La morte che parla della vita

Pubblicato: 02/01/2012 in Anni 2000
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Finalmente ho finito di vedere Six feet under e mi do’ della stupida per aver atteso tanto per iniziarla e per averci messo tanto a finirla. È semplicemente una delle cose più struggenti ed esteticamente perfette che io abbia mai visto. Lucia aveva ragione. Sicuramente il post che lei ha dedicato a questa serie spiega meglio di che si tratta, ci proverò anche io perché mi ha toccata veramente nel profondo.

Six feet under: la profondità in cui si interrano le bare negli USA

La storia verte su un’azienda a conduzione familiare di pompe funebri. In questa famiglia ci sono tre figli: Nate, David e Claire. Nate è andato via di casa molti anni prima, il giorno di Natale quando sta tornando per le feste incontra sull’aereo Brenda con cui ha un rapporto sessuale nel bagno dell’aeroporto. Mentre il padre lo sta andando a prendere ha un’incidente e muore. Non vedendolo arrivare Brenda si offre di accompagnarlo a casa, questo gesto trasformerà una scappatella fugace in un rapporto che durerà per tutti i seccessivi 5 anni. Giunti a casa apprendono che il padre è deceduto. Tale morte  segnerà l’inizio di una nuova vita per tutta la famiglia Fisher. Nate, suo malgrado, si troverà costretto a rimanere, rendendosi conto che il fratello David non ce la fa a reggere da solo l’impresa funebre. Scopriamo così che David è gay non dichiarato, a casa mostra il volto del figlio devoto che adora il lavoro che fa; questa situazione lo rende isterico e fin troppo controllato. Per questo una volta divenuto socio assieme al fratello, David inizierà un processo che lo porterà a fare coming out e a vivere apertamente la sua relazione con Keith. Poi c’è Claire la figlia adolescente e artista che detesta vivere in una famiglia così “ipocrita” e controllata e che capirà poco tempo più tardi quanto gli manchi il padre e quanto poco lo conosceva in realtà. Con i membri della sua famiglia vive un rapporto di amore e odio, ed è sempre sul punto di precipitare in un abisso di depressione, perché non riesce a vedere il lato bello della sua vita, ma solo quello estremamente più amaro. Infine c’è Ruth la madre di famiglia, colei che più di tutti, nelle cinque stagioni, prende coscienza di sé ed effettua una meravigliosa metamorfosi da donna devota e madre di famiglia fedele a una signora emancipata e con le idee chiare su come vuole passare gli anni finali della propria vita. Tale processo la porterà tra le braccia di uomini completamente diversi tra loro e tramite essi capirà cosa vuole davvero: essere indipendente e imparare a stare da sola. Questo la porterà a riavvicinarsi alla sorella Sara, che ha trascorso una vita stile “figli dei fiori” e che se nelle prime stagioni la vediamo spesso criticata per le sue scelte, alla fine sarà proprio a casa sua che Ruth andrà a vivere per godersi finalmente la  vita fatta di scelte prese pensando prima a sé stessa

I personaggi principali

Sebbene si presenti come una serie drammatica che affronta i classici temi della famiglia, dei tradimenti e della religione, Six feet under parla in realtà  della morte. Meglio ancora parlando della morte ci racconta la vita. Questa la scelta di sfumare sempre al bianco e mai al nero e di iniziare ogni episodio con la morte di una persona, di qualsiasi tipo: dal suicidio alla malattia, alla scomparsa del tutto accidentale e casuale, compresa la morte improvvisa di un neonato. Ognuna di esse dà l’impronta a quella puntata, uno spunto di riflessione. La colonna sonora è discreta, tante sono le scene lasciate al silenzio, proprio perché in certi casi non c’è bisogno di un accompagnamento musicale per sottolineare qualcosa che è già chiarissimo di per sé. Essa fa da cornice in alcuni momenti in cui sa di non stonare.
La forza di questa storia sta nel modo in cui il “Tristo mietitore” viene rappresentato senza finti moralismi, senza troppi giri di parole, ma solo per quello che è: parte integrante della nostra vita. Sono i vari personaggi che rifletteranno intorno ad essa, che si relazioneranno con le sue varie sfaccettature. Un’operazione del genere la si può portare avanti solo e soltanto se ci si mette nell’ottica di chi con la morte ci lavora tutti i giorni, chi vede le salme in maniera asettica e distaccata, chi, come i Fisher è cresciuto giocando nello scantinato vicino a dove papà imbalsamava i corpi.

«Il funerale non è per i morti, ma per i vivi.» (David Fisher)

In realtà la vita non è dolorosa perché accadono cose brutte, perché la gente a cui teniamo muore: la vita è ciò che noi scegliamo, accadono sia cose belle che cose brutte e la morte non è ingiusta, la morte è “una livella che alla fine livella tutti uguali” (come diceva Totò). Essa è quindi la cosa più giusta ed equa che ci sia in questo mondo.
I dialoghi che i protagonisti hanno con i cadaveri rappresentano i loro dialoghi interiori, le riflessioni, servono per esternare ed esternarci le loro paure il tutto utilizzano uno stile paradossale e onirico che ricorda molto David Lynch.
Lo stile e i tempi della narrazione sono volutamente lenti, forse per far capire allo spettatore che ciò che sta per vedere non è nulla a cui è solitamente abituato. Lo scopo della serie non è fare ascolti, non è dare subito una conclusione o un senso a ciò che sta succedendo perché così chi guarda non si annoi, no Alan Ball si prende 5 stagioni per raccontare la sua storia, per far capire dove sta andando a finire lo sviluppo di un personaggio. È il giusto tempo da dare perché una cosa sia bella, ha bisogno di spazio, di aria per crescere e svilupparsi, per capirsi e far capire. Il suo punto massimo infatti si raggiunge nelle ultime puntate in cui si raggiunge l’apice della drammaticità, ma anche la massima consapevolezza di tutti i personaggi:

[ATTENZIONE SPOILER!]
da Federico (il terzo socio dell’impresa funebre) che deciderà di mettersi in proprio, a Ruth che deciderà di non volere altri uomini nella sua vita, con Claire che andrà a New York per trovare la sua vera strada e indipendenza, David e Keith che riescono finalmente ad essere una vera famiglia con i propri figli, Brenda che deciderà che non riverserà più sugli altri il proprio odio e la propria rabbia. Così come la morte di papà Nate segna l’inizio del cambiamento per la famiglia Fisher, la morte di Nate jr. segnera l’inizio dell’età “adulta” di quel cambiamento.
Come Brenda e Nate si sono conosciuti quando è morto “papà Fisher”, così accade per Claire e Ted che durante il loro primo appuntamento si ritrovano a passare la notte in ospedale prima che Nathaniel muoia.
[FINE SPOILER]

Gli ultimi 5 minuti dell’ultima puntata sono la cosa più intensa che mi sia capitata di vedere. Un susseguirsi di immagini, scene, e musica che ti lasciano l’anima devastata, distrutta, rimescolata e ricostruita. Nessuno penso possa vedere questa serie, arrivare all’ultimo episodio e dire di non esserne stato toccato, perché non è solo fiction, ma è la rappresentazione della vita, senza stereotipi, senza finzioni, senza linguaggi forzati o situazioni paradossali. Alan Ball ci mostra una vita dal punto di vista della morte, lo fa con maestria, senza retorica e con una bellezza che ci lascia spiazzati ed emozionati.

Vi lascio con il link all’ultima scena, quella che mi ha fatta commuovere e mi ha sconvolta. Lascia senza fiato.

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