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Il cast della seconda stagione

Ho aspettato tanto, ma non posso più esimermi dal parlare di “L word”. La mia titubanza risiede nel fatto che ho amato e, infondo, amo ancora questo telefilm in una maniera in un certo modo morbosa. Ma per chi nel 2004 aveva vent’anni e stava iniziando a capire come funzionava il mondo omosessuale, sapere di avere un telefilm come l word, non poteva che azzerare ogni spirito critico. Volenti o nolenti questa serie ha segnato i prodotti televisivi di genere. Sì è vero prima di lui c’è stato “Queer as folk”, ma pur avendo protagonisti quasi del tutto maschili, c’erano anche due lesbiche come personaggi principali, non era relegate ai margini della storia. L word invece è composto da soli personaggi femminili, sia come cast, sia come tecnici, produttrici, sceneggiatrici, registi e chi più ne ha più ne metta. E’ strano pensare a una cosa del genere, ma sui set di questo telefilm gli uomini erano praticamente inesistenti. Le femministe della prima e dell’ultima ora hanno gridato al miracolo. Meglio ancora, non si trattava solo di donne, ma anche di lesbiche, perché molte di esse erano apertamente dichiarate. Le lesbiche impegnate della prima e dell’ultima ora hanno gridato al miracolo.

Ecco perché L word è diventato un fenomeno di costume, un telefilm di successo e, ovviamente in Italia, non è praticamente arrivato se non tramite pay-tv.
Il suo grande merito è stato quello di aver portato sul piccolo schermo un universo sconosciuto ai più. Un mondo fatto di donne, emancipate da ogni punto di vista: economico, sessuale, sociale. Ha mostrato il gentil sesso nella sua fragilità, determinazione, cattiveria e bassezze. Presenta ogni sorta di problema: da quelli di tutti i giorni agli scontri etici, religiosi e sociali. Non si è mai fatto problemi a presentarci scene di sesso esplicito, senza tabù e reali, distruggendo lo stereotipo dell’amore saffico alterato dal cinema pornografico.
Giustamente se ha tutte queste cose positive, perché sembro così titubante nel volerne parlare bene? Perché qualche mese fa mi è capitato di rivederlo tutto quanto insieme, puntata dopo puntata, senza pause e con quasi 8 anni di più sulle spalle e a questo giro sono riuscita a vedere quelli che per me sono i suoi limiti. In sei stagioni le sceneggiatrici hanno voluto abbracciare ogni argomento che potesse toccare il mondo femminile (non solo lesbico), che possa essere eterosessuale, transgender o anche semplicemente argomenti “about girls”. L’altra faccia della medaglia sta nel voler creare una storia “minestrone”: ai personaggi principali vengono fatte fare delle scelte discutibili, ci sono delle svolte spiazzanti e spesso più che di un “carattere” ci sembra di avere a che fare con degli stereotipi. Mi rendo conto che si parla pur sempre di un telefilm e non di un documentario.

Il cast a partire dalla quarta stagione

Altro limite sono gli uomini. Se in “queer as folk” la rappresentativa femminile viene raccontata per quello che è, senza giudizi positivi o negativi (o almeno il merito è l’averci provato), in “l word” gli uomini sono il male: non esiste personaggio maschile che non porti qualcosa di brutto a una donna. Gli uomini tradiscono, feriscono, trascurano, non capiscono, giudicano, sono bigotti, razzisti e gretti. In sei stagioni non esiste una figura maschile che entri in contatto con una qualsiasi ragazza del gruppo senza portare con sé brutte cose. Probabilmente in secoli e decenni di patriarcato, mi direte che un po’ di femminismo radicale ed emancipato non può che far bene e posso essere in parte d’accordo, ma con questo il realismo o la semplice veridicità delle situazioni viene parecchio a mancare. Pensiamo alla sola prima stagione in cui ci viene presentato il coming out di Jenny, che si trasferisce a Los Angeles per andare a convivere con Tim, il suo ragazzo storico. Qui però conosce Marina che le fa perdere completamente la testa e con cui andrà a letto, non una ma diverse volte. Jenny ha tradito Tim e quindi dovrebbe, in qualche modo, risultare un personaggio negativo, ma per come viene narrata la storia, la colpa è di Tim perché non è un uomo molto colto (ehi lei è una scrittrice!!!), pensa quasi solo ai muscoli (è istruttore di nuoto) e allo sport e non si rende conto di quanto la sua ragazza sia assente, lontana da lui e di quanto stia cambiando. Quindi se Jenny lo ha tradito, sembrano dirci, è colpa di Tim. Possiamo stare a filosofeggiare quanto vogliamo e sì forse gli uomini sono molto distratti quando si tratta di capire l’universo femminile, ma da qui a farci passare un tradimento del genere per colpa di chi è stato tradito ce ne passa. Alla fine della fiera lui a Jenny la ama sul serio e cerca di dimostrarglielo a modo suo; se a lei quello che può offrirgli lui non basta, poteva semplicemente dirlo e farla finita.
Ripeto, con molta probabilità è stata una scelta di allineamento quella di mettersi così apertamente contro “la cultura maschile”, ma a me ha stonato, perché parte del messaggio che sembra trasparire è che “le lesbiche siano tutte misandriche”.  Come ha stonato l’avere davanti donne bellissime, perfette, con lavori superfichi, affermate, curatissime. Non che non possano esistere donne così e anzi, in California saranno anche più numerose che qui da noi, ma il tutto è risultato un po’ eccessivo. Capisco che siamo in televisione e stiamo parlando di un prodotto da vendere, ma avere davanti persone un po’ più realistiche avrebbe conferito al telefilm quel pizzico di credibilità che un po’ gli manca.

Dal punto di vista tecnico, invece, non ho nulla, ma assolutamente nulla, da recriminare: è girato bene, le attrici sono tutte fantastiche, i dialoghi mai banali e ben sviluppati, senza scendere nel volgare o nel banale, parolacce e frasi più spinte sono esattamente dove devono essere.
E pensare che la Showtime si è presa un bel rischio a ospitarlo sulle proprie reti. Prima ancora che venisse annunciato il cast definitivo, già sul web giravano gruppi e siti amatoriali che facevano parlare nel bene e nel male di questo nuovo prodotto che sarebbe arrivato in televisione. Certo quando metti insieme le sceneggiatrici di “Go fish” e “Six feet under”, non può venir fuori qualcosa di brutto. Quando metti insieme Jennifer Beals, Leisha Hailey, Katherine Moenning, Pam Grier e Laurel Holloman, difficile pensare che la gente non vedrà  la serie. Quando ambienti il tutto a Los Angeles e decidi di mandare in onda l’equivalente lesbico di “Sex and the city”, proprio mentre questo sta trasmettendo le puntate conclusive, non puoi non andare a colmare il vuoto che un telefilm cult come quello sta per lasciare. Un applauso quindi va fatto anche per le scelte di marketing (ricordate la tag line “same sex, different city”?) e di cast.

Il Grafico di Alice

C’è una cosa che più di tutte lega le varie stagioni di L word: il grafico di Alice, quello da cui nascerà “ourchart”. Alice sostiene (ma in realtà è una teoria molto diffusa, soprattutto in America) che ognuno di noi, in tutto il mondo è connesso agli altri in al massimo sei “collegamenti”, o meglio persone che conoscono altre persone fino a sostenere che “io potrei essere collegata con il presidente americano in meno di sei persone”. In qualche modo siamo tutti quanti legati al di là del sesso, della razza, della nazionalità o della religione: un bel messaggio da comunicare, soprattutto per le nuove generazioni che non si rendono conto di quanto certi diritti sia stato duro, doloroso e pericoloso ottenere. Ragazzi e ragazze (soprattutto) che girano mano nella mano, si baciano per strada o giocano ad essere ammiccanti in pubblico con altre donne per puro divertimento e non realizzano quanto questa loro, questa nostra libertà abbia avuto un caro prezzo e che la battaglia non è ancora finita.

Quindi sicuramente un telefilm che va visto tenendo ben presente che è una finestra sul mondo reale. Ha tutto il diritto di prendersi il merito di aver tirato fuori dall’armadio dove vengono racchiusi tanti, troppi tabù, diversi scheletri, di aver parlato a generazioni, strati sociali e culture diverse (il telefilm è stato trasmesso in decine di paesi tra cui Gran Bretagna, Olanda, Francia, Danimarca, Spagna, Israele, Cina, Brasile, Giappone e Sud Africa), senza andare troppo per il sottile. Ma è e resta quello per cui è nato, ovvero un prodotto televisivo. Se ci avviciniamo a lui, ricordandoci questo assunto, non potrà che entusiasmarci ed esaltarci; se invece il nostro occhio critico pretenderà di vedere un “documentario sul mondo lesbico”, bhè rimarrà molto deluso, perché non è quello che L word vuole essere.

PS Permettetemi di abbassare ancora di più il livello di questa recensione postando quella che a mio avviso è una delle scene più sensuali della televisione, uno streap tease di un minuto e mezzo, di Carmen per Shane.

