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Pubblicato: 18/01/2012 in Anni '80

Ranma 1/2 o Dexter??

«Dieci anni fa gli uomini di un commando specializzato operante in Vietnam vennero condannati ingiustamente da un tribunale militare. Evasi da un carcere di massima sicurezza si rifugiarono a Los Angeles, vivendo in clandestinità. Sono tuttora ricercati, ma se avete un problema che nessuno può risolvere – e se riuscite a trovarli – forse potrete ingaggiare il famoso A-Team»

Torniamo a parlare dei favolosi anni ’80. Il decennio che di più  ha  lanciato serie televisive divenute parte integrante della mitologia telefilmica delle generazioni a venire.

Oggi parliamo degli A- Team. La frase con cui ho aperto questo articolo era l’introduzione alla sigla. Già alcune cose ci lasciano perplessi: militari che evadono da un carcere di massima sicurezza, per quanto siano stati condannati ingiustamente, si rifugiano a LOS ANGELES??? Certamente! E che tu vuoi che di tutti i posti sperduti del mondo i militari ti vanno a cercare proprio a L.A.??? Un po’ come dire “rifugiamoci nel posto più improbabile” che ha anche una sua logica, ma non spiega come tu non riesca ad incontrare mai nessuna delle persone che ti sta dando la caccia, in modo particolare se non tieni proprio un “basso profilo”, ma vai in giro a sparare alle persone, a dare caccia ai criminali e spesso interagisci con la polizia. Ma questi sono gli anni ’80, questo è un telefilm di azione e tante domande non andrebbero poste. Quindi va tutto bene e ci prendiamo i nostri amici militari buoni, che non uccidono nessuno e fanno sempre il bene.

Ma chi sono questo A-Team? Sono un gruppo di militari che durante la guerra del Vietnam (e come te sbagli?) sono vittime di un errore giudiziario e vengono condannate per un crimine che non hanno mai commesso. Dopo una rocambolesca fuga si danno alla macchia (per modo di dire…) e iniziano a fare i mercenari per L.A. Ovviamente sono mercenari che lavorano solo per alcuni clienti che costituiscono la parte “debole” della popolazione e loro li liberano dai sopprusi dei “cattivi”. La squadra era formata da:

I protagonisti
  • Hannibal o il Colonnello, la mente del gruppo e l’organizzatore, si contraddistingue perchè ha sempre un sigaro spento in bocca e porta guanti neri di pelle.
  • L’affascinante Sberla, utilissimo per il suo modo elegante e “molto poco militare” per le missioni in cui i nostri protagonisti doveva infiltrarsi in qualche organizzazione.
  • Il muscolosissimo e cattivissimo Mr.T. Negli anni ’80 andava fortissimo. Il suo personaggio è uno stereotipo allo stato puro: nero e pieno d’oro, tutto muscoli azione e poco cervello. Dal cuore grande con i più deboli. Anche se stereotipato, lo abbiamo amato tutti, finchè in Rocky 3 non uccide Mickey e saremmo saliti noi sul ring per massacrarlo di botte.
  • Murdock, il Capitano e il matto di turno. Non matto per modo di dire, è veramente pazzo. In realtà, se non ricordo male lui non era ricercato dai militari, ma era fuggito da un’ospedale psichitrico e si unisce spesso alla squadra grazie alla sua abilità nel pilotare gli elicotteri. Sicuramente uno dei personaggi più simpatici della serie.

Da citare è il furgone nero su cui l’A-Team si sposta (anche questo devo dire molto in incognito, eh?!):

Il furgone dell’A-Team

Assolutamente delizioso. Se mi fosse mai dovuto servire un furgoncino, di sicuro avrei voluto una cosa del genere. Con le borchie rosse, la striscia che fa il giro del furgoncino, il rinforzo anteriore…oltre a non dare assolutamente nell’occhio (!) è veramente fico!

Purtroppo l’anno scorso anche A-Team è stato vittima del remake cinematografico che in questo periodo va tanto di moda. Non l’ho visto, sono sincera, e anche se due dei tre protagonisti originali vi hanno partecipato, quelli che non l’hanno fatto si sono detti molto delusi. Dal trailer e da quello che ho letto in giro, sembra un mix di azione, parodie che richiamano ad altri film e “idee” che ammiccano ad una trama orginale. A cosa serve rifare un film così, se non c’è nulla di inedito? SE dietro non c’è un’idea?

Ad ogni modo la sigla rimane uno dei must più importanti di questo telefilm. Chi non ci si è mai fomentato? Chi non se l’è canticchiata mentre andava per un bosco e quando giocava a fare “i militari”? Rimane una base miliare per le colonne sonore della generazione “anni ’80”.

