la seconda e ancora non ho capito se andrà in onda in contemporanea con l’America o se, come al solito, ci toccherà aspettare mesi e mesi. A volte mi verrebbe voglia di trasferirmi negli U.S.A. solo per non dover attendere secoli per vedere una serie tv. Per fortuna che Internet e i numerosi siti di sottotitoli rendono sempre più a portata di mano anche titoli che qui Italia sono di difficile reperibilità.

Atlantic City, 1920. When alcohol was outlawed, outlaws became kings. (Tagline del telefilm)

Quando una rete come l’HBO si prende in carico una serie e un regista come Scorsese decide di finanziarla e di girare la prima puntata, c’è solo una cosa da fare: prendersi la briga di vederla e con molta attenzione. Essendo abituata a guardare le serie tutte insieme, ho atteso che iniziasse almeno la seconda stagione (e di finire altri telefilm che mi si erano accumulati) per farmi un’idea se tutto il clamore che si era creato attorno a Boardwalk Empire fosse giustificato. Bhè LO E’! Preannuncio che le prime puntate sono un pochino lente da ingranare; registi e sceneggiatori si sono presi un po’ più tempo per disegnare e dare spessore ai vari personaggi.

“Noi abbiamo whisky, vino, donne, musica e slot machines. Non negherò mai tutto ciò e non chiederò scusa. Se la maggioranza della gente non l'avesse voluto, non sarebbe stato profittevole e dunque non sarebbe neppure esistito. Dunque, il solo fatto che esistono è la prova che la gente li vuole." (Il vero Nucky)

Questo telefilm, non solo può vantare il pilot più costoso della storia dei telefilm (18 milioni di dollari), ma anche una sceneggiatura, un’attenzione al dettaglio, alla fotografia e ai particolari come pochi altri telefilm al mondo. Anzitutto vi anticipo che è PROIBITO guardarla doppiata! Non è proprio pensabile. Il contesto in cui si svolge la storia richiede le voci originali. Perchè? Non sarò dispotica come altre persone che conosco e vi spiegherò il motivo. Siamo negli anni ’20 del XX secolo, epoca di proibizionismo, quando l’America voleva darsi un tono e iniziare a contare sulla bilancia dell’economia mondiale. L’America è sempre più la terra degli immigrati e, finita la prima guerra mondiale, un flusso immenso di Europei lascia il Vecchio continente per il Nuovo. Pensate che la persone che giravano per le strade quel periodo, parlassero tutti un’inglese Oxfordiano? Ovviamente no! Seguire Boardwalk Empire in originale ci fa capire chi ha costruito l’America in quegli anni: irlandesi, italiani, slavi, neri, ebrei. Ognuno con il suo accento, i propri tratti culturali e, perchè no, anche i clichè legati ad essi. Quindi ricordate: originale sottotitolato in italiano, in bielorusso, in cirillico, fate come vi pare, ma pensare di guardarlo doppiato significa perdere metà della sua bellezza.


La trama è gira attorno alla vita di “Nucky” Thompson un gangster e politico vissuto realmente ad Atlantic City (quello vero si chiamava Nucky Johnson). La sua forza risiede nel riuscire a raccontare di quanto il proibizionismo abbia aumentato vorticosamente il potere dei criminali, di come la loro avanzata sia stata tanto politica quanto violenta; di come il sistema fosse corrotto dall’interno, ma tirato a lucido e splendente di facciata. Dell’ipocrisia che ha sempre circondato decisioni e leggi discutibili e apparentemente create per esser fatte rispettare dal popolo e mai dai potenti. Come se proibire l’alcol potesse essere veramente una soluzione per ristabilire una moralità religiosa che sembrava smarrita. Tale richiesta da parte dei “Gruppi sulla temperanza” fece il gioco di numerosi criminali, tra cui Al Capone è il più famoso e celebre e che nel telefilm appare giovanissimo e ai suoi primi “lavori”. Non per niente il gangsterismo nacque in questi anni. L’italoamericano pare riuscì ad accumulare una cifra che si aggira attorno all’odierno MILIARDO di dollari.
La serie trovandosi ancora agli inizi è un po’ acerba e ancora non ci dà chiaramente una bussola su come si evolveranno gli eventi, ma un messaggio pare arrivare chiaro: siamo sicuri che il proibizionismo nacque per motivi religiosi e moralistici? Basati su posizioni fondamentaliste? O semplicemente i politici fiutarono l’occasione di diventare oscenamente ricchi a discapito di cittadini? In una famosa intervista Al Capone affermò:

Ho fatto i soldi fornendo un prodotto richiesto dalla gente. Se questo è illegale, anche i miei clienti, centinaia di persone della buona società, infrangono la legge. La sola differenza fra noi è che io vendo e loro comprano. Tutti mi chiamano gangster. Io mi definisco un uomo d’affari.

Strafottente? Sicuramente. Bugiardo? Non del tutto.
Se leggiamo la vita del vero Enoch Johnson (il cognome vorrà forse essere un omaggio alla famosa arma simbolo di quegli anni?) non è assolutamente mal rappresentata. Anche lui come Al Capone intuì il potenziale che avrebbe avuto sfruttare l’illegalità dell’alcol a proprio favore. Come Tesoriere e più potente Repubblicano del New Jersey capì che Atlantic City sarebbe stata l’idea su cui è stata costruita Las Vegas: un “parco giochi” per adulti dove poter realizzare tutto ciò che è proibito: bere, giocare d’azzardo e andare a mignotte. Non solo ciò era sotto gli occhi della gente, ma gli stessi cittadini, in gran parte, ne sfruttarono l’immagine turistica che ne nacque.
Ecco un telefilm che ti fa capire tutte queste cose, che ti porta a riflettere, a curiosare, a leggere e cercare altre notizie; una storia che sa essere fedele alla realtà dandogli dei toni televisivi e più fruibili è una storia vincente. Incuriosisce, è piacevole da guardare, è ben curata…che altro aggiungere?
Solo due piccole note, un’altra di lode e un neo. La lode va alla sigla iniziale: semplicemente stupenda. Buscemi che fuma una sigaretta in riva al mare che viene “inondato” di bottiglie d’alcol che circondano il nostro protagonista e lui che si allontana con le  scarpe pulite, asciutte e lucidate. Questa sigla riesce a racchiudere nel suo minuto di introduzione il senso della storia. Semplicemente perfetta!
Il neo che invece ho notato e che secondo me potrebbe stonare un po’ è che non so quanto possa essere veritiero che tutte le donne negli anni ’20 sapessero leggere e scrivere in maniera fluida come ci viene mostrato. Lo so è un particolare su cui potrei andare oltre, ma che stona con la precisione nel ricreare lo scenario di quegli anni, il clima, gli ambienti, i costumi e tutto il resto.


“Se tutto intorno è bene chi tutela il male, quando il bene si prepara ad ammazzare?”
(99 posse)