Finalmente ho finito di vedere Six feet under e mi do’ della stupida per aver atteso tanto per iniziarla e per averci messo tanto a finirla. È semplicemente una delle cose più struggenti ed esteticamente perfette che io abbia mai visto. Lucia aveva ragione. Sicuramente il post che lei ha dedicato a questa serie spiega meglio di che si tratta, ci proverò anche io perché mi ha toccata veramente nel profondo.

Six feet under: la profondità in cui si interrano le bare negli USA

La storia verte su un’azienda a conduzione familiare di pompe funebri. In questa famiglia ci sono tre figli: Nate, David e Claire. Nate è andato via di casa molti anni prima, il giorno di Natale quando sta tornando per le feste incontra sull’aereo Brenda con cui ha un rapporto sessuale nel bagno dell’aeroporto. Mentre il padre lo sta andando a prendere ha un’incidente e muore. Non vedendolo arrivare Brenda si offre di accompagnarlo a casa, questo gesto trasformerà una scappatella fugace in un rapporto che durerà per tutti i seccessivi 5 anni. Giunti a casa apprendono che il padre è deceduto. Tale morte  segnerà l’inizio di una nuova vita per tutta la famiglia Fisher. Nate, suo malgrado, si troverà costretto a rimanere, rendendosi conto che il fratello David non ce la fa a reggere da solo l’impresa funebre. Scopriamo così che David è gay non dichiarato, a casa mostra il volto del figlio devoto che adora il lavoro che fa; questa situazione lo rende isterico e fin troppo controllato. Per questo una volta divenuto socio assieme al fratello, David inizierà un processo che lo porterà a fare coming out e a vivere apertamente la sua relazione con Keith. Poi c’è Claire la figlia adolescente e artista che detesta vivere in una famiglia così “ipocrita” e controllata e che capirà poco tempo più tardi quanto gli manchi il padre e quanto poco lo conosceva in realtà. Con i membri della sua famiglia vive un rapporto di amore e odio, ed è sempre sul punto di precipitare in un abisso di depressione, perché non riesce a vedere il lato bello della sua vita, ma solo quello estremamente più amaro. Infine c’è Ruth la madre di famiglia, colei che più di tutti, nelle cinque stagioni, prende coscienza di sé ed effettua una meravigliosa metamorfosi da donna devota e madre di famiglia fedele a una signora emancipata e con le idee chiare su come vuole passare gli anni finali della propria vita. Tale processo la porterà tra le braccia di uomini completamente diversi tra loro e tramite essi capirà cosa vuole davvero: essere indipendente e imparare a stare da sola. Questo la porterà a riavvicinarsi alla sorella Sara, che ha trascorso una vita stile “figli dei fiori” e che se nelle prime stagioni la vediamo spesso criticata per le sue scelte, alla fine sarà proprio a casa sua che Ruth andrà a vivere per godersi finalmente la  vita fatta di scelte prese pensando prima a sé stessa

I personaggi principali

Sebbene si presenti come una serie drammatica che affronta i classici temi della famiglia, dei tradimenti e della religione, Six feet under parla in realtà  della morte. Meglio ancora parlando della morte ci racconta la vita. Questa la scelta di sfumare sempre al bianco e mai al nero e di iniziare ogni episodio con la morte di una persona, di qualsiasi tipo: dal suicidio alla malattia, alla scomparsa del tutto accidentale e casuale, compresa la morte improvvisa di un neonato. Ognuna di esse dà l’impronta a quella puntata, uno spunto di riflessione. La colonna sonora è discreta, tante sono le scene lasciate al silenzio, proprio perché in certi casi non c’è bisogno di un accompagnamento musicale per sottolineare qualcosa che è già chiarissimo di per sé. Essa fa da cornice in alcuni momenti in cui sa di non stonare.
La forza di questa storia sta nel modo in cui il “Tristo mietitore” viene rappresentato senza finti moralismi, senza troppi giri di parole, ma solo per quello che è: parte integrante della nostra vita. Sono i vari personaggi che rifletteranno intorno ad essa, che si relazioneranno con le sue varie sfaccettature. Un’operazione del genere la si può portare avanti solo e soltanto se ci si mette nell’ottica di chi con la morte ci lavora tutti i giorni, chi vede le salme in maniera asettica e distaccata, chi, come i Fisher è cresciuto giocando nello scantinato vicino a dove papà imbalsamava i corpi.

«Il funerale non è per i morti, ma per i vivi.» (David Fisher)

In realtà la vita non è dolorosa perché accadono cose brutte, perché la gente a cui teniamo muore: la vita è ciò che noi scegliamo, accadono sia cose belle che cose brutte e la morte non è ingiusta, la morte è “una livella che alla fine livella tutti uguali” (come diceva Totò). Essa è quindi la cosa più giusta ed equa che ci sia in questo mondo.
I dialoghi che i protagonisti hanno con i cadaveri rappresentano i loro dialoghi interiori, le riflessioni, servono per esternare ed esternarci le loro paure il tutto utilizzano uno stile paradossale e onirico che ricorda molto David Lynch.
Lo stile e i tempi della narrazione sono volutamente lenti, forse per far capire allo spettatore che ciò che sta per vedere non è nulla a cui è solitamente abituato. Lo scopo della serie non è fare ascolti, non è dare subito una conclusione o un senso a ciò che sta succedendo perché così chi guarda non si annoi, no Alan Ball si prende 5 stagioni per raccontare la sua storia, per far capire dove sta andando a finire lo sviluppo di un personaggio. È il giusto tempo da dare perché una cosa sia bella, ha bisogno di spazio, di aria per crescere e svilupparsi, per capirsi e far capire. Il suo punto massimo infatti si raggiunge nelle ultime puntate in cui si raggiunge l’apice della drammaticità, ma anche la massima consapevolezza di tutti i personaggi:

[ATTENZIONE SPOILER!]
da Federico (il terzo socio dell’impresa funebre) che deciderà di mettersi in proprio, a Ruth che deciderà di non volere altri uomini nella sua vita, con Claire che andrà a New York per trovare la sua vera strada e indipendenza, David e Keith che riescono finalmente ad essere una vera famiglia con i propri figli, Brenda che deciderà che non riverserà più sugli altri il proprio odio e la propria rabbia. Così come la morte di papà Nate segna l’inizio del cambiamento per la famiglia Fisher, la morte di Nate jr. segnera l’inizio dell’età “adulta” di quel cambiamento.
Come Brenda e Nate si sono conosciuti quando è morto “papà Fisher”, così accade per Claire e Ted che durante il loro primo appuntamento si ritrovano a passare la notte in ospedale prima che Nathaniel muoia.
[FINE SPOILER]

Gli ultimi 5 minuti dell’ultima puntata sono la cosa più intensa che mi sia capitata di vedere. Un susseguirsi di immagini, scene, e musica che ti lasciano l’anima devastata, distrutta, rimescolata e ricostruita. Nessuno penso possa vedere questa serie, arrivare all’ultimo episodio e dire di non esserne stato toccato, perché non è solo fiction, ma è la rappresentazione della vita, senza stereotipi, senza finzioni, senza linguaggi forzati o situazioni paradossali. Alan Ball ci mostra una vita dal punto di vista della morte, lo fa con maestria, senza retorica e con una bellezza che ci lascia spiazzati ed emozionati.

Vi lascio con il link all’ultima scena, quella che mi ha fatta commuovere e mi ha sconvolta. Lascia senza fiato.

«Finalmente le donne parlano di sesso come gli uomini»

"Siamo alle solite: un armadio pieno di vestiti e nulla da mettere"

Quando si parla di telefilm che hanno cambiato il volto della televisione, è impossibile non menzionare Sex and the city. Forse qualcuno storcerà un po’ il naso (cazzi sua!), ma per quanto alcuni vogliano ostinatamente relegare questa serie in una nicchia, è un fatto oggettivo che sia stata la fondatrice di un nuovo genere e di un nuovo modo di pensare alle serie televisive.