Dopo uno stop un po’ prolungato torniamo con un simpatico classico degli anime degli anni ’80: Carletto il principe dei mostri, che è stato per parecchi futuri appassionati di horror una specie di trampolino di lancio. Non fraintendetemi non aveva nulla di pauroso, era un cartone per ragazzi preadolescenti, però era semplice, carino e diverso dai soliti supereroi. Carletto era il principe del Paese dei Mostri (città del pianeta Mostrilandia, dove vivono tutti i mostri generati dalla fantasia), dall’aspetto sembra un bambino, ma in realtà si capisce subito che ha molti più anni di quel che dimostra; ha la capcità di cambiare aspetto e di allungare braccia e gambe. Il cartone inizia con la sua decisione di andare a vivere sulla Terra assieme ai suoi amici: Lupo, il cuoco di casa. Di giorno umano e nelle notti di luna piena invece lupo mannaro. Di lui ricordiamo sicuramente lo spiccato accento tedesco che i doppiatori nostrani hanno voluto dargli. Frank, il simpatico omone parodia del terrificante Frankenstein. Fa le veci del maggiordomo di casa e si esprime solamente con il suo simpatico “Me-he-he” che forse da piccoli avremmo voluto adottare anche noi come meta-lingua per parlare con i nostri genitori (io lo facevo ^_^). Dracula o Conte, è il più dotto della famiglia. Dal spiccato accento francese, ha la capacità di parlare con i pipistrelli e beve succo di pomodoro (anche se ogni tanto sente la nostalgia di un po’ di sangue umano). Essendo il più erudito, è spesso anche il personaggio che per primo capisce la vera identità dei mostri cattivi contro cui si dovranno “lottare” per difendere i loro amici umani. Arrivato sul nostro pianeta conosce Hiroshi, un bambino orfano che vive con la sorella Sis. I due presto diventeranno amici per la pelle. Durante le varie puntate facciamo la conoscenza di diversi mostri più o meno cattivi che cercano di impossessarsi del mondo o anche solamente di dar fastidio ai terrestri. Più o meno cattivi perché i diversi antagonisti si svelano più buoni di quel che sembrano o addirittura stringono amicizia con Carletto. Non c’è molto altro da dire, se non fare un piccolo appunto al riguardo. “Il principe dei mostri” è sicuramente un cartone per bambini, ma ha un messaggio di fondo che mi ha sempre colpita: in ogni episodio c’è un mostro e una situazione diversa da affrontare e Carletto si dimostra essere l’anello di congiunzione tra i due mondi: se da una parte Carletto cerca di far capire ai mostri che fare del male porta su una cattiva strada, dall’altra cerca di spiegare agli umani che non si deve giudicare dalle apparenze né di aver paura di chi è diverso da noi. Certo è un “mondo” ideale quello in cui viveva Carletto, ma è bello pensare che i bambini potessero crescere con un messaggio così bello.

Vi lascio con le due sigle proposte, una più bella dell’altra a mio avviso.

 

Pubblicato: 23/10/2011 in Anni '80

Torniamo nel meraviglioso mondo degli anni ’80, dove bastava un bel “manzo” come ero e una bella macchina per fare successo e allungare per otto stagioni una serie che già alla terza aveva finito di dire tutto quello che c’era da dire: Magnum P.I. Quali sono gli ingredienti che gli hanno consentito un successo così prolungato? Non fraintendetemi, da piccola lo guardavo. Non era tra i miei telefilm preferiti, ma appena sentivo la sigla iniziale era un richiamo troppo forte e mi dovevo fermare a guardare.

Abbiamo il nostro bel fusto, Thomas Sullivan Magnum, al secolo Tom Selleck,  veterano del Vietnam che ha lavorato con i servizi segreti della marina. Congedandosi divene un investigatore privato (da cui deriva il P.I. del titolo, private investigation). Quello che accade nelle puntate ci fa pensare che sia la cosa migliore potesse fare. Difatti il nostro Magnum non si congeda e finisce in uno squallido appartamento in un quartiere malfamato senza un soldo; no lui capita, anzi viene invitato, in una dependance di una villa alle Hawaii, proprietà di un suo amico e scrittore di gialli che oltre all’alloggio, gli passa il rimborso spese e l’utilizzo illimitato di una Ferrari, in cambio del servizio si sorveglianza delle sue proprietà…ALLA FACCIA DELLA GUARDI GIURATA! Qui risiede e dirige la baracca il coprotagonista di Thomas, il maggiordomo inglese tuttofare Higgins, anch’egli un ex militare. Tra i due si insatura una specie di teatrinodi amore e odio: il maggiordomo tanto dedito all’ordine e all’etichetta contro il rude e libertino detective.

A rigor del vero potremmo tranquillamente affermare che la nostra attenzione, spesso, veniva attirata per la Ferrari 308 GTS, oggetto dei frequenti litigi tra Magnum e Higgins. Era lei che attendevamo di vedere in azione e sognavamo di poter anche noi, un giorno, girare per le hawaii a bordo di una “Testa rossa”. La verità è che noi povero spettatori che seguivamo, più o meno costantemente la serie, invidiavamo tutta la vita del protagonista: vive a scrocco in una mega villa lussuosa in riva al mare a Oahu, ha un frigo sempre pieno di birra fresca, accetta solo i casi che gli interessano, guida una Ferrari quando vuole ma che non è sua (quindi non paga una lira di tassa, bollo, assicurazione etc etc.), le sue clienti sono solitamente bellissime e ricchissime e tutte le spese per il suo lavoro gliele paga il sig. Masters (il padrone di casa). Ora ditemi perché uno per otto stagioni dovrebbe seguire un paraculato del genere? Oltre ad essere bello, simpatico e quasi ricco è anche coraggioso e tutto sommato anche abbastanza intelligente e scaltro, pieno di amici pronti a sorvolare sulle sue scarse capacità investigative e a farsi in quattro per toglierlo dai guai in cui si deve cacciare per contratto televisivo.

La risposta migliore che mi sono data è che uno dei punti di forza della serie, oltre al simpatico rapporto tra protagonista e coprotagonista, oltre la Ferrari era l’utilizzo del “Camera lock” ovvero il guardare direttamente in camera usando delle espressioni facciali per coinvolgere gli spettatori e divertirli. E poi c’era una domanda che ci ha sempre assillato: il signor Master esiste veramente? Viene sempre inquadrato di spalle e una volta Higgins (per scherzo) insinua di essere lui. Nella versione americana la voce era di Orson Wells e originariamente nell’ultimo episodio doveva mostrarsi e svelare il suo volto, ma nel 1985 Wells morì e il mistero del signor Masters rimase irrisolto.

Quindi abbiamo il classico telefilm d’azione che tanto andavano negli anni ’80, con l’aggiunta di un pizzico di autoironia e irriverenza che rese il tutto più interessante della solita trama trita e ritrita dell’eroe che va a caccia di cattivi. Il clima e i dialoghi sembrano creati proprio con l’intento di non prendersi troppo sul serio. La voce narrante è lo stesso Magnum che ci informa delle sue riflessioni, su ciò che accade, scherza e si prende spesso in giro da solo; usa un tono ironico che chiede quasi allo spettatore di interagi con ciò che accade, lo coinvolge, come se questo potesse aiutare il protagonista nella soluzione del caso per cui si sta investigando.