Non male come angelo della morte

Alla fine la scelta è stata mia è si è orientata su Dexter. Nonostante avessi iniziato a scrivere qualcosa su Ranma, l’aver terminato di vedere la sesta stagione del serial killer più strano della televisione, ha fatto spostare l’ago della bilancia decisamente verso quest’ultimo.
Dexter è la storia di una brava persona a cui sono successe brutte cose. È la storia di un Passeggero Oscuro, che è stato indirizzato, a cui è stata dato un senso in qualche modo più alto. È la storia di un bambino che nasce nel sangue della madre fatta a pezzi, di un poliziotto che lo salva e “diventa” suo padre, che vede quell’oscuro passeggero e non si ferma a pensare se potrebbe svanire, ma lo alimenta e lo indirizza per dargli uno scopo “superiore”.
Dexter non è un serial killer come tutti quelli che conosciamo. E’ uno scienziato, un ematologo che lavora per la scientifica di Miami e non uccide il primo che gli capita a tiro, no Dexter uccide chi se lo merita. Si sente Dio? No. Non ha nulla a che fare con un castigatore, un prescelto. Lui sa chi è, sa che è una brutta persona che fa cose brutte, sa che però l’istinto che lo porta a fare certe cose non riesce a dominarlo e quindi si trasforma in un prolungamento della legge. Il nostro protagonista arriva là dove la giustizia non riesce, per incompetenza, per stare a giochi politici, per burocrazia. Dexter non ha regole, ha solo il suo “Codice”, quello tramandatogli dal padre. Una legge non scritta per non farsi prendere, per agire solo se si è veramente sicuri della colpevolezza della propria vittima. Questo è il modo di agire di Dexter: scientifico, certo, sicuro. Uccidete solo assassini, stupratori o pedofili.
Questo codice cerca di insegnargli ad apparire “normale”, a costruirsi una maschera per non destare sospetti, come sfuggire alle indagini della polizia. Ma se fosse solo questo, sarebbe difficile spiegare il successo che ha riscosso e come sia stato possibile arrivare a 6 stagioni senza uccidere di noia i telespettatori.
Il protagonista (Michael C. Hall, già menzionato in uno speciale a lui dedicato e nel post su Six feet under) è perfetto: sa incarnare il bravo poliziotto, il bravo papà o lo spietato assassino; il carattere di Dexterr ha un evoluzione, stagione dopo stagione. La sua voce fuori campo ci rende partecipe dei pensieri, delle riflessioni, come se ci chiedesse di non giudicare la sua vita dal nostro punto di vista, ma dal suo. Questa serie TV non dà mai un confine netto tra ciò che è giusto o ciò che è sbagliato. Se la dovessi descrivere con un colore direi che è il grigio in tutte le sue sfumature. I personaggi che girano intorno a tutta la storia oscillano continuamente sul filo sottile che divide il “bene” dal “male”.
Chi almeno una volta nella vita, ascoltando un telegiornale non ha pensato “certa gente meriterebbe solo la morte”? Dexter non lo pensa, ma è quello che fa. Lui è il giustiziere che sconfigge i cattivi; ma cosa accade se a sconfiggere i cattivi non sono i buoni ma altri cattivi?
Cosa succede quando questa maschera che l’ematologo indossa inizia a diventare sempre più sottile fino a diventare parte della sua pelle? Se inizialmente si mette con Rita per dare l’impressione di essere un “vero uomo che a certe cose ci pensa”, poi scopriamo, un po’ a sorpresa, assieme a lui che ne è veramente innamorato. Che lui quella vita “normale”, fatta di abitudini genuine la vorrebbe. Non è più una semplice copertura di ciò che è in realtà, perché ciò che Dexter capirà con il passare delle puntate è che lui non è solo un serial killer, ma è anche uno scienziato, un uomo, un compagno, un fratello, un amante e un padre e questa è un po’ la chiave del successo di questa serie: il protagonista si interroga spesso su cosa e chi è, su come dovrebbe affrontare la vita per non essere “l’uomo nero”, per essere veramente la brava persona che appare. Spesso si interroga se sia possibile essere un assassino spietato e contemporaneamente un padre premuroso e un fratello presente.


In ogni stagione il “cattivo di turno”, incarna una delle pietre miliari su cui si regge la società: le relazioni sentimentali, l’amicizia, la famiglia, la religione. Tutte cose che noi solitamente diamo per scontate, ma che per una persona sociopatica che prova più attrazione verso l’omicidio che non l’altro sesso, la prospettiva è totalmente differente. Ed è proprio attraverso l’antagonista su cui poi si costruisce tutta la stagione, che noi conosciamo la complessa personalità di Dexter. Sembra quasi che l’idea su cui poggia tutta la serie TV sia quella di voler far riflettere il telespettatore che in ognuno di noi esiste un “Passeggero Oscuro”, ed è quella parte di noi che vorremmo tirare fuori davanti a un’ingiustizia, davanti a un crimine non punito. Quando ci piacerebbe se ci fosse un “supereroe” pronto a porre rimedio ai limiti e agli errori della legge? Perché continuare sempre e solo a vedere i supereroi come l’espressione del bene? Se un criminale la fa franca con la legge, che senso avrebbe catturarlo e riconsegnarlo a quello stesso sistema che non lo ha punito? Ecco cosa rappresenta il nostro ematologo: quella parte che ogni essere umano possiede, e che le regole sociali hanno cercato di incatenare per il quieto vivere. Ma la frase con cui ho aperto questo post non è, ovviamente casuale: quando il “bene” fallisce chi può fermare il “male” meglio di altro “male”? Voi siete così sicuri che condannereste veramente e ciecamente se veniste a conoscenza che una persona come Dexter esiste sul serio e avesse ucciso le persone più becere e schifose che il mondo potesse generare? Sicuri sicuri sicuri?