«Il sesso è il barometro di quello che succede in un rapporto.» (Samantha)

Sex and the city è la storia di quattro amiche, una delle quali è anche la voce narrante. Siamo a New york e le protagoniste sono delle giovani donne sui 35 anni. Le vicende narrano dei sogni, delle scappatelle, di famiglie, di lavoro, di uomini e universi che si incontrano, ma soprattutto parla di sesso e dell’amore e lo fa in maniera nuova: non è volgare, nè messo a casaccio. La serie gioca sul delicato equilibrio del mostrarsi senza mostrare troppo di sè. Provoca e narra, racconta e incuriosisce. Sebbene nelle prime stagioni non passa puntata senza che ci sia una scena di sesso in mezzo, esso non è buttato lì a casaccio per alzare gli ascolti, ma ha una sua ben studiata ubicazione e dimensione, che aiuta lo spettatore a capire in che mondo stiamo entrando. Qui non siamo a Beverly Hills 90210 (sebbene il creatore sia lo stesso), i ragazzi non sono tutti buoni e non ci sono i bravi da una parte e i cattivi dall’altra. Non ci sono situazioni stereotipate e surreali (bhè forse ogni tanto qualcuna ce n’è ^_^), ma la Manhattan raccontata da Star ci mostra donne che soffrono e lavorano, che si divertono e usano gli uomini anche solo per divertimento; donne che vengono usate e disilluse, madri-amanti di bamboccioni senza spina dorsale, fedeli compagne di uomini sicuri di sè. Il tutto condito da una buona dose di ironia e comicità che smorzano i ritmi per rendere il tutto meno pesante e più godibile. Questo aspetto ha mosso spesso le critiche negative bollando le quattro protagoniste come superficiali, egoiste e “facili”. Quello che questi signori non hanno compreso è che Sex and the city non è un telefilm politicamente corretto, nè adatto ai puritani propensi alla critica facile; no Sex and the city è un telefilm che vuole provocare e dare un volto nuovo alle donne in carriera, solitamente descritte come tutte tailleur, famiglia, figli e chiesa oppure solo e soltanto cuori di ghiaccio e lavoro.

Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte sono quattro donne emancipate, sicure nella loro insicurezza e fragilità, vogliono divertirsi e sognano il principe azzurro, amano andare alle feste, fare shopping, essere glamour e alla moda, rimorchiano e vanno a letto con il primo conosciuto, ma amano anche e soffrono. Sanno essere spietate e dolci, ciniche e disilluse, svampite e saggie. Non c’è un “aut aut”, ma le loro storie sono colorate con tutte le sfumature che l’universo femminile può offirere. A mio avviso è il modo più reale possibile di raccontare il mondo e l’universo delle donne, di questo ultimo decennio, attraverso un prodotto televisivo.

«Il romanticismo non esiste senza del buon sesso!» (Miranda)

Ma nel titolo non c’è solo il “sesso”, c’è anche La City, New York. Questa città non è solo una location dove ambientare storie, ma è stata spesso definita la quinta protagonista della serie. Oltre le innumerevoli panoramiche che le vengono dedicate, i primi piani sui locali più “in” frequentati dalle ragazze, le immense strade piene di gente frenetica che va a lavoro o esce il sabato sera, le avenue stracolme di taxi che lavorano a pieno ritmo a qualsiasi ora del giorno e della notte, la Città ha un vero e proprio rapporto con i personaggi, una sua vita, una sua anima che interagisce con essi. In particolare Carrie parla spesso di quanto ami New York e di quanto per lei sia magico poterci vivere. Nel corso della quinta stagione arriva a definirsi “fidanzata” con essa e dopo una festa arriva a un ragazzo con cui usciva proprio perchè si era permesso di parlare male della Grande Mela.

Ultimo argomento, ma non per questo meno importante, in Sex and the city si parla di Amicizia.Perchè se c’è una cosa che puntata dopo puntata e stagione dopo stagione (e anche film dopo film) non cambia e non passa, ma anzi si rafforza è l’amicizia tra Carrie, Samantha, Charlotte e Miranda. All’inizio della quarta stagione Charlotte le definisce “anime gemelle” l’una dell’altra. Questa è la frase che più di tutte racchiude l’essenza di quella “sorellanza” che ogni donna, almeno una volta nella vita, prova e vive.

«Non conta chi ti ha spezzato il cuore o quanto ci vuole per guarire, non ce la farai mai senza le tue amiche.»(Carrie)

Ecco i motivi fondamentali perchè in cinque anni, Sex and the city è riuscito a riunire davanti al televisionre le più variegate tipologie di pubblico, non solo femminile ma anche maschile. E’ stata la base su cui poi sono venute moltre altre serie e film (Il Diario di Bridget Jones fa parte dello stesso genere e, come S.a.t.C. è tratto anche lui da un libro del tipo chick lit). Chissà se è solo un caso che proprio nel 2004, mentre andava in onda l’ultima stagione di questa serie TV, è iniziato “L word”, ovvero il telefilm che è stato spesso definito il “sex and the city lesbico”, che guarda caso al suo debutto portava come tag-line ideata da Showtime “Same sex, different city” (L word è ambientato a Los Angeles). Per concludere direi che questo è un altro, degli infiniti colpi messi a segno dalla HBO, a cui prima o poi scriverò un omaggio.

Dopo tanto averci girato intorno oggi parliamo di Dawson’s creek. Personalmente è il primo telefilm della mia adolescenza. Come già accennato in precedenza è stata una di quelle serie che ci si fermava dal fare i compiti per vederla (sì io ero una di quelle che si metteva a fare i compiti subito dopo pranzo: prima iniziavo, prima finivo, prima facevo quello che mi pareva), oppure si andava a casa della propria migliore amica la sera per vederla insieme, parlarne il giorno dopo a scuola e così via. A differenza di Beverly Hills per cui eravamo troppo piccoli per capire in pieno di che si parlava, con Dawson’s creek eravamo adolescenti come loro (o meglio come i personaggi visto che gli attori ci mancava poco fossero padri e madri di famiglia) e quindi ci sentivamo molto più coinvolti da ciò che accadeva durante ogni episodio. Ritengo sia stato questo il fattore che ci ha completamente azzerato la capacità di renderci veramente conto di quanto Katie Holmes fosse una cagna a recitare (probabilmente per il suo copione usavano i tasti rapidi per le uniche due espressioni che sapeva fare: corrucciata e arrabbiata), cosa di cui ci siamo accorti più in là con gli anni e per cui ringraziamo Tom Cruise di appartenere a Scientology così da non farla più recitare; non ci rendevamo conto neppure di quanto poco improbabili fossero dialoghi e situazioni, ma era un telefilm americano, parlava di adolescenti e ce lo facevamo bastare, perché in qualche modo (non si sa come) ci faceva battere il cuore.

Ecco i nostri sei protagonisti

Certo da un’analisi superficiale potremmo dire che di originale cìè bene poco: il protagonista del gruppo, Dawson (che in realtà è la trasposizione dell’ideatore della serie) è un ragazzo romantico e con il pallino per i film, vuole fare il regista ed è un giovane pieno di buoni sentimenti, con i genitori migliori che l’America possa offrire; ovviamente il suo migliore amico, Pacey, è la sua nemesi: cuore buono, ma svogliato, stupidotto e con una famiglia di bastardi senza ritegno. Intreccia una relazione scandalo con una sua professoressa cosa che, lo metterà sempre a disagio e imbarazzo. Poi c’è lei, Joey, la ragazza della porta accanto: bella, dolce, intelligente. Quella che non ti spieghi come è possibile sia sempre single. Quella che una volta conosciuta capisci perché è sempre single. A parte la famiglia sfigata (madre morta e padre in galera), riesce a interpretare molto bene il ruolo della verginella puritana che “zampetta le palle” a tutti quelli che invece di passare l’adolescenza da frustrati lavoratori vogliono anche pensare a divertirsi. Come Pacey è complementare a Dawson, così Jen lo è con Joey. Arriva dalla grande città nella piccola Capeside; Jen ha i genitori che non gliene frega nulla della figlia, ma una volta sorpresa a fare un festino tutto sesso, droga e rock and roll la spediscono dalla nonna in mezzo alla campagna per farla redimere. Ci vogliono un paio di stagioni ma Jen poi diventa una persona “morigerata” con qualche problema però a trovare un ragazzo decente e ad abituarsi al candore spiazzante di Joey.

Dalla seconda stagione abbiamo anche Andy e Jack, due fratelli che diventeranno protagonisti a pieno della storia. La prima è il classico genio secchione, con diversi problemi tra cui la pazzia e quel pizzico di isterismo e sociopatia che rendono il personaggio perfetto per fare coppia con il povero Pacey; Jack invece è l’insicuro bravo ragazzo che si prende cura della madre e della sorella pazza che, con due così in famiglia così, a chi vuoi che interessa se sono gay? Ovviamente al padre che compare solo per dirgli “mi fai schifo vattene da qui”, come se il figlio finocchio fosse il più importante dei suoi problemi.

Questi sono i sei protagonisti attorno a cui gireranno tanti personaggi, più o meno importanti e anche se abbiamo già detto che i dialoghi erano spesso improbabili, va dato il merito di aver affrontato delle tematiche definite “scomode” per il genere a cui appartiene questo telefilm. Jack rappresenta una di esse. È uno dei pochi casi in cui uno dei protagonisti è dichiaratamente gay. Timido e insicuro, riesce a non diventare una macchietta di sé stesso, a non essere uno stereotipo ambulante nella storia. Con lui si affrontano i temi come l’omofobia, l’accettazione di sé, l’insicurezza e i pregiudizi sociali, che sono cose che alla fine non ti aspetti di vedere in una serie come Dawson’s creek.