A mio parere questa è la chiave del successo che ha reso mitico Magnum P.I. Certo una Ferrari, tante belle donne, una location da sogno hanno sicuramente aiutato e sarei stupida a sostenere il contrario, ma se fosse solo questo, 8 stagioni sarebbero difficili da giustificare. Quindi applauso per gli sceneggiatori che hanno saputo caratterizzare un plot così comune e dargli una sua personalità specifica che rende ogni episodio interessante e piacevole.

 

Quanta persone conoscete che, almeno una volta nella vita, avrebbero voluto capire come faceva MacGyver a costruire tutto quello che gli serviva con le cose che aveva a disposizione in casi di emergenza? Io ne conosco tante e mi includo tra di esse.

L’agente segreto più pacifista e ingegnoso della storia della Tv ha esaltato diverse generazioni di telespettatori con le sue soluzioni imprevedibili. In realtà la trama è molto semplice,  il vero motivo per cui la maggior parte di noi lo seguiva era il sapere che cosa si sarebbe inventato nella prossima puntata per salvarsi la pelle o per farla a qualche cattivone di turno.

In Italia MacGyver  (o Mc, nessuno hai mai saputo come si scrivesse: leggenda vuole che entrambi i modi siano esatti) è andato in onda in Italia dal 1988 al 1994 per ben sette stagioni. Tanto in America quanto nel nostro paese è stato un successo inaudito (tanto da vincere anche un Telegatto), a cui hanno seguito due film per la televisione, McGyver e il tesoro perduto di Atlantide e McGyver e il giorno del giudizio (andati in onda rispettivamente sulla ABC e su Italia 1) a cui però non hanno fatto seguito una grande odience visto che per questioni di copyright lo stile e i personaggi erano diversi.

Chi è il nostro Angus MacGyver? È un agente segreto governativo, un tipo solitario che odia la violenza e non usa le armi. Anzi le detesta in quanto da giovane perse un suo amico  che giocava con una pistola carica. Non fuma e non beve, in quanto da giovane ha perso un suo amico che si era messo alla guida ubriaco (e che cazzo a McGà! Non è che puoi sterminà l’amici tua così impari a fare il bravo ragazzo!). Aiuta i deboli, rispetta sempre l’ambiente, crede nella legge e nonostante il fascino è un single d’acciaio. Già perché una delle caratteristiche principali di questo telefilm è che il protagonista non rientra proprio negli stereotipi dell’eroe di quegli anni lì: niente sex symbol che cambia donna ad ogni puntata, niente raffiche di mitraglia, niente muscoli e niente inseguimenti. Qui quello che conta è avere un cervello e una buona conoscenza della fisica e della chimica. Chissà quanti bambini hanno iniziato ad interessarsi a queste materie guardando le avventure del nostro agente segreto. Un sondaggio assurdo fatto in America lo ha confermato come uno dei paladini preferiti USA: con il 27% delle preferenze McGyver è risultato l’uomo che gli americani vorrebbero vicino in una situazione di pericolo. E forse non è così strano in un paese con il costante problema delle troppe armi in circolazione, che venisse esaltato così tanto un’eroe armato solo di coltellino svizzero e un quoziente d’intelligenza notevolmente alto. Sarebbe il caso che la Victorinox ringraziasse da qualche parte gli sceneggiatori di questo telefilm che tanto ha contribuito ad accrescere la leggenda e l’immaginario dei mitici coltelli multiuso.

Con l’avanzare delle stagioni, capita anche che Angus (si McGyver in realtà aveva anche un nome anche se tutti, anche gli amici più stretti lo chiamavo per cognome) dica qualche frase molto autocelebrativa e chiaramente ironica sulle sue capacità creative

Tu dammi due sigarette e un secchio di sabbia e io ti faccio la Muraglia Cinese”

Che gran simpaticone eh? Ovviamente tutto ciò non ha fatto che alimentare il mito dell’uomo che combatteva i cattivi senza le armi e senza violenza. Il web è pieno di siti che prendono in giro il suo ingengo, ma soprattutto mitizzano la graffetta, l’oggetto più utilizzato dopo il coltellino svizzero, tanto da scomodare la filosofia per chiedersi:

Sebbene sia evidente che MacGyver sia in grado di creare tutto a partire da una graffetta, non è ancora dimostrato se sappia creare una graffetta partendo da tutto, per la teoria dei sillogismi.”

(dalla “Non enciclopedia”)

Inoltre negli anni ’90 erano parecchie le barzellette che facevano riferimento a lui (“un drogato entra in una farmacia e chiede:”mi dai una siringa che mi faccio una pera?” “E chi sei McGyver???”).

Una notevole rivalutazione inoltre l’ha avuta a metà del primo decennio del XXI secolo, ovvero da quando il termine “geek” ha iniziato ad assumere una connotazione positiva. Il termine è di derivazione inglese e indica, in linea di massima, una persona predisposta ad avere una forte devozione verso alcuni campi ben determinati. Non vanno confusi con i nerd. Il geek è più un tipo alla McGyver, uno smanettone, uno a cui piace la tecnologia e gli piace trafficare con essa. Con il tempo il termine si è esteso anche ad altri interessi, soprattutto manga, anime, serie televisive, ma fondamentalmente il geek è uno come il nostro eroe, non uno sfigato né un adone, non è il primo della classe e non gli interessa esserlo, gli piace mettere alla prova le sue conoscenze.

Per concludere, se vi piacciono i telefilm d’azione ma siete stufi dei soliti eroi tutti muscoli, violenza, belle donnine e battute di bassa lega, questo è quello che fa per voi. Nonostante i suoi 20 anni suonati, è di sicuro un telefilm che conserva intatto il suo fascino e per cui non siete obbligati a seguire una trama, visto che ogni puntata fa a sé.