PS Il mio ovviamente non vuole essere un incitamento all’omicidio, nè mi sento una tifosa dei giustizieri. Il post è semplicemente una dissertazione filosofica sul bene e il male e il concetto di giustizia applicata, nulla di più. Trovo che tutti i ragazzini americani che hanno commesso omicidi ispirandosi a questo telefilm, abbiano semplicemente dei pessimi genitori e non sostengo assolutamente queste cose.

Visto che abbiamo inaugurato la categoria “Still on air” e su gentile insistenza di una delle mie mentori per quanto riguarda i telefilm, parleremo di True Blood. Anzitutto direi che obbligatorio ringraziare il buon fato o semplicemente il buon senso per aver fatto produrre questa serie televisiva alla HBO: lo stesso prodotto riempito di tagli, censure e linguaggi riservati a minori di 16 anni si sarebbe trasformato in una cagata pazzesca.

La storia è basata su un ciclo di romanzi e parla di vampiri, come è giusto che sia vista la moda dilagante degli ultimi anni. Il bello di True blood è che non parla di adolescenti con turbe psichiche, o di vampiri centenari con l’aspetto di eterni 17enni. Non c’è neppure l’immagine classica del vampiro gotico. In realtà gli sceneggiatori si sono divertiti un mondo a riprendere tante idee da Twilight e dai classici della letteratura vampiresca e denigrarli, citarli senza prendersi troppo sul serio. Già dalla sigla iniziale si presenta come il “cattivo ragazzo” della televisione che vuole “fare cose cattive”.

Le immagini sono state girate veramente in Lousiana (dove si trova anche la fittizzia Bon Temps, l’ambientazione del telefilm) e disegnano alla perfezione il contesto della storia: un luogo dove anche il più figlio di puttana si dimostra un timorato di Dio che dorme con il fucile caricato sotto al cuscino, il tutto senza troppi problemi e senza qualche tentennamento etico, ma solo per far capire che là così si fa e basta! Ciò che cerca di comunicare è proprio l’estremismo contrastante tra integralismi religiosi, sfocianti spesso in superstizione, e l’enorme energia sessuale che arriva molte volte fino alla depravazione durante il corso della storia.

Il clima è di intolleranza verso tutto ciò che è diverso, in circostanze in cui si vede che le persone nere sono appena appena state accettate dopo anni di violenze razziali.

A rendere la vita dura ai “bravi” cittadini di Bon Temps ci si mette l’arrivo di Bill Compton, un vampiro che cerca di viversi in tranquillità e nella sua terra natale l’uscita allo scoperto delle creature delle tenebre. Al Merlotte’s (il grillhouse del paese) incontra con Sookie Stackhouse (sì la protagonista in pratica si chiama “Succhia Lacasadellabistecca” e ci mancava solo “al sangue”…), una ragazza del posto con la capacità di leggere la mente di tutti, eccetto che dei vampiri. Avendo sempre vissuto questa sua capacità come un handicap (e andatele a dire di no), trova conforto di poter finalmente parlare con qualcuno senza sentirsi la testa affollata dai pensieri di chi gli sta davanti. Questo incontro è il fulcro per quello che sarà il filone principale della storia, da cui partiranno tante altre piccole sottotrame con protagonisti i cittadini e i vampiri della Louisiana. Conosceremo Eric, lo sceriffo della zona, e la sua progenie Pam. Jason, il fratello di Sookie il classico tipo belloccio, stupido che pensa solo a scopare, Tara, la sua migliore amica della protagonista tanto dura quanto fragile e l’eccentrico cugino gay Lafayette.

Piccola curiosità: la maggior parte dei protagonisti principali non è americana, ma recitano tutti quanti con un ottimo e spiccato accendo degli stati del sud.