ATTENZIONE SPOILER:

Voglio dire, alla fine della sesta stagione Jack si mette con il fratello di Pacey che dopo tanto attendere fa finalmente coming out e insieme adotteranno il figlio di Jen che morirà di parto: insomma se pensate che l’ultima messa in onda è stata nel 2003, parlava di cose che non erano proprio all’ordine del giorno, soprattutto per un teen drama. Ah in più Doug è un poliziotto e lo sceriffo di Capeside è il padre.

Ma non è solo l’omosessualità a farla da padrone, si parla di depressione, di anoressia, di droghe, di genitori che spacciano, di torbide relazioni tra studenti e professori e della gente povera che in America per andare al collage deve farsi il culo in quattro. Il tutto condito dalle storie d’amore, d’amicizia, di tradimenti e depressioni ormonali: tutto questo rende Dawson’s creek interessante.

Qualcuno potrebbe pensare che sia una copia di Beverly Hills, ma non è così. DsC condivide con i suoi colleghi ricconi solo il genere, perché riesce ad immedesimarsi negli anni in cui vive. Ricordate che proprio a riguardo del remake 90210 dicevamo che uno dei problemi è che cerca di essere esattamente come l’originale scordandosi che sono passati 20 anni? Ecco DsC invece si adatta agli adolescenti di fine XX secolo: dialoghi, problematiche e tematiche possono essere simili (parliamo sempre di adolescenti che vanno al liceo e si innamorano), ma non uguali. Il contesto anzitutto è diverso: Beverly Hills è uno dei quartieri più ricchi del mondo e si trova a Los Angeles, una delle più grandi città americane; mentre Capeside è una città ideale nel Massachusetts dove le persone hanno una casetta con il prato, la barchetta per attraversa il fiume e respirare aria pulita.

Perché poi alla fine della fiera anche il più cinico dei telespettatori, sotto sotto, quello che spera quando vede i telefilm è che le cose vadano per il meglio. Perché non sempre quello che vogliamo è la trasposizione perfetta della vita reale, ci basta la nostra per quello. Se ci appassioniamo a un telefilm, spesso è per sapere che, in un modo o nell’altro, le cose si aggiustano, il lieto fine in qualche modo può esserci. Alla fine della storia Joey non sceglie Dawson, ma Pacey; il padre di Dawson resta morto, nessuno si inventa che in realtà l’incidente stradale era una farsa; Jen rimane incinta di qualcuno che rimane ignoto e muore per dare alla luce la propria bimba. Quindi happy ending sì, ma con più di qualche episodio amaro sullo sfondo.

PS Una menzione speciale va fatta per la colonna sonora di tutto il telefilm. A mio avviso una delle più belle degli ultimi 10 anni.

 

Dopo tanto citarlo, tra qualche giorno Dawson’s creek sarà online!

Oggi parliamo di finocchi. No no, non parliamo di gay, né di omosessuali, perché quando si parla di “Queer as folk”, di politicamente corretto c’è poco. Sia chiaro è pur sempre un telefilm, come annunciava il disclamer prima della messa in onda in Canada

Queer as folk è una rappresentazione delle vite e degli amor di un gruppo di amici gay. Ciò non significa che rifletta tutti gli aspetti della società omosessuale.

ma è un buon prodottotelevisivo che non si fa problemi a parlare di pornografia, AIDS, tumore, omofobia, discriminazioni dipendenti dalle proprie inclinazioni sessuali, l’uso e l’abuso di droghe per semplice divertimento. Ogni tema viene affrontato in maniera semplice e diretta, senza troppi fronzoli o sentimentalismi.

La versione di cui mi occuperò è quella americana. Difatti originariamente nasce in Inghilterra e vengono prodotte solo due stagioni, poi vengono interrotte. Personalmente di questa versione inglese ho visto le prime puntate e gli mancava quel “nonsoche” in più che invece la versione USA ha. In Italia, ovviamente ha avuto diversi problemi a trovare una rete televisiva che la mettesse in onda per intero. Difatti, uscita in America nel 2000, trova spazio solo a partire dal 2006 (gay.tv satellitare, trasmessa in inglese con sottotitoli in italiano) finché nel 2007 la compra canal Jimmy, stessa emittente di L word e Lips service.

La storia gira intorno a un gruppo i cui capisaldi sono quattro amici:

  • Brian, bello e impossibile, duro e irraggiungibile; egoista e narcisista. È l’incarnazione della superficialità e del sesso occasionale. Con l’andare del tempo scopriremo anche la sua parte più “tenera”.

  • Michael, il miglior amico di Brian e di lui eternamente innamorato. Si conoscono da quando erano piccoli ed è il suo esatto contrario: crede nell’amore romantico, nella sua etica e possiede una spiccata dote da “nerd” rimanendo, nonostante l’età, un grandissimo fan di fumetti.

  • Emmett, rappresenta lo stereotipo della “checca isterica”: molto effeminato, senso spiccato per la moda e il vestire eccentrico. Un ragazzo dal cuore immenso. Ama il sesso occasionale ma sogna il principe azzurro.

  • Ted, è il classico ragazzo semplice, anonimo e sfigato, soprattutto nelle relazioni. Tende a innamorarsi dei ragazzi sbagliati e spesso si dà via al primo offerente. Vorrebbe tanto vedersi e sentirsi “fico” come Brian. La sua autostima è talmente bassa che spesso si infila in guai più grandi di lui.

Attorno a questi quattro amici, si aprono un ventaglio di personaggi, tutti di una certa importanza.

Abbiamo Melanie e Lindsay, la coppia di lesbiche che saranno l’occasione per parlare di matrimoni e adozioni nelle coppie omosessuali. Justin, che in realtà diventerà, quasi da subito un personaggio di spicco. È un 17enne che alla sua prima “visita” nei locali gay conosce Brian e si innamora di lui, con tutto ciò che può derivare dall’amore tra un’adolescente e uno “sciupauomini” con seri problemi ad assumersi le proprie responsabilità. Deb, la mamma di Michael, orgogliosa e felice dell’omosessualità di suo figlio. La vediamo spesso scendere in piazza per protestare contro qualche ingiustizia verso la comunità LGTB o per rivendicare qualche diritto. Sarà lei a mediare tra la mamma di Justin e Justin stesso, per fargli capire che voler bene al proprio figlio significa accettarne la sua natura e desiderare la sua felicità.

Grazie a tutti questi personaggi si riusciranno ad affrontare la maggior parte degli argomenti più spinosi che riguarda il mondo LGTB. Oltre a quelli già elencati, troviamo anche la scelta di entrare a far parti di un gruppo “cristiano” che dovrebbe guarire dall’omosessualità; il rapporto con la fede, con i preti gay non dichiarati che predicano l’omofobia. In più ci sono tutte le dinamiche più o meno classiche che si creano, a livello di rapporti interpersonali, in un gruppo abbastanza saldo di amici gay.

Ma cosa rende speciale Queer as folk? Nel 2005 in televisione arriva L word, famoso telefilm che parla del mondo omosessuale femminile, che però ha dei notevoli limiti, tra cui il disegnare il genere maschile come il “portatore di ogni male”. Non so se è per il fatto che la troupe (anche quelle che preparavano il pranzo per gli attori) e la maggior parte del cast fossero tutte donne, ma a mio avviso rendere ogni dinamica a “sfavore” dei ragazzi per esaltare dubbie virtù delle protagoniste mi sembra un pessimo messaggio da trasmettere agli spettatori e anche un controsenso se si vuole girare un telefilm che possa in qualche modo far incontrare realtà diverse, come quella di un gruppo di lesbiche, anche a chi non vi entra mai in contatto. Quando nella prima serie Jenny, una delle protagoniste, tradisce il proprio ragazzo storico con una donna, la trama viene posta quasi che fosse tutta colpa dell’uomo se lei è finita tra le braccia dell’amante, quando la verità è semplicemente che che Jennifer è una falsa doppiogiochista (come si avrà modo di intuire anche più avanti). Insomma volenti o nolenti, nonostante le figure femminili possano essere meschine e negative, la colpa non è mai totalmente delle donne (in futuro approfondirò L word).

In Queer as folk anzitutto due donne sono parte integrante del cast, la loro storia non è impermeata di alcuna misoginia, ma mantiene lo stesso tono narrativo di tutte le altre. Questo è uno dei punti di forza. È un telefilm che vuole paralare di omosessualità senza cadere nel trappolone del “ghetto narrativo”, senza voler parlare per luoghi comuni e senza un uso eccessivo di stereotipi. Assurdità ce ne sono, come sempre accade in qualsiasi telefilm (ad esempio, mi dite quando lavorano su una sitcom come Friends??). In più i personaggi principali sono persone “normali”, non fanno lavori strafichissimi, non sono tutti ultraricchi e non hanno tutti case enormi e arredate in maniera ultrafica (solo Brian, ma perchè sarebbe impensabile che un personaggio come lui non rispecchi queste caratteristiche). Quando ci sono problemi economici sono reali, non si dice “non abbiamo soldi” per un minuto e poi i personaggi continuano a spendere e spandere come nulla fosse.