Come promesso tempo fa a Lucia, eccoci arrivati a uno dei pilastri dei cartoni animati giapponesi. Dopo aver parlato di anime sportivi, approdiamo a quelli “di menare” tanto famosi negli anni ’80: Kenshiro. Come è ormai scontato, il cartone è tratto dall’omonimo manga. La storia si svolge in un mondo post disastro atomico, dove le leggi del vivere civile non esistono più, ma solo la regola del più forte. Cibo e acqua scarseggiano, la schiavitù è tornata di moda e i più deboli sono alla mercè di gruppi più o meno intelligenti di delinquenti. In questo roseo panorama tutto ciò che più dare una certa stabilità è la sopravvivenza di diverse scuole di arti marziali, una delle quali e probabilmente la più famosa e potente è quella di Hokuto (per esteso: La Divina Scuola di Hokuto), di cui Ken è il legittimo successore per linea di sangue assieme al fratello Hyou.

Il carattere del nostro protagonista subirà un’evoluzione durante lo svolgersi della storia, tanto a livello caratteriale (la storia inizia con un Ken 20enne e termina circa 10 anni dopo), quanto a livello fisico (inizialmente assomiglia più a Bruce Lee, mentre sul termine ricorda più un fratello di Stallone). Il segno di riconoscimento che lo contraddistingue sono le sette ferite ricevute dopo un combattimento contro Shin che gli aveva fregato la ragazza, Julia. Tali ferite formano la costellazione dell’Orsa Maggiore, simbolo della scuola di Hokuto. Ma ciò che più risalta del nostro eroe sono i suoi modi riservati e pacati, l’aria pacifica e l’apparente distacco da ciò che lo circonda; caratteristiche nettamente in contrasto con il Ken in versione incazzata, che fa maledire ai suoi nemici di essere sopravvissuti al disastro atomico. Non solo i suoi vestiti vanno in mille pezzi, ma i muscoli si pompano all’istante (mutazione da radiazioni oppure nel futuro avranno degli steroidi da far invidia i cavalli?), gli si drizzano i capelli e sul viso gli si forma uno sguardo da pazzo assassino. Ovviamente una delle prime cose che verrebbe da chiedersi è: come fa Ken a buttare una maglietta a episodio e a ritrovarla sempre uguale in un mondo in cui si e no se si riesce a bere acqua potabile? Ma arrivati fino a qui, avremo tutti capito che davanti agli anime, queste domande non si pongono.

Come arriva il protagonista a meritarsi l’appellativo di “Salvatore del secolo”? In realtà tutto quello a cui mirava era salvare Julia, sposarla e vivere felici e contenti in pace in qualche angolo remoto del mondo. Grazie a Shin che gli uccide la donna, il suo bel progettino se ne va a puttane e Ken decide così di iniziare a girare per il mondo a rompere il culo ai cattivoni. Essere l’erede della scuola di Hokuto, ovviamente, gioverà molto al suo scopo. Egli arriverà alla piena consapevolezza del suo corpo, imparerà tutte le tecniche segrete dei suoi antenati e ci fomenterà la vita quando, con la sola pressione di quelli che lui chiama punti vitali, lascerà 10 secondi di vita agli avversari per il gusto di dirgli “tu sei già morto!” per poi vedere le loro teste esplodere (quanto volte ci siamo gasati alla vista di questa scena?), ma soprattutto agli urletti alla Bruce Lee di quando colpiva così velocemente che sembrava avesse mille mani: estasi da combattimento allo stato puro (la tecnica, per l’appunto, si chiamava i 100 punti distruttivi di Hokuto).

Ma chi sono i nemici più temuti?

Primo fra tutti metto Raoul. Soprannominato “il Re” e suo fratellastro. Rosica perché il loro padre ha nominato Ken, il più piccolo dei quattro figli adottivi, erede della loro scuola (Kenshiro significa proprio “quarto figlio del pugno”), perché aveva capito che Raoul era un tipo violento con smanie di potere e infatti prende e uccide Ryuken, il caposcuola. Non possiamo dire che non sia forte visto che in più di un’occasione pareggia se non addirittura supera in forza Ken; e neppure che sia totalmente cattivo visto che in alcune occasioni lo vediamo concedere degli sconcertanti slanci di generosità.

Troviamo poi il già citato Shin, della sacra scuola di Nanto, che è talmente pieno di sé da voler costruire un impero e si era fissato che la regina doveva essere Julia. All’epoca Ken era una persona veramente tanto mite e non gliene fregava nulla della gente che soffriva o che veniva pestata, lui aveva Julia e il resto veniva da sé. Dopo essere stato torturato e aver visto la sua donna andarsene via con Shin pur di non farlo morire, nasce in lui quella sana dose di violenza che lo porterà a polverizzare tutti quelli che si metteranno sul cammino che lo porterà alla vendetta del tutto inutile, perché una volta arrivato al palazzo del suo ormai potentissimo nemico, egli gli rivela che Julia per l’orrore dei suoi crimini si è suicidata.

Altro fratellastro molto affabile di Ken è Jagger che impazzisce appena viene a sapere che suo padre non gli ha lasciato la guida della scuola di Hokuto. Si autoinfligge le “stelle di Hokuto” sul petto per fare casino in giro e screditare il fratello. Venutolo a sapere, Ken indossa i vestiti (o meglio i non vestiti visto che vanno in mille pezzi) dell’incazzato e lo fa secco.

Souther è il rivale alla nomina a Imperatore di Raoul. Umilia Ken in duello e lo riduce quasi in fine di vita. Lo lascia marcire in carcere finché non sarà proprio l’inaspettato Raoul ad aiutarlo ad evadere e a curarlo. Dopo essersi rimesso in sesto, Ken scopre il segreto di Souther che lo rendeva quasi invincibile: ha gli organi al contrario, ecco perché i colpi segreti “che fanno esplodere” con lui non funzionano. Sfruttando tale conoscenza, al secondo tentativo Ken spaccherà il culo anche a quest’ultimo nemico.

