Ed eccoci qui. Dopo aver tentennato per un po’, mi sono letteralmente bevuta le tre stagioni di Misfits. Purtroppo sono brevi (21 episodi in tre serie). L’idea è originale e interessante: un gruppo di “misfits” (in inglese disadattati) sono costretti a fare dei lavori sociali per dei reati minori. Durante il primo giorno, si scatena una tempesta magnetica che conferisce loro dei superpoteri. Purtroppo anche l’assistente sociale viene colpito rendendolo aggressivo: i ragazzi sono costretti ad ucciderlo per salvarsi. Ed è così che iniziano le avventure/disavventure di Simon, Alisha, Kelly, Curtis e Nathan.

L’ambientazione inglese, il cielo quasi mai del tutto azzurro fanno da sfondo ai bassi fondi di una città che potrebbe essere un qualsiasi sobborgo della Gran Bretagna. I nostri supereroi non sono “fichi”, non sono buoni e non vivono in bei posti. Le loro case fanno schifo, girano in mezzo a deliquenti e spacciatori; i palazzoni di 30 piani ospitano ogni sorta di individuo. I ragazzi a malappena parlando un inglese comprensibile, passano le giornate al cellulare, a bere e pensano a divertirsi. Ecco questo è il contesto in cui si svolge il telefilm: l’opposto di quello che le storie dei superoi ci hanno sempre fatto vedere.

Sì perchè i nostri protagonisti sono ragazzi normali che amano e odiano, che fanno stronzate e vogliono divertirsi. Sono goffi, insicuri e un po’ allo sbando. Sono cinque giovani che, nonostante vivano più o meno nella stessa zona, sono molto diversi tra loro. Simon è più timido che ossa; Alisha che per paura di essere “usata” solo per la sua bellezza, usa lei per prima, senza mai legarsi; Curtis l’atleta timido che si fa fregare dalla prima stupidaggine giovanile; Kelly un po’ rozza ma inspiegabilmente affascinante, è una tipa tosta che è aggressiva per nascondere il suo vero carattere fragile; Nathan invece è il classico ragazzo stupidone dal cuore grande, colui che riesce a farti saltare i nervi ma con cui non sai stare troppo arrabbiato perchè ti rendi conto che spesso non lo fa apposta: è proprio così! Questi cinque ragazzi si ritroveranno ad essere amici. A darsi una mano nei momenti di bisogno, a sostenersi.

Puntata dopo puntata li vediamo cambiare, crescere, evolversi . Questi super poteri li fanno sognare. Hanno 18-20 anni e sono ancora vive le storie dei fumetti che leggevano fino a qualche anno prima. Anche se vogliono apparire “adulti”, hanno traumi, paure e sogni da ragazzi appena usciti dall’adolescenza. Così come gli altri coprotagonisti che si susseguono puntata dopo puntata, ognuno ha la sua storia e ognuno il suo “potere speciale”: perchè la tempesta non ha regalato solo alla nostra cinquina dei doni speciali, molte anche altre  persone  hanno acquistato qualche peculiarità in più.

La scelta dei protagonisti e i tempi narrativi, sono molto ben fatti. Anche l’omogenità della storia, le sequenze e il complesso sono ottimi. Personalmente lo consiglio a tutti perchè è un telefilm a mio avviso riuscito che ci racconta una storia più verosimile di cosa potrebbe accadere se un ragazzo di 18 anni si ritrovasse con dei superpoteri.

 

Ho appena termianto di vedere la terza serie di Misfits: un cazzo di capolavoro!! Ora è trip e rosico perchè mi tocca aspettare chissà quanto per la quarta…perchè ci sarà una quarta vero??? Spero nei prossimi giorni di scrivere about it. Grazie Pippy, come sempre avevi ragione ;)

Dopo tanto tempo ho iniziato a vedere poche sere fa le prime puntate de “Il trono di spade” (titolo originale: Games of thrones). La storia nasce dalla penna di George Martin, ed è uno dei classici fantasy a mille libri dal titolo “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”. Il vero motivo per cui ho iniziato a seguire il telefilm è in realtà duplice: il primo perché tanto Lucia quanto Pippy, che hanno seguito in maniera appassionata la storia su carta, mi hanno confermato che la trasposizione su pellicola non toglie nulla alla storia. Lucia mi ha anche assicurato che il doppiaggio è accettabile (che il 2012 è l’anno della fine del mondo si capisce anche da queste cose). In seconda battuta è l’idea che si sviluppi una storia fantasy lunga e intrica su un format più lungo del film. Mi spiego meglio. Il signore degli anelli, nella sua trilogia in versione extended dura circa 10 ore; con puntate da 50 minuti ci usciva una miniserie, si aveva la possibilità di dare spazio a tutti i personaggi del libro. Non fraintendetemi: secondo me è uno dei film tratti da libri tra i più riusciti della storia, ma è inevitabile che a meno che gli sceneggiatori non vogliano uccidere gli spettatori, qualcosa debbano tagliare. Mi rendo conto che i canali tra cinema e televisione sono di gran lunga diversi e che gli introiti derivanti da uno non sono quelli che possono arrivare dall’altro. Però sviluppare la trilogia Tolkeniana su 14 o 15 ore, divisa su puntate da 50-60 minuti avrebbe a mio avviso dato tutta un’altra profondità e spessore. Di certo sarebbe stato un prodotto diverso, molto diverso, ma nella mani giuste potrebbe comunque rivelarsi un’idea di qualità.

Signore degli anelli a parte, ecco che l’idea a cui avevo pensato 8 anni fa (dopo aver visto il Ritorno del re) compare per un altro fantasy recente.  Purtroppo non so raccontarvi molto della storia perchè i libri non li ho letti (mea culpa, il mio gene “nerd”  si sta necrotizzando!) e per il momento ho visto solo le prime due puntate. Ma un paio di cose sono degne di nota.