Le scene di sesso sono molto esplicite e raramente gratuite, sicuramente non volgari. Forse nella prima stagione sono più numerose e molto provocanti, ma non è un fattore che va scemando con il tempo: rimane una costante di tutte e cinque le serie, proprio per sottolineare che il sesso non è qualcosa di cui vergognarsi ma che fa parte della vita di tutti. La bella sorpresa è che durante la messa in onda in America nessun conservatore o finto perbenista ha alzato un polverone o ha gridato allo scandalo di vedere tanti bei ragazzoni scoparsi allegramente su canali che non fossero per adulti. Anzi!! La serie ebbe talmente tanto successo che le puntate furono allungate a 1h 10′ per poter inserire tutte le richieste pubblicitarie. Curiosità: se inizialmente i telespettatori erano per la maggior parte ragazzi gay, andando avanti i sondaggi rilevavano che per lo più il seguito era composto da donne etero.

Ma che significa “Queer as folk”? È un modo di dire inglese, che letteralmente può essere tradotto con un “strano come la gente”. Il gioco di parole nasce dal termine queer, utilizzato per indicare i gay in un significato più politico, ovvero in contrapposizione agli stereotipi che circondano gli omosessuali. Letteralmente il termine queer significa strano, insolito. In pratica il titolo è un modo di scherzare, come a dire: “si siamo ‘strani’, come infondo lo sono un po’ tutti”.

Come si può parlare di Lost senza tirare giù qualche bestemmione? Chi non l’ha mai visto non può capire e forse si limiterà a pensare che io sia semplicemente una sboccata. Ma lasciate che vi spieghi. C’è un motivo e vi assicuro che dopo che tutti i tuoi amici ti hanno fomentato e ti hanno rotto le scatole per un anno con i vari “lo devi vedere”, “è una ficata!”, “è troppo un trip”, lo inizi a vedere e in effetti ti ci incastri subito per poi passare i due anni successivi a fare ipotesi, brain storming e illazioni per arrivare alla stagione conclusiva e al gran finale per scoprire che il tutto è una enorme puttanata, dire che ci può stare qualche bestemmione introduttivo.

Ma procediamo per ordine. La serie è creata dall’ormai strafamoso J.J. Abrams (Alias, Fringe e Super8), Lindelaf e Lieber. Le musiche sono curate addirittura da Giacchino e la location principale è la splendida isola di Oahu nelle Hawaii. La serie vari diversi primati tra cui l’essere una delle più costose della storia della TV e di avere il secondo maggior numer0 di protagonisti (subito dopo Desperate housewife). Per arginare i costi e, probabilmente anche l’eccessiva creatività degli sceneggiatori, il produttore esecutivo, Cuse, aveva fissato dall’inizio la data dell’ultimo episodio, proprio per poter sviluppare meglio la serie (evidentemente qualcosa nel frattempo deve essere andato storto…).

Com’è nello stile di Abrams già nelle prime puntate notiamo numerose citazioni letterarie, filosofiche e cinematografiche. I cognimi dei personaggi sono spesso un tributo a famosi filosofi. Abbiamo: Danielle Rosseau, John Locke, Mr. Eko, Daniel Faraday, Desmond Hume, Charlotte Lewis. Inoltre abbiamo Jack Shapard (che tradotto significa pastore e difatti è lui, in qualche modo, a divenire il leader dei sopravvissuti) e Kate Austin (che ricorda la famosa scrittrice Jane Austen).

Ma cosa ha reso veramente “intrippante” Lost? Fondamentalmente credo io l’idea del “non ci sto capendo nulla, quindi devo continuare a seguirlo così prima o poi dovranno per forza spiegarci qualcosa!” Errore! Nella pratica tutto questo come è stato sviluppato? Diversi sono gli ingredienti.

  1. La struttura delle puntate. Composte spesso da flashback (annunciati sempre da un suono simile a un rombo di un motore, come a dire “Ehi ora si sta ricordando”: grazie delle rare concessioni), e a partire dalla IV stagione di flashforward ovvero avvenimenti che accadranno sull’isola e fuori di essa. In più, come se non bastasse, dalla V serie vengono aggiunti anche i flashsideways, ovvero scene che mostrano due realtà parallele che arriveranno a fondersi fino al punto in cui, per la nostra ormai flebile salvaguardia mentale, non ci saranno più flash.

  2. Missing pieces. Sono dei cortometraggi mandati in onda tra la III e la IV stagione e sono serviti per riempire qualcuno dei numerosi buchi rimasti ancora senza risposta dopo 3 anni. Ma non vi illudete è una mossa di marketing non una grazia concessa agli spettatori: molte cose rimarranno un mistero anche a serie conclusa.

  3. Le connessioni. Di tanto in tanto, durante i flashback gli sceneggiatori si divertono a far incrociare i diversi protagonisti nelle loro vite precedenti l’arrivo sull’isola. Lo spettatore, almeno le prime volte, inizia a intripparsi il cervello (se non addirittura ad arrivare alla paranoia) per cercare di capire a cosa porterà quell’incontro casuale che, nella vita del personaggio verrà subito dimenticato o comunque ha poco conto. In realtà tutti questi schemi non hanno alcun fine se non quello ufficiale di aggiungere elementi a quella che diventerà una vera e propria “mitologia di Lost” e quello ufficioso di devastare le nostre capacità logiche.

  4. I numeri. O meglio la sequenza di numeri:

    4   8   15   16   23   42

    la cui somma è 108, erano stati introdotti solo come barbatrucco per far incrociare Hurley e la Rosseau prima dell’incidente aereo. Visto che, come avrete facilmente intuito i seguaci di Losto sono dei pazzi masochisti, si sono subito esaltati con questa storia dei numeri che ricorrono nelle vite di tutti i protagonisti, che hanno convinto gli sceneggiatori a tenerli come elemento fisso e portatore di sventura per tutto il telefilm. Si arriva perfino a scoprire che fanno parte di un’equazione che sarebbe in grado di far estinguere il genere umano. Tale testi costringe il povero Desmond a inserire la sequenza in un misterioso computer ogni 108 minuti (ovviamente!).

  5. Il progetto Dharma. Un progetto nato negli anni ’70 e abbandonato nel ’92 per studiare le proprietà dell’isola. Nessuno si degna di dirci da dove o come nasca il progetto, come sia stata scoperta l’isola da parte di quelli che ne facevano parte o come abbiano fatto ad arrivarci e costruire praticamente una città- laboratorio visto che il posto è praticamente impossibile da raggiungere tramite nave. Sappiamo solo che ci sono queste persone che prendono e vanno a vivere lì per fare delle cose che spesso sono oscure anche a loro, raggiungendo l’isola con un sottomarino. Vorreste sapere altro? A che vi serve?

La trama. La storia inizia con il disastro aereo del volo 815 dell’Oceanic airlines in volo tra Sidney e Los Angeles. 48 passeggeri sopravvivono precipitando su un’isola del Pacifico che, in un primo momento, appare disabitata ma che in realtà con il passare del tempo si scoprirà avere più vita di Times Square il sabato sera. Da subito ci rendiamo conto che l’Isola ha delle caratteristiche molto particolari. Anzitutto cura dalle malattie: non lo capiamo immediatamente, ma un John Lock salito sull’aereo in sedia a rotelle, lo troviamo che cammina e corre forte come una gazzella per tutta l’isola. Notevoli sono anche le sue immense e strane proprietà elettromagnetiche e la capacità di riuscire a far viaggiare i suoi abitanti nello spazio-tempo.

Vi metto questo video che vi spiega sei anni in due minuti e 50 (youtube è pieno di parodie, prese in giro e chi più ne ha più ne metta). Ovviamente contiene spoiler, quindi se non volete sapere come finisce non lo guardate.

Uno die primi personaggi enigmatici che incontriamo è il mostro di fumo nero. In realtà egli non è un vero e proprio mostro, ma è la nemesi di Jacob. E chi cazzo è Jacob? Piacerebbe saperlo anche a noi. Proviamo a raccogliere tutti gli elementi: non è umano visto che è nato nell’Antico Egitto e conserva ancora l’aspetto di un 35 enne. Possiamo definirlo il custode dell’isola e il fumo nero il suo custode “cattivo”. I due rimangono in conflitto per secoli incapaci di prevalere l’uno sull’altro. Ma cosa rende questo fumo così temibile, oltre al fatto che sembra muoversi come se avesse una mente pensante? Egli legge la mente, conosce e manipola i ricordi, prende simpaticamente le sembianze delle persone morte i cui cadaveri si trovino ancora sull’isola. Ciò che brama più di ogni altra cosa è di poter lasciare l’isola e in virtù di questo è pronto a uccidere e farsi passare per Locke al fine di “spostare” l’isola (se volete sapere che significa subitevi anche voi sei stagioni: mica posso spoilerare tutto quanto!) e potersene finalmente andare in giro per il mondo a fare danni.