Dopo quest’ultima lotta il nostro beniamino viene avvicinato da un gigante che gli rivela che Julia è ancora viva e che ella è in realtà l’ultimo guerriero di Nanto. A Ken non pare vero e fa di tutto per andare a recuperla. Affronta Raoul in un duello finale (a mio avviso il più bello di tutta la storia del cartone animato) in cui vedremo la tecnica più bella di quelle di Hokuto: Trasmigrazione attraverso Satori, ovvero le anime morte in battaglia danno forza a Ken per uccidere il suo odiato fratello. Morto il “cattivo dei cattivi”, il nostro guerriero prende la sua amata e finalmente se ne può andare a stare per i fatti suoi e fanculo gli affamati e i poveracci!

In realtà c’è un altro pezzo di storia che si svolge dieci anni dopo e che vede nemici di personalità e calibro minore. Diciamo che quella che è considerata la seconda serie non ha il mordente della prima. Troviamo sicuramente un Ken in gran forma, e i suoi amici Lyn e Bart sono cresciuti e hanno formato un gruppo di resistenza contro Jago, il cattivone che tiene sotto scacco la scuola di Cento. C’è il rapimento di Lyn sull’isola dei tre demoni, Ken deve uccidere i demoni, li uccide, fa il culo ai cattivoni, Lyn e Bart ci lasciano intuire che si mettono insieme e Ken decidere di fare lo spaccaculicattivi a tempo pieno in giro per il mondo.

Tante sono le citazioni ai cartoni e film dell’epoca, anche come semplici citazioni visive. Nella seconda stagione, ad esempio, ci sono due personaggi che ricordano molto Ivan Dragon (Rocky IV) e Freddy Mercury (Queen). Come già detto prima, le somiglianze di Ken con Bruce Lee (prima) e Stallone (dopo) sono volute, come anche i tratti di Raoul riprendono quelli di Schwarzenegger, tutti attori molto famosi in quegli anni. Le ambientazioni poi ricordano molto quelli dei western anni ’70-’80.

Ma dove va ricercato il successo di questo cartone? Personalmente uno dei fattori che ammiravo tanto da piccola era che il “buono” non era imbattibile, i cattivi potevano ed effettivamente erano più forti di Kenshiro. Era uno dei motivi per cui Yattaman mi piaceva ma alla lunga mi annoiava: i buoni vincono sempre i cattivi sempre perdono. Badate bene anche qui alla fine, ma è una conquista da parte del guerriero buono. Egli passa per torture, la prigionia, allenamenti massacranti, la perdita di amici per arrivare al proprio miglioramento personale, per raggiungere la forza che gli occorrono per sconfiggere chi fa del male. Il bene non è scontato sia più forte del male e, infondo, ciò che realmente muove Ken è la vendetta, non tanto la voglia di giustizia. In un cartone animato per bambini, non sono elementi da sottovalutare.

Vi lascio con la sigla introduttiva integrale, altro momento di vero fomento da ragazzini (e non!). Chi di voi non l’ha cantata almeno una volta da grande??

Riprendiamo a occuparci di cartoni animati. Frivolezze rispetto al precedente tema. Oggi parliamo di Holly e Benji e cosa c’è di più rilassante per un telespettatore di un cartone animato talmente assurdo da lasciarci solo sorride nel vedere stadi del liceo super affollati con tanto di telecronista, campi da calcio in salita, palloni che divento ovali e assumono improbabili traiettorie e via così, senza generare in noi reazioni eccessive e violente? Non ci sono puristi del calcio che urlano allo scandalo, nessuno che si sente preso in giro perché il Giappone arriva a vincere i mondiali battendo Inghilterra, Francia e Germania. Non accade nulla di tutto ciò; anzi la maggior parte delle persone quando ci ripensa sorride malinconica ripensando a quando da bambino guardava le loro partite e sognava, almeno una volta, di poter fare la “CATAPULTA INFERNALE”. Quando quasi tutto ci sembra possibile ed eravamo contenti che alla fine Holly portasse il Giappone sul tetto del mondo. E chi è che adesso durante una partita di calcetto tra amici non nomina neppure una volta uno dei nomi dei tanti protagonisti?

La storia prende origine dal manga omonimo, come si era soliti fare negli anni ’80. E’ una storia piena zeppa dei tipici valori della cultura nipponica: amicizia, cameratismo, lotta leale e rispetto, fino ad arrivare all’estremo sacrificio pur di vincere e di fare il bene della squadra. Infatti più di una volta i nostri beniamini mettono a rischio la loro salute (Julian Ross disputerà una partita pur avendo un disturbo al cuore che potrebbe ucciderlo). Essendo un cartone che noi tutti amiamo, nessuno si fermerà a chiedersi se questi ragazzi dei genitori ce li abbiano, quale sia la società sportiva che lascia giocare un ragazzo cardiopatico o quale sia il dottore che ne autorizza l’attività fisica.

Questi ragazzi si sottopongono ad allenamenti estenuanti, che durano interi pomeriggi e, a volte sere. Quando tornano a casa ancora ancora la forza per farlo correndo. Giocano partite che assomigliano più a una guerra civile, visti i frequenti infortuni, e l’agonismo che si respira in campo è così intenso da poter essere tagliato solo con una motosega; neppure a farlo apposta la prima sigla recitava “sembra partite gli allenamenti” e proseguiva dicendo “rendono i ragazzi felici e contenti”. Ora io non so gli adattatori o i parolieri italiani negli anni ’80 che uso di droghe facessero, ma probabilmente non avevano mai visto una puntata, visto il mazzo che si facevano quei ragazzini, non so quanto fossero “felici e contenti”, ma c’è da dire che questi il pallone spesso se lo portano pure a letto.