Eric, Sookie, Bill

L’idea innovativa sta nel parlare di vampiri che prendono la decisione di non vivere più nell’ombra grazie alla creazione giapponese del sangue sintetico, chiamato per l’appunto True blood, che permette loro di nutrirsi senza uccidere nessuno. La convivenza tra le due razze, come si potrà intuire, non è facile: tra la paura per questi esseri infinitamente più forti, le leggende che circolano sul loro conto (e a tal proposito scopriamo che la maggior parte delle credenze sui vampiri sono state messe in giro proprio da loro) e alcuni personaggi che non sono proprio felici di questo “outing”. Scopriamo che il popolo dei vampiri ha un’organizzazione: ministri, portavoce, re, regine, sceriffi e quella che viene chiamata genericamente “l’Autorità” che dovrebbe rappresentare l’organo supremo.

Anche la cosiddetta “mitologia” di True blood è abbastanza originale su certi fronti visto che sforna lupi e pantere mannare, mutaforma, fatine di luce e streghe tutti nella stessa serie televisiva. I mutaforma sono esseri umani che possono trasformarsi in qualsiasi animale a cui si sentono affini e da cui prendono ispirazione per scegliere le proprie sembianze; differiscono dal lupo mannaro che invece si trasforma solo in lupo e si sente superiore al semplice mutaforma, si raggruppano in branchi (guidati da un lupo Alfa) e hanno una forza fisica superiore. Le pantere mannare invece crescono isolate e sono in via di estinzione (sono considerate una razza pura perché nascono solo se entrambi i genitori sono a loro volta pantere mannare) e per questo motivo cercano di riprodursi anche tra consanguinei. Non brillano in intelligenza, tanto che si può dire che conservano il loro istinto animale anche quando assumono le sembianze umane.

La lotta per l’uguaglianza dei diritti dei vampiri ricorda moltissimo le numerose lotte contro la discriminazione di tutte le minoranze, anche se sono un gran numero i richiami ai motti della comunità LGTB: “God Hates Fangs” (Dio odia le zanne) è molto simile a “God Hates Fags” (Dio odia i froci) realmente comparso in alcuni stati dell’America del sud, oppure Coming Out of the Coffin” (Uscite fuori dalle bare) ricorda “Coming Out of the Closet” (Uscire allo scoperto).

Tanto ha fatto discutere la violenza, lo splatter, le numerose scene di nudo e la perversione non troppo velata di molte scene. È per questo che all’inizio di questo articolo elogiavo la scelta di trasmettere sull’HBO (che dopo il successo di Six Feet Under non si è fatta sfuggire l’occasione di produrre un’altra sceneggiatura di Alan Ball) perché è una rete che pensa al prodotto, soprattutto se promette essere un buon prodotto, piuttosto che all’ipocrita perbenismo dedito alla censura che vieta pistole puntate alle tempie, parolacce, scene di nudo dove non solo non sono gratuite ma anche completamente giustificate come mezzo narrativo. Non mi è capitato, ma so di serie televisive d’azione in cui i protagonisti non possono dire parolacce più gravi “CAVOLO!”…bhè devo dire molto reale come cosa! In True blood questo problema non si pone neanche: qui vampiri ed esseri umani non fanno sesso ma scopano proprio di brutto. Un pestaggio è reale, il sangue schizza, le ossa si rompono e i lividi ci sono. Il vampiro non si fa troppe remore a uccidere una persona, anzi trova strano quando gli viene impedito di farlo, visto che hanno passato secoli a considerare gli esseri umani come semplice cibo.

Questa è a mio avviso la miglior scena di violenza di tutta la serie

Se proprio vogliamo andare a caparci il pelo (che poi se ci pensiamo bene proprio pelo non è, ma forse anche qualcosina di più), il problema di True blood è che non ha un’armonia narrativa tra le varie stagioni. L’impressione è che avvenimenti e personaggi non seguano un evoluzione lineare ma più che altro a “cazzo de’ cane”, il che stona parecchio con i cambiamenti dei personaggi in Six Feet Under (ricordate che il creatore è lo stesso) che seguono un loro coerente sviluppo. Non è una pecca da poco, ma vi assicuro che il telefilm e i personaggi sono talmente fatti bene (a parte nei primi episodi della quarta stagione) che amerete questo telefilm così come se ne sono innamorati tutti quelli a cui l’ho consigliato.