Arrivati fin qui penserete che tuttosommato la trama non è così complessa (lo pensate veramente? Se sì fatemelo sapere!) come sostengo. Se fossimo faccia a faccia mi farei una bella risata alla faccia della vostra ingenuità. Come già accennato prima, Lost è una delle serie con il maggior numero di protagonisti. Pensate che questo caos sia stata fatta perché la produzione aveva soldi da buttare? Niente affatto. Ogni vita si intrecci, si incrocia, prima, dopo e durante il “soggiorno” sull’isola. Ogni decisione del singolo influenza la vita di tutti, al punto che anche se vi sparate le sei stagioni una dietro l’altra, è praticamente impossibile riuscire a ricordare tutti gli incroci.

A questo punto la domanda sorge spontanea: chi ce lo fa fare? Ovviamente nessuno, come sempre accade ai seguaci di una serie però, questa diventa una dipendenza ossessivo- compulsiva che ci spinge ad andare avanti, oltre il masochismo. Sia chiaro le prime stagioni sono veramente belle, con una tram originale (oddio forse sarebbe più il caso di parlare di una “idea” originale), e mentre uno le guarda non immaginerebbe mai che possa finire a “schifio”. Appare quindi evidente che Abrams ha qualche problema con le conclusioni visto che da belle trovate riesce a smerdare sempre il finale.

*ATTENZIONE SPOILER SUL FINALE*

Allora riesci a pensare a tutta quella serie di intrecci, di misteri; riesci in qualche modo a farci dimenticare che metà delle questioni sollevate nelle prime tre stagioni non hanno trovato risposta e poi te ne esci dicendoci che l’isola è, in realtà, un PURGATORIO???? Che in realtà sono tutti lì in attesa che tutta l’allegra comitiva del volo 815 muoia, così possono entrare in paradiso tutti insieme??? Ma che ti sei fumato??? Ma soprattutto in quest’ottica perché allora il motto della serie recitava “Si vive insieme, si muore da soli”? Che avessero in mente la vita eterna??? Non so voi ma ame quest’idea ha fatto veramente cagare. Sei anni di attese, di intrippamenti per scoprire che tutti quei casini sono per far ricordare le proprie vite e per aspettare coloro che più hanno amato per guadagnare tutti insieme la felicità eterna? Tutti quei morti ammazzati perché così Jacob e fumo nero potessero avere dei candidati ideali tra cui scegliere per potergli consegnare le chiavi di custode e vice custode dell’isola??? Allora avrei preferito una cosa del genere:

Io comunque non me la bevo. Devo convincermi che le prime stagioni non erano state scritte per finire in questo modo. L’uscita di scena di Ana Lucìa, un precoce invecchiamento delle cellule celebrali di sceneggiatori e produttori deve aver sconvolto il piano originale; anche se a questo punto la domanda che sorge spontanea è: ma c’è mai stata un’idea originaria su come sviluppare e terminare Lost? Oppure hanno pensato: “iniziamo a girare poi vediamo che succede”? O forse si sono resi conto troppo tardi di aver messo “troppa carne al fuoco” e hanno cercato una soluzione che potesse andare bene…? Ecco se così fosse, qualcuno doveva spiegargli che il finale dovrebbe anche essere credibile o quanto meno, reggere le aspettative pompate per sei anni.

*FINE DELLO SPOILER*

Ora, giunti alla conclusione di questo excursus su Lost, forse capirete un po’ di più perché quando si inizia a parlarne partono una serie interminabile di imprecazioni (e chi l’ha visto sono sicura che in questo momento sta annuendo con la testa). È incomprensibile come si possa gettare nel cesso un’idea buona e originale come questa, perché tra le mille idee che si hanno avute fino a quel momento, i milioni di indizi e possibilità disseminati lungo tutta la storia non si ha una minima idea di come orientare il finale. È irrispettoso verso chi ti ha dato un sacco di soldi per finanziare un progetto che si è rivelato una cazzata; verso chi ha passato serate a sperare che ogni puntata desse qualche spiegazione o magari una soluzione; verso chi ha creato gruppi di ascolto dedicati per cercare di capirci qualcosa e che al termine della VI stagione si sono trasformati in gruppi di solidarietà per chi non voleva credere che la soluzione “dell’enigma” fosse quella data.

Nonostante questa decostruzione è comunque un telefilm che consiglierei con la premessa di non farsi grandi aspettative e di rimanere ben saldi con i piedi a terra, anche quando la fine di una puntata vi lascia con enormi aspettative. NON CASCATECI! È TUTTO UN BLUFF! E non date ascolto a chi vi dice il contrario, vogliono solo vendicarsi perché molto probabilmente è quello che è successo a loro: hanno iniziato a vedere la serie con promesse di “Nirvana televisivo” e poi se la sono presa in “quel posto”.

E visto che arrivata qui mi sento sfogata dalla frustrazione di tre anni di Lost, vi lascio questo video che è geniale e che secondo me è una rappresentazione non troppo distante dalle reali riunioni degli sceneggiatori di Lost. Namastè!

Piccolo break mentre cerco l’ispirazione per parlare di un altro telefilm, inauguro la prevista categoria degli “speciali” in cui capiterà di parlare e “riflettere” (si fa per dire) su alcuni aspetti delle serie televisive. Girando per la rete a caccia di un’idea, ho scoperto diversi siti interamente dedicati ai telefilm… a TUTTI i telefilm!

Sarò sincera: mi sono spaventata e non poco notando la mole pressoché infinita di serie TV che viene prodotta in America. È praticamente impossibile seguirle tutte. Si possono passare circa 2-3 ore al giorno, TUTTI i giorni vedendo una puntata diversa, di telefilm diversi. Non c’è un argomento, fatto o situazione che non sia stato trattato (ormai manca solo una sit-com sui tassisti e siamo a posto!). Non contiamo poi le mini serie prodotte da Sky, Fox e mettiamoci pure la RAI (che una su un milione la tira fuori buona di tanto in tanto), perché sennò il numero lieviterebbe vorticosamente.

Ovviamente alcune hanno più successo di altre e questo spesso incide sulla loro dura in termini di numero di stagione (ma non sempre, guardate ad esempio Romanzo Criminale: 2 stagioni, massimo successo). Diciamo la verità: sono poche quelle che verranno tramandate con entusiasmo ai posteri e il motivo può sembra scontato, ma non sempre lo è, se non altro per gli appassionati che le seguono.

In proporzione a 30 anni fa, forse il numero di telefilm non è così diverso, soprattutto se pensiamo che negli anni ’80 c’erano, almeno in Italia, 4-6 canali e le trasmissioni 24h sono iniziate relativamente tardi, di conseguenza la programmazione da riempire era ben poca, in particolare se paragonata agli oltre 900 canali offerti da Sky. Sì è vero che anche negli anni ’90 se un format o un tipo di trama avevano successo veniva reimpastati e riproposti con titoli e attori diversi, ma fatti grosso modo della stessa materia (es. Beverly Hills 90210 e Melrose place), ma comunque non eccedevano mai troppo, ben consapevoli del fatto che abusare, nello stesso periodo di una storia avrebbe svalutato il prodotto (“Il miele più dolce nausea per la sua stessa dolcezza” diceva Shakespeare).

A quanto pare il XXI secolo ha voluto smentire questa nostra credenza. Prendiamo un esempio su tutti: i vampiri. Girando per il web sono riuscita a trovare ben 20 serie televisive americane prodotte dal 2000, circa, al 2010. Si parla di una media di due l’anno. Alcune interrotte alla prima stagione, altre arrivate anche a 5-6, altre ancora anche a 7 (vedi Buffy). Per tutto questo ringraziamo la signora Meyer che nel 2005 ha pensato bene di farsi pubblicare Twilight (la maggior parte dei 20 telefilm sopracitati ha produzioni che partono, per l’appunto dal 2005) che può vantare, in modo del tutto ingiustificato, il titolo di “fenomeno Twilight”. La figura del vampiro gotico, assetato di sangue, cacciatore spietato con una psicologia più o meno sottile si è andata completamente a farsi fottere, per favorire la nascita di un’immagine molto più adolescente-emo-depresso a cui mancano solo i brufoli che non si possono avere perché i vampiri, in via teoria, sono morti che camminano. Non paghi di aver invaso le librerie con della letteratura scadente e i cinema con film glitteranti, i produttori americani (a cui non va insegnato come fare i soldi), hanno iniziato a produrre telefilm come fossero pagnotte di pane. Andiamo a stilare una lista per avere le idee più chiare:

  • Angel (1999-2004)

  • Being human (2009- on air)

  • Blade (la serie non i film) (2006, una sola stagione)

  • Blood ties (2007-2008, canadese)

  • Buffy (1997-2003)

  • Demons (2009, mini serie TV)

  • Fear itself (2008-2009, una stagione)

  • I kissed a vampire (2009- on air)

  • Kindred: the embraced (1996, una stagione)

  • Moonlight (2007-2008, una stagione)

  • Sanctuary (2011- on air)

  • Split (2009, una stagione, Israeliana)

  • Supernatural (2005- on air)

  • The dresden files (2007, una stagione)

  • The gates (2010, una stagione)

  • True blood (2008- on air)

  • Valemont (2009- on air)

  • Vampire diarie (2009- on air)

  • Vampire high (2001- 2002, una stagione, canadese)

Bene dopo questa piccola lista, possiamo renderci conto meglio di come le cose siano andate in questi anni. Hanno iniziato con Kindred (flop mai arrivato in Italia), poi ci hanno riprovato con Buffy (ottimo successo), a seguire troviamo lo spin off di Angel (successo discreto). Quindi prima del 2000 non era un genere troppo abusato. Un altro tentativo ancora sull’onda di Buffy lo troviamo nel 2001 con Vampire high e poi il 2005 arriva la valanga di merda a investire tutto il nostro mondo, universalmente conosciuto con il nome di Twilight. Per fortuna il pubblico ogni tanto si rende conto di cosa sta passando in televisione e preferisce spegnere tutto e magari mettersi a leggere un libro serio e la maggior parte delle serie sono state sospese alla prima stagione per via del basso seguito che hanno suscitato.