Ma in poche parole qual’è la trama? Semplice, c’è questo bambino, Oliver Hutton che arriva in un paesino del Giappone e subito ci fa capire di essere un piccolo campioncino del calcio. Incontra Arthur, un bambino del posto che sarà anche suo compagno di scuola, che gioca nella squadra della stessa che è composta, più o meno, da mezze seghe. Rivale della Newpie è la San Francis dove milita Benji, il super portiere quasi imbattibile. Per partecipare al campionato interscolastico nazionale (?) decidono di fondere le due squadre da cui nascerà la “gloriosa” NewTeam, di cui faranno parte anche Tom Becker (che formerà una coppia d’attacco fortissima assieme a Oliver), Bruce harper difensore che partita dopo partita diventerà sempre più forte e Alan Croker portiere timoroso chiamato a sostituire Benji dopo la sua partenza per la Germania. Alan si rivelerà la sorpresa più incredibile di tutta la squadra perché da timoroso estremo difensore riuscirà a tirare fuori piano piano il carattere, fino a diventare un discreto portierino. Durante il campionato avremo l’occasione per conoscere tutti i rivali (e futuri compagni di squadra in nazionale) del nostro protagonista.

Abbiamo la Mappet con il fortissimo Mark Lenders, un ragazzo alto una quaresima, dalle sempre perfette e inconfondibili maniche della maglietta arrotolate, il più grande rivale di Holly. Il suo sogno è vincere una borsa di studio per poter smettere di fare la fame e farsi un mazzo tanto a incollarsi le casse di frutta e verdura ai mercati generali; Ed Warner il portiere che visto che conosce le arti marziali è agilissimo e para a colpi di maowashikeri (calci rotanti laterali), fa le capriole e a mezz’aria riesce a cambiare la direzione verso cui si era buttato con la sola forza di una mano; Danny Mallow l’inseparabile compagno di Mark Lenders che gli serve più palloni lui di Pirlo in tutta la sua carriera. Poi c’è la Flainet, il cui unico campione degno di nota è Philippe Callaghan, centrocampista carismatico che trae il suo potere dalla fascetta che porta sempre in testa, regalo di una sua cara amica. La Mambo in cui milita Julian Ross, definito il miglior giocatore esordiente di tutto il Giappone, il cui limite è che “non gli regge la pompa” e che se gioca potrebbe morire: un’inezia! In qualsiasi situazione normale il bambino avrebbe avuto un semplice trauma da ragazzino strappato ai suoi sogni, in Holly&Benji invece lui continua a giocare nonostante tutto. Nella partita contro la NewTeam Oliver gioca male per dare a lui la possibilità di vincere quella che con molta probabilità sarà la sua ultima partita. Julian lo capisce, sbrocca a Holly e la Mambo perde. Da notare che nel secondo tempo invece di farsi sostituire Julian si poggia al palo e dirige la sua squadra meglio di Fellini durante le riprese di un film (come non amare questo cartone animato per il suo irrealismo???). In ultimo c’è la Hot Dog (si avete letto bene si chiamava così, i traduttori evidentemente si divertivano molto in quegli anni) squadra dei gemelli Derrik, inventori della famosissima catapulta infernale.

Questi sono gli “antagonisti” più importanti contro cui la NewTeam si scontrerà. A volte perdono, altre pareggiano, ma alla fine il campionato lo vincere la squadra biancoblu. Dopo questa vittoria arriva la convocazione in nazionale giovanile che vedrà tutti quelli che erano una volta rivali, militare nella stessa squadra come compagni. Ovviamente il nazionalismo degli scrittori dell’anime porta il Giappone a battere tutte le nazionali più forti (nel fumetto si trattava di un sogno di Holly), ma il nostro amore per il cartone animato, gli perdona anche questo e non possiamo che essere contenti quando i nostri eroi sollevano la coppa del mondo.

A differenza di molti cartoni animati, di Holly e Benji abbiamo diverse serie riproposte negli anni che parlano della crescita dei ragazzi e delle loro carriere. Anche la sigla cambia. Se “Holly e Benji, due fuori classe” era una delle pochissime canzoni degli anni ’80 non cantata da Cristina D’Avena, i successivi “H&B sfida al mondo” e “Che campioni H&B” hanno l’inconfondibile voce della cantante più famosa tra i bambini degli anni ’90, per “H&B forever” troviamo la nuova voce di Giorgio Vanni con un arrangiamento più “adatto” agli anni 2000.

La costante di tutte le serie è che i giocatori si possono definire dei moderni “Sansoni” ovvero la loro forza risiede nei capelli. “Ma che stai a dì?” vi chiederete voi. Fermiamoci a riflettere. I giocatori più forti hanno tutti i capelli lunghi, un ciuffo vicino gli occhi.

 

Anche i portieri non sono esenti, però dovevano avere anche il cappello da baseball per via del sole negli occhi e Benji doveva portare colletto alzato e i guanti verdi e gialli SEMPRE, anche sotto 50°C.

  

Mentre quelli con i capelli a “boccia” erano quelli che davano sostegno ai campion:

Ancora devo capire se tutto ciò è incredibilmente inquietante, oppure se i disegnatori volevano dirci che, in quel periodo portare i capelli lunghi era da fichi-vincenti- campioni. Forse non lo scopriremo mai.

Che altro dire? Non c’è molto altro da aggiungere al fatto che sicuramente questo è uno dei cartoni che ha segnato maggiormente un’epoca, tanto gli anni ’80 quanto i ’90. Non c’è inverno che passi senza che quella pallida imitazione che è ora BimBumBam mandi in onda questo cartone animato. Ha segnato più di una generazione, nell’immaginario, nel linguaggio e nei sogni di noi bambini, in Italia in particolare. In un paese come il nostro, dove il calcio è vita, una storia come quella di Holly non poteva che farci innamorare, non poteva non conquistarci il cuore. Al di là di ogni fantasiosa mossa, tiro o allenamento c’è il sogno di ogni bambino che sperava un giorno di poter seguire, ingenuamente, quegli stessi insegnamenti che vedeva in televisione e forse il bello del calcio è anche questo. Vi lascio con le parole che un mio amico mi scrisse tempo fa e che sono l’insegnamento di un allenatore che, quando ero piccola io, faceva parlare di sé, e a mio avviso, l’essenza stessa del calcio:

A mio parere, la grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza in ogni angolo del mondo c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi. Ma il calcio, oggi, è sempre più un’industria e sempre meno un gioco”.