Fin’ora non è mai capitato che parlassi di serie televisive che stessero andando ancora in onda. Su suggerimento di Lucia (che in realtà ha già recensito il tutto nonostante la sua avversione per i generi televisivi) mi sono decisa ad inaugurare questa nuova categoria con “American horror story”.

E’ un telefilm che mi ha piacevolmente sorpreso. Devo essere sincera pensavo fosse un po’ una cazzata all’inizio, le solite cose da nerd-horror che piacciono a Lucia, ma questa volta mi sono dovuta ricredere. Dopo una prima puntata in cui non avevo capito molto ed ero rimasta molto interdetta, gli ho dato una seconda possibilità e mi sono vista il secondo episodio: amore vero! Non solo ha la grande capacità di tenermi incollata allo schermo, ma è anche fottutamente inquietante con un ottimo equilibrio di “BU!!!” (come li chiama il mio mentore horror, Lucia, ovvero scene in cui accadono cose all’improvviso che ti fanno fare un salto di mezzo metro sulla sedia) e di scene colme di tensione che riescono a tenere alta l’adrenalina parecchi minuti dopo aver terminato la puntata. In più non va trlasciato le ottime regia e fotografia unite a un cast di buon livello, soprattutto per quel che riguarda i ruoli più giovani, che mi hanno piacevolmente colpita con le loro performance.

La trama è ricca di cliché dell’horror americano, ma non per questo scontata. La sceneggiatura è sviluppata in modo da creare intrecci che piano piano vengono spiegati e svelati episodio dopo episodio. Il tema è una casa. Una casa infestata. “Che originalità!” penserete voi, ma la cosa belle è che le presenze che infestano la casa non si manifestano proprio con lenzuoli e catene, anzi sono solitamente entità che non sanno neppure di essere morte (non dico altro per non spoilerare troppo). Da questo punto inizia un trip mentale allucinante, visioni e realtà che si confondono e fondo in flash, immagini del passato, de’ja vù e alterazioni della realtà da far venire un po’ di senso di nausea e intrippare le menti più appassionate a questo genere di storie.

Ciò che mi lasciava molto perplessa, all’inizio, era proprio l’idea che un horror sviluppato su una serie televisiva potesse richiedere veramente tanto impegno per non risultare una boiata pazzesca. Invece la Fox non ha impiegato i propri soldi solo in effetti speciali, ma ha deciso di lavorare su un prodotto di qualità e a quanto pare ci stanno riuscendo. Per carità non sbilanciarsi in questi casi è sempre più un bene che un male (soprattutto perché siamo solo a sei puntate e perché dopo Lost so che può succedere anche con serie che promettono benissimo!).

Ma c’è una cosa che, comunque andrà a finire, non mi stancherò mai di ripetere: la sigla di AHS fa una paura del cazzo! Vedendo film horror da quando avevo 4 anni difficilmente accade che un film o un’immagine mi “tocchino” in maniera profonda, mi scuotano o altro, c’è qualche caso come Twin peaks (a chi non faceva paura Bob??), l’Orfanato e qualche altro titolo.  Per correttezza, sarebbe meglio dire che la sigla di apertura di questo telefilm non fa proprio paura, ma mette addosso la giusta inquietudine come a dire “stai per entrare dentro a una casa in cui la cosa migliore che potrebbe capitarti è essere già morto e all’inferno, perché dove ti stiamo per portare neppure i morti sono troppo al sicuro”. Musica senza parole, suoni stridenti, immagini scure, flash di seminterrati bui, sporchi e terribili, feti sotto formaldeide e ogni tanto qualche arma o attrezzo di tortura, intervallati da bravissime scritte con i nomi degli attori principali, produttori e regista. Stop. Breve ma intensa. Fa il suo dovere, ti fa capire che se decidi di seguire questa storia i quaranta minuti che seguiranno avranno ben poco di carino e divertente.

Purtroppo il video d’apertura che c’era su youtube è stato rimosso e da condividere con voi ho solo questo che si sente pochissimo, ma se siete veramente curiosi, almeno le prime due puntate sarebbe il caso ve le vediate, no?

Il link al solo audio.