Anche se più in là mi occuperò in maniera più esaustiva, vorrei solo accennare che di tutta la produzione degli ultimi anni, l’unico prodotto che mi pare veramente originale è True blood. Non ci propongono né l’immagine classica del vampiro, né un’adolescente emo la cui storia sembra scritta più per un’apologia dei valori mormonici che per intrattenere la gente dotata di cervello funzionante. Sono una bella presa in giro dei glitterini adolescenziali, mischiati con alcune idee veramente perverse del vampiro e delle relazioni che intrecciano con l’aggiunta di alcuni elementi della tradizione mitologico- letteraria (come licantropi, fate, mutaforma, magia e sciamanesimo). Inoltre l’idea dei vampiri che fanno “outing” e decidono di vivere allo scoperto è una trovata semplicemente geniale. Ma come ho già detto, approfondiremo l’argomento in un altro momento.

Per tornare a noi. Che senso ha tutta questo super produzione di serie televisive? Il motto qual’è? “Produciamo a rotta di collo, tanto tra tanta monnezza prima o poi quella con cui svoltiamo la troviamo?” Sì, può essere un modo di ragionare e pensare agli affari. Del resto il cinema americano non ragiona poi in maniera tanto diversa, perché non dovrebbe funzionare allo stesso modo per la TV, dove il rischio è anche minore e la diffusione maggiore? Ma quello che in realtà mi chiedo con molta più forza è: come fanno alcune persone a riuscire a seguire quasi tutti i telefilm in programmazione? Avete trovato il giratempo di Hermione e riuscite a dilatare le giornate? Avrete un lavoro o una scuola, dovrete nutrirvi e dormire, no? So che per molti patiti a questi livelli preoccupanti la vita sociale non è un problema se non c’è e mi rendo conto anche che nell’epoca di Internet gli orari e i palinsesti che si potrebbero sovrapporre non sono più un problema a cui pensare (io ad esempio vedo tutto tramite Internet, odiando le interruzioni pubblicitarie e non possedendo Sky né Premium), però ci vuole veramente tenacia e costanza. Se pensavo che le mie amichette (tra cui Lucia) fossero delle invasate che seguivano tante di quelle serie da non riuscire a capire come riuscissero a conciliare lavoro, vita sociale, studio, alimentazione e una decente alternanza di veglia/sonno, girando per certi forum mi sono resa conto che vicino a me ho delle persone normalissime, con una discreta passione per le serie televisive.

Ma tu ci hai aperto anche un blog!” penserete voi. Sì avete ragione, ma non mi sono mai considerata una malata. O meglio, non sono mai arrivata a farmi la pay tv per seguirle, non le guardo in maniera maniacale e la verità è che di solito inizio quello che mi viene consigliato da persone fidate e, come avrete intuito, sono parecchie le persone attorno a me con la mia stessa passione. Non me le vado a scovare, sono loro che arrivano a me nei modi più strambi! In più non ci scordiamo che io faccio rientrare nella categoria anche i cartoni animati e le mie vecchie e care serie tv del passato. Quelle che restavano uniche e che sapevi che dopo qualche anno non sarebbe arrivata nessuna brutta copia al loro posto, ma che anzi eri contento di ritrovare magari in una programmazione di metà mattinata per dire “Cavolo! una volta questa la faceva in prima serata!”

Da dove iniziare quando vogliamo parlare di Buffy? E’ molto difficile, soprattutto dal mio punto di vista, perché adoro questo telefilm. E’ l’unico per cui mi sia iscritta a un forum di fans, ovvero i Buffymaniac. Se inizialmente lo guardavo in maniera distratta e superficiale, facendo attenzione solo a quanto melensa e caria-denti fosse la storia d’amore tra Buffy e Angel, a quanto mal tradotti fossero i dialoghi e le battute (vero punto di forza della serie) e a quanto sapesse correre male Sarah M. Gellar, con il tempo e con le varie discussioni degli utenti del forum, mi sono resa conto di quanto, in realtà questo telefilm dicesse molto di più di quello che si possa credere. Ma andiamo per ordine.

Il creatore della serie (Joss Whedon), nel 1992 prova a proporre l’idea di Buffy in un lungo metraggio che però si dimostra essere un flop. L’idea di fondo era sempre la stessa: una ragazza qualunque dotata di una particolare forza, che la porta ad andare in giro a fare il culo alle forze del male.

Dopo diversi tentativi nel 1997, in America, e nel 2000 in Italia, vanno in onda le prime puntate. L’incipit di ogni episodio era

«Into every generation she is born. One girl in all the world, a chosen one. She alone will stand against the vampires, the demons, and the forces of darkness. She is the Slayer.  »

Tradotto così:

« Per ogni generazione c’è una prescelta che si erge contro i vampiri, i demoni, e le forze delle tenebre. Lei è la cacciatrice»

Ora già da questo avrete capito perché il riadattamento in italiano, ha sempre suscitato l’indignazione dei fan (se volete un’idea completa a questo indirizzo trovate tutti gli errori).

La prescelta di turno è Buffy, una 16enne di Los Angeles costretta a trasferirsi a Sunnydale, perché cacciata dalla scuola per aver appiccato un incendio nella palestra mentre dava la caccia a dei vampiri. Ovviamente sotto questa cittadina ridente risiede la “Bocca dell’inferno”, un portale interdimensionale che racchiude tutto il male infernale (e come te sbagli? Potevano scegliere altro posto?). Qui incontra il suo osservatore, il sig. Giles, un inglese con seri problemi a capire il linguaggio dei giovani, il mondo dei computer, ma che appena si toglie gli occhiali diventa un duro, un fico e si scorda di essere inglese. Inoltre fa conoscenza con Xander e Willow, due sfigati del liceo a cui si è iscritta che però saranno i primi a scoprire la sua vera identità di cacciatrice e pronti a rischiare la vita per darle una mano nella sua missione. Questa è una delle prime cose che differenzierà Buffy dalle precedenti cacciatrice: lei non è sola. In più avremo il dettaglio, non trascurabile, che si innamora di Angel, un vampiro a cui, per punizione è stata ridata l’anima, in modo tale da potergli ricordare ogni secondo quanto sia stato cattivo nella sua precedente vita di sadico sterminatore (Angelus). Una delle peculiarità di Angel, infatti, è che tutti i primi piani che gli vengono fatti è sempre perennemente imbronciato e malinconico, sia mai che un mezzo sorriso potesse smaterializzargli l’anima. Nonostante ciò i due intraprendono la loro relazione, tra gli alti e i bassi che indubbiamente essa comporta.


Ogni stagione, ci sarà un cattivone di turno da combattere in un percorso ad ostacoli che vedrà i protagonisti allacciare e troncare relazioni con demoni della vendetta in pensione, ragazzi appartenenti a gruppi segreti paramilitari, streghe, chitarristi, narcisistiche reginette della scuola, vampiri e via così.

Prima di passare a un’analisi più attenta ho due domande che mi hanno sempre martellato la testa e che ora vorrei porre a voi:

  1. Perché Buffy, la cacciatrice, che uccide vampiri quattro volte più grossi di lei, combatte agilmente sui tacchi e con delle gonne a giroutero, senza mai far intravedere una traccia delle mutande, non ha mai imparato a correre decentemente?? Posso capire che la prima stagione il budget non era altissimo, ma poi con il successo della serie perché non investire due soldi sulle capacità fisiche della nostra protagonista? E poi, anche se è evidente che possiede una controfigura per le scene in cui si pestano per bene, quando viene inquadrata, la Gellar, ha sempre una “guardia” da difesa che fa pena, nessuno poteva spiegarle come “si sta in guardia”? Voglio dire la Portman, in un anno e mezzo, per Black Swan, ha imparato a ballare il “lago dei cigni”, possibile che ala nostra Sarah in sei non sia riuscita a imparare nulla? Si ok, la Portman ha vinto l’oscar…ma voi che ne pensate?