(Zdenek Zeman)

Attacker you è il titolo anglofono del famosissimo cartone animato Mila e Shiro, due cuori nella pallavolo. E bene sì, parlerò anche di cartoni animati, perchè dal mio punto di vista sono serie tv a tutti gli effetti, con l’unica differenza che al posto degli attori in carne e ossa ci sono dei disegni. Mila e Shiro è uno di quelli che ha segnato la mia infanzia, che mi ha fatto venir voglia di iniziare a giocare a pallavolo in maniera un pochino più seria dell’ora di educazione fisica a scuola.

In effetti quel periodo (parliamo di metà degli anni ’90) il cartone girava già da più di 10 anni eppure non sembra aver perso il suo smalto. In squadra ci si divertiva a chiamarsi con i nomi delle protagoniste e quando si giocava in maniera scherzosa si chiamavano gli attacchi, esattamente come avveniva nel cartone animato. L’unico nostro problema era riuscire a stare in aria, prima di una schiacciata, per la durata di una puntata intera. Ok che i bambini hanno una fantasia molto sviluppata e, quando sono abbastanza piccoli, hanno anche una strana percezione della realtà, ma far stare una persona sospesa nel vuoto per almeno 3-4 minuti sfida qualsiasi capacità cognitiva.

Ma parliamo un po’ della “trama” di questo pezzo di storia dei cartoni anni ’80. Come spesso accadeva in quel periodo (e accade tutt’ora), Mila e Shiro è tratto da un manga la cui storia differisce in alcune cose dal cartone. E’ la storia di questa ragazza che dalla campagna si sposta in città. Inizia a frequentare la scuola media e scopre di essere un fenomeno della pallavolo, con la capacità di lievitare a mezz’aria e tirare delle randellate sul pallone tanto da spaccare arti, forare reti, deformare palloni e per questo meritarsi l’appellativo di “attacco laser” (e ci fa chiedere se la sua amica Nami Hayase non fosse in realtà un maestro Jedi di Star wars, visto che era l’unica in grado di recuperare quelle schiacciate in maniera abbastanza facile). Nella sua strada verso la convocazione in nazionale fa amicizia con la appena citata Nami Hayase, ricevitrice fortissima e anche sua compagna di squadra, e Kaori Takigawa alzatrice formidabile, facente parte dell’unico club in grado di sconfiggere quella di Mila.

La cosa che più mi ha lasciata perplessa di questo cartone, e che sinceramente non ho mai capito, è che nella versione televisiva hanno cambiato la figura della mamma della nostra protagonista. Nel fumetto è morta quando la figlia era molto piccola, nel cartone animato invece lei abbandona la famiglia per seguire il suo sogno di pallavolista. Scelta discutibile, ma lecita; la vera genialata è che il padre dice ai figli (perchè la nostra mamma-fenomeno della pallavolo ha sfornato due figli prima di rendersi conto che avrebbero causato qualche problemino alla sua carriera sportiva) che lei è morta perchè se avessero saputo che li aveva abbandonati ne avrebbero sofferto. Si vede che il padre a forza di stare in Perù a fare le foto, si è mangiato il cervello con le foglie di cocaina. Pensava veramente che la morte della madre, oltre ad essere una menzogna, potesse essere una cosa tranquilla da affrontare per un figlio, che ci possa cresce in maniera pacifica? Voglio dire se sai che tua madre se ne è andata, puoi pensare sì che non ti abbia voluto, ma hai pur sempre la speranza che un giorno possa tornare o che tu la possa cercare e trovare per parlargli. La morte invece è una cosa conclusiva che non lascia altre opzioni e, proprio perchè è un cartone animato, credo che un bambino si faccia prendere più a male per una persona morta, che per una che “è scappata”. Difatti, proprio quando Mila si trova a fare le selezioni per la nazionale, come un fulmine a ciel sereno conosce sua madre che dopo la sportiva ha seguito il classico excursus e si è messa a fare la commentatrice delle partite (della figlia, per che infatti poi troveremo sempre lei a fare da voce narrante agli scontri di Mila con le sue avversarie). Lei sconvolta lascia gli allenamenti della nazionale, si fa cercare per un giorno in giro per Tokyo, Shiro la trova le parla e la convince a tornare (adoro la semplicità dei cartoni animati). Entra in nazionale, spacca il culo a un po’ di gente in amichevoli e il cartone finisce con l’arrivo della squadra a Seul, dove gareggeranno per le Olimpiadi dell’88. Facciamo due calcoli: la prima puntata è andata in onda nell’84. Presumibilmente la serie si svolge nello stesso anno e Mila va alle medie, quindi quanto ha? 12-13 anni? Dopo soli 4 anni, cioè a 16-17 è già in club professionale e convocata in nazionale olimpica? Porca miseria un vero fenomeno. Ma soprattutto verrebbe da pensare che i talent scout in Giappone funzionano veramente bene!

Come andava di moda in quel periodo, ogni partita durava all’incirca 12 vite (una per ogni giocatrice in campo) e ogni partita delle medie o del liceo gremiva i palazzetti e vedeva il cronista televisivo pronto a fare sfoggio del suo patos migliore (qualche somiglianza con Holly e Benji??). Inoltre è incredibile come nell’edizione italiana siano riusciti a tirare fuori un titolo orrendo e melenso come “Mila e Shiro, due cuori nella pallavolo”. Io mi chiedo: ma chi crea questi titoli, il cartone l’ha visto? Shiro, in 58 puntate di cartone animato, sarà presente in 4-5 e per non più di 5 minuti. Sì, ok che è il ragazzo di Mila, ma è utile come un raccattapalle in una palestra piccola di liceo e nominarlo addirittura nel titolo mi pare un po’ eccessivo (facendo torto a Nami e Kaori che loro invece il pane sul campo se lo sudano). Questo scivolone è stato fatto anche dai vicini di Francia e Spagna (che come nel loro stile hanno introdotto nomi a loro più ‘vicini’ come Jeanne et Serge o  Juana y Sergio… CHE FANTASIA!).

Prima di concludere, dedicherei due parole obbligatorie a Mister Daimon. Un uomo a cui si fa prima a saltare sopra che non a girargli intorno e che ALLENA ragazze di PALLAVOLO! Uno signore che dentro a un liceo si permetteva di percuotere con il bastone le sue giocatrici minorenni per spronarle a sputare sangue sul campo! Non so voi, ma a me faceva paurissima. Pregavo di non incontrare mai un insegnate così severo. Ma il bello di questi cartoni è che non c’è una logica. Non c’è un preside che va da Daimon e gli dice “Ciccio che cazzo combini? Qui se ci denunciano saltiamo in aria che Hiroshima in confronto pare una passeggiata a primavera!” non c’è un genitore che vedendo la figlia ricoperta di lividi si fa due domande. Non c’è un’alunna che va da un maggiorenne a dire “Quell’allenatore è peggio del sergente Hartman di Full metal jacket!” No, non avviene nulla di tutto ciò. Solo a un certo punto qualcuno si sveglia dal torpore mentale lo caccia per metterci il preside che però ha il piccolo difetto di non sapere neppure come sia fatto un campo di pallavolo.

Detto ciò il valore di Mila e Shiro resta. Bim Bum Bam lo manda ancora in onda e ci sono ancora bambini e bambine che lo guardano, si appassionano e scelgono di andare a fare pallavolo e questo, per me, è il risultato migliore che un cartone può sperare di ottenere. Se girassimo per le squadre nazionali di volley sono sicura che la percentuale di quelli/e che seguivano le imprese della schiacciatrice dai capelli arancioni, della ricevitrice con i capelli blu e l’alzatrice dai capelli bordeaux, sono tanti. E tanti altri gli adulti che, con sorriso nostalgico e un po’ malinconico, ti confidano che con Mila condividevano il sogno di poter giocare, un giorno nella nazionale di pallavolo.

Supercar è forse uno dei telefilm più famosi degli anni ’80. Il motivo principale credo risieda nel vero protagonista della serie: KITT, la Pontiac Trans Am nera, indistruttibile, furba, saggia, intelligente che passa più della metà del tempo a togliere Michael Knight dai guai in cui si caccia. 

La trama in effetti non è molto originale. Un poliziotto, Michael Long, viene quasi ucciso durante un’operazione contro un gruppo operante nello spionaggio industriale. Una placca alla testa, impiantata dai militari (ma come mai queste cose fichissime e futuristiche a livello medico te le fanno solo nell’esercito???), lo salva da una pallottola piantata in pieno viso. Un magnate e filantropo, tale Wilton Knight (che ci lascia subito alla prima puntata) arriva, non si come nè perchè, con un elicottero in mezzo al deserto del Nevada e trova esattamente il punto dove giace il signor Long quasi in fin di vita. Se lo porta a casa, lo salva, gli ricostruisce il volto, gli altera le impronte digitali, gli regala una nuova identità (Michael Knight), una nuova cazzutissima auto (KITT) e una carta di credito dorata. In cambio gli chiede di fare il supereroe e di andare per l’America a spaccare il culo ai cattivi di turno. In pratica gli chiede di fare “da legge” là dove la legge non riesce ad arrivare. La trama fondamentalmente è questa e possiamo dire che sarà il prodotto televisivo che verrà ripropinato nel 1994, con una cazzutissima moto (Harley Davidson Fatboy 1990) e un cazzutissimo Lorenzo Lamas (bello, sporco e capellone) in Renegade.

Ovviamente quasi ad ogni puntata ci sarà una donna pronta a dimenticare quanto odia gli uomini, a quanto l’hanno ferita, per buttarsi nelle braccia del nostro David Hasselhoff, impeccabile nella sua immagine di affascinante, misterioso e tenebroso. Oltre a questa sua spiccata capacità di attirare le donne come il miele con le api, ritroviamo una somiglianza nel fumetto di Dylan Dog anche nella “divisa” d’ordinanza che il protagonista indossa dal momento in cui decide di lavorare per questa specie di organizzazione paragovernativa, ovvero giacca di pelle nera, stivale di pelle (in NEVADA capite???) e calzoni neri talmente attillati che guardandolo viene da domandarsi se prima di indossarli non si sia cosparso di borotalco le gambe.

Nel 2008 hanno mandato in onda, solo in America, una puntata pilota di due ore che, se ho capito bene, si presente più come una specie di sequel che non come un vero remake. Il protagonista infatti, se non ho capito male è il figlio di Michael Knight e l’erede di KITT è una Ford Shelby GT500KR che oltre alle funzionalità della Pontiac ha l’aggiunta di cambiare forma e colore (quando la fisica dell’immaginario supera la fisica molecolare). Da quel poco che sono riuscita a spulciare sul web (in Italia che il sequel sembra non interessi) pare che anche il buon Hasselhoff sia stato richiamato a far parte della serie. Purtroppo altro non posso dirvi, visto che salvo qualche fotogramma su google immagini, non sono riuscita a trovare neppure un secondo di video di Knight Rider’s 2008.

Che altro aggiungere su questo telefilm? E’ il classico esempio di come spendere molti soldi su un auto riesca a creare un vero e proprio mito. Dall’82 a oggi sono infiniti i club delle auto che si rifanno, anche solo idealmente a KITT. Esistono poi dei veri e propri patiti (ricchi) che possiedono delle copie praticamente uguali in ogni parte estetica all’originale. Per quanto riguarda il pilota automatico, l’autoespulsione dal tettino, il mettersi da sola su due ruote e il saltare, per quello credo ci vorrà ancora un bel po’. Per il momento ci godiamo gli stabilzzatori di velocità, i sensori per il parcheggio e i navigatori satellitari, che comunque erano già presenti in un telefilm di ormai trent’anni fa.