  2. Su quanta popolazione può contare Sunnydale? In sette stagioni si sfiora l’apocalisse praticamente 4 volte, ogni sera muore qualcuno ucciso dai vampiri e l’unico locale decente del paese (Il Bronze) è lo scenario di almeno una trentina di scontri sanguinolenti, rapimenti etc etc. Senza contare la faccenda della Bocca dell’Inferno che attira il male come la luce per le zanzare. Chi ve lo fa fare di andarci a vivere? Di rimanerci? Perché nessuno scappa mai con le mutande in testa, spaventato urlando: “lascio questa città di matti?”

Attendendo una risposta a questi quesiti, torniamo all’ambientazione del telefilm. Come quasi ogni film horror che si rispetta, Buffy è ambientato in una scuola superiore. Il biglietto da visita che ci consegna con la prima stagione è quello di un “teen- horror”, ma in realtà, puntata dopo puntata, si dimostra una serie che riesce ad affrontare temi complessi come i rapporti interpersonali, la solitudine umana, il potere, l’amore, l’odio e la depressione senza “stonare” troppo da ciò che è il “linguaggio” della storia. I personaggi principali non sono bidimensionali. L’eroe non è un’impavida che sa sempre cosa fare, ma semplicemente una ragazza adolescente a cui è stata data una enorme responsabilità che lei non voleva, né aveva chiesto. Buffy, difatti, non ha sempre chiaro quello che è giusto fare: per questo non uccide subito Angel appena scopre che è un vampiro, per questo si lascia trascinare da Faith, la cacciatrice “cattiva” e anarchica che per un po’ di tempo porterà Buffy su una strada a cui lei non aveva mai pensato. Faith pensa di essere al di sopra delle regole perché definisce se stessa come una custode dell’ordine, in virtù del fatto che la sua missione è difendere l’umanità dalle forze oscure. Ritiene che sia giusto non seguire le regole perchè la missione che le è stata affidata, che non è stata né cercata né voluta,  richiede un sacrificio personale enorme.  La differenza è che Buffy dopo un po’ si rende conto che le responsabilità non le ha solo con il discorso di essere una cacciatrice, ma che esserlo significa anche avere la capacità di difendere chi ama, come sua madre, i suoi amici e il sig. Giles. Questa cacciatrice ha paura, si sente sola, e a volte vorrebbe avere una vita normale, come tutte le sue coetanee (“Sono anche l’unica cacciatrice che sia mai dovuta andare al liceo” dirà nella prima stagione Buffy).  E’ piena di dubbi e anche quando prova a convincere qualcuno che è meglio fare del bene piuttosto che il male, è lei stessa la prima a mettersi in discussione.

Di certo non la si può troppo biasimare anche per i partner con cui instaura delle relazioni.

  1. Angel il suo primo e indimenticabile amore. Passano due stagione a struggersi d’amore, baci rubati, sguardi furtivi e quando finalmente finiscono a letto insieme, lui prova quell’attimo supremo di felicità per cui l’anima gli scompare di nuovo (ma che maledizione è??? Cioè appena lui riesce ad essere felice veramente lo fai tornare un pazzo omicida come prima? Cos’è un premio per lui e una maledizione per noi?). Torna cattivo e si diverte a torturare l’innamoratissima Buffy, finché lei non riesce a spedirlo all’inferno, da cui torna per amore di lei. Ma poi capisce che stare insieme alla cacciatrice non può essere una cosa sana e se ne va a Los Angeles a giare lo spin-off da cui il suo nome trae il titolo.

  2. Riley Finn, l’unico essere umano e l’essere più inutile sulla faccia della terra. Ovviamente appartiene a un’organizzazione para- militare addestrata a far fuori i cattivoni con i canini affilati. Ovviamente è un cretino. Ovviamente si innamora di Buffy e, ovviamente, soffre del complesso di inferiorità dovuto al fatto che la sua ragazza è più forte di lui e non ha bisogno di urlare e rifugiarsi tra le sue braccia per sentirsi protetta. Buffy, probabilmente ancora scottata da due anni passati a vivere di notte con Angel e senza potersi “concedere” a lui, si sforza proprio tanto e se ne innamora. A fine stagione lui si stufa di competere a chi è il più forte e decide di andarsene.

  3. Spike, che arriva nella seconda stagione e si presenta come il vampiro che ha ucciso due cacciatrici negli ultimi 100 anni. Con la nostra protagonista non è che non c’abbia provato eh, ma sembra più di vedere Will il coyote contro BeepBeep: ogni volta che è quasi riuscito a farla fuori, accade qualcosa o arriva qualcuno di insperato che fa saltare il piano. Senza contare che dalla quarta stagione l’organizzazione di Riley gli impianta un chip che non gli permette di fare del male agli esseri umani e questo, in qualche modo, lo “addomestica”, tanto che arriva a trasformare la sua ossessione omicida per la cacciatrice, in ossessione “amorosa”. Inizialmente è solo un’attrazione fisica, sessuale, molto carnale e animale. Ma poi il nostro Spike si innamora sul serio, tanto da andare a superare delle prove terribili per farsi ridare l’anima, convinto che questo possa conquistare il cuore di Buffy (la quale lo aveva allontanato dicendogli che non l’avrebbe mai potuto amare proprio perché senza anima). Questa forse è la storia più sana che la protagonista instaura. Nasce da un bisogno di dare sfogo al proprio “lato oscuro”, cosa che come abbiamo detto prima, non è assente nel personaggio di Buffy. Spike rappresenta tutto quello contro cui combatte, tutto ciò che di negativo c’è per lei, eppure è da lui che va per confidarsi quando i suoi amici la strappano dal Paradiso per riportarla sulla terra, è da lui che va per trovare conforto. E lui, dal canto suo, fa una scelta, decide di tornare la cosa più vicina a un essere umano per poterla amare veramente. Mentre Angel è così già da un’ottantina di anni, Spike decide di riacquistare l’anima solo per Buffy. Ecco perché secondo me è la relazione “migliore” che riesce a creare durante tutte le stagioni.

Numerose sono le citazioni durante tutto Buffy, che mischiano al proprio interno non solo vampiri, magia e cazzotti ma diversi elementi appartenenti alla mitologia, al folklore, all’horror e diversi altri film. Spesso si è descritta la sit-com un “gotico post-moderno”. Non so quanto questo possa avvicinarsi al vero. Credo più in un figlio molto interessante della “pop culture” che cerca di affrontare tematiche vicine ai giovani parlando con il loro linguaggio. Infatti i dialoghi sono sempre stati una delle parti più apprezzate dalla grande critica e dai fan (almeno quelli in lingua originale).

Va inoltre sottolineata la tematica femminista che emerge con forza sempre maggiore: gli uomini sono spesso gli antagonisti, e dove al loro posto invece c’è una donna (stagioni 3, la dott.ssa Walsh, e 5, il dio ultraterreno Glory) gli uomini sono solo un mezzo, dei servi, personaggi senza un vero carattere o doti particolarmente spiccate. Prendiamo ad esempio Willow e Xander: mentre la prima nella quarta stagione scoprirà di essere una strega dotata di molto potere (tanto che alla fine della sesta stagione è quasi sul punto causare la fine del mondo) e tale consapevolezza nasce nel momento in cui si innamora di un’altra donna. Quando il suo primo amore, Oz ricompare lei non lascia Tara per tornare da lui, ma scegli con il cuore, senza seguire qualche convenzione già vista in precedenti film o telefilm. Di contro Xander, non subisce molte evoluzioni. Finito il liceo lo vediamo sempre più come un perdigiorno, insicuro che non sa come indirizzare la sua vita. Fa la pessima scelta di mettersi con un ex demone della vendetta (Anya) e poi di lasciarla sull’altare (non è molto furbo da parte sua!). La caratteristica principale è una lealtà incondizionata verso Buffy e Willow, che riesce a tirare fuori in lui un coraggio a volte spregiudicato, ma sincero. Egli sembra incarnare il complesso di inferiorità di “maschio” che vede tradito il suo ruolo di “dominante” in un gruppo che già ha un capo carismatico e forte che può proteggere il branco meglio di lui, ovvero Buffy.

Come concludere questa analisi? Penso che ci siano veramente poche persone nate negli anni ’80 a cui non sia mai capitato di vedere una puntata. Se non vi ha mai appassionato, provate a rivedere qualcosa adesso. Ora che l’immagine del vampiro è stata parecchio ridicolizzata con i vari Twilight e completamente rivisitata da telefilm come True Blood. Buffy parla di vampiri e di ragazzi, senza snaturare l’idea del mostro succhiasangue cacciatore, malvagio e spietato e contrapponendo una figura femminile che sa che il suo compito è quello di combatterli, ma senza avere superpoteri (se non una particolare forza che la rende più resistente ai colpi e la fa guarire più velocemente) e senza perdere la sua natura di umana e di ragazza adolescente che tutto ciò che vorrebbe è una vita normale.