  • C’è lei:

Lena Headey

 che è uno dei miei sogni erotici ricorrenti: la vediamo recitare da “Image me and you” a “300″ con la leggerezza di una farfalla che si posa da fiore a fiore. La sua bellezza non è discutibile in questa sede.

  • I personaggi principali sono quasi tutti originari del mondo celtico: irlandesi, scozzesi, britannici. Fatto che può sembrare superfluo, ma in realtà, a mio avviso non lo è. Il mondo fantasy è caratterizzato notevolmente anche dai tratti somatici dei personaggi. Un faccione da divo, bellocio, hollywoodiano mal si accompagna all’immagine di un re che ha combattuto guerre, visto morire amici e vissuto tra mille pericoli.
  • Le ambientazioni, o meglio le panoramiche, sono un po’ troppo “computer grafica” a mio personalissimo gusto, ma le location (Irlanda del Nord, Scozia e Marocco) sono perfette. Si qui esce fuori tutto il mio amore per le terre e i paesaggi celti, ma esaltare le proprie passioni non è un peccato, anzi!
  • E’ un’altro colpo messo assegno dalla HBO. Basta appena trovo un secondo devo dedicare due righe a questa rete televisiva che, a mio avviso, negli ultimi anni non sta sbagliando neppure una serie TV.

Per il momento è tutto al riguardo. Nelle prossime settimane vedrò di finire la prima serie e poi, dal primo aprile, inizia la seconda e ancora non ho capito se andrà in onda in contemporanea con l’America o se, come al solito, ci toccherà aspettare mesi e mesi. A volte mi verrebbe voglia di trasferirmi negli U.S.A. solo per non dover attendere secoli per vedere una serie tv. Per fortuna che Internet e i numerosi siti di sottotitoli rendono sempre più a portata di mano anche titoli che qui Italia sono di difficile reperibilità.

Atlantic City, 1920. When alcohol was outlawed, outlaws became kings. (Tagline del telefilm)

Quando una rete come l’HBO si prende in carico una serie e un regista come Scorsese decide di finanziarla e di girare la prima puntata, c’è solo una cosa da fare: prendersi la briga di vederla e con molta attenzione. Essendo abituata a guardare le serie tutte insieme, ho atteso che iniziasse almeno la seconda stagione (e di finire altri telefilm che mi si erano accumulati) per farmi un’idea se tutto il clamore che si era creato attorno a Boardwalk Empire fosse giustificato. Bhè LO E’! Preannuncio che le prime puntate sono un pochino lente da ingranare; registi e sceneggiatori si sono presi un po’ più tempo per disegnare e dare spessore ai vari personaggi.

“Noi abbiamo whisky, vino, donne, musica e slot machines. Non negherò mai tutto ciò e non chiederò scusa. Se la maggioranza della gente non l'avesse voluto, non sarebbe stato profittevole e dunque non sarebbe neppure esistito. Dunque, il solo fatto che esistono è la prova che la gente li vuole." (Il vero Nucky)

Questo telefilm, non solo può vantare il pilot più costoso della storia dei telefilm (18 milioni di dollari), ma anche una sceneggiatura, un’attenzione al dettaglio, alla fotografia e ai particolari come pochi altri telefilm al mondo. Anzitutto vi anticipo che è PROIBITO guardarla doppiata! Non è proprio pensabile. Il contesto in cui si svolge la storia richiede le voci originali. Perchè? Non sarò dispotica come altre persone che conosco e vi spiegherò il motivo. Siamo negli anni ’20 del XX secolo, epoca di proibizionismo, quando l’America voleva darsi un tono e iniziare a contare sulla bilancia dell’economia mondiale. L’America è sempre più la terra degli immigrati e, finita la prima guerra mondiale, un flusso immenso di Europei lascia il Vecchio continente per il Nuovo. Pensate che la persone che giravano per le strade quel periodo, parlassero tutti un’inglese Oxfordiano? Ovviamente no! Seguire Boardwalk Empire in originale ci fa capire chi ha costruito l’America in quegli anni: irlandesi, italiani, slavi, neri, ebrei. Ognuno con il suo accento, i propri tratti culturali e, perchè no, anche i clichè legati ad essi. Quindi ricordate: originale sottotitolato in italiano, in bielorusso, in cirillico, fate come vi pare, ma pensare di guardarlo doppiato significa perdere metà della sua bellezza.


La trama è gira attorno alla vita di “Nucky” Thompson un gangster e politico vissuto realmente ad Atlantic City (quello vero si chiamava Nucky Johnson). La sua forza risiede nel riuscire a raccontare di quanto il proibizionismo abbia aumentato vorticosamente il potere dei criminali, di come la loro avanzata sia stata tanto politica quanto violenta; di come il sistema fosse corrotto dall’interno, ma tirato a lucido e splendente di facciata. Dell’ipocrisia che ha sempre circondato decisioni e leggi discutibili e apparentemente create per esser fatte rispettare dal popolo e mai dai potenti. Come se proibire l’alcol potesse essere veramente una soluzione per ristabilire una moralità religiosa che sembrava smarrita. Tale richiesta da parte dei “Gruppi sulla temperanza” fece il gioco di numerosi criminali, tra cui Al Capone è il più famoso e celebre e che nel telefilm appare giovanissimo e ai suoi primi “lavori”. Non per niente il gangsterismo nacque in questi anni. L’italoamericano pare riuscì ad accumulare una cifra che si aggira attorno all’odierno MILIARDO di dollari.
La serie trovandosi ancora agli inizi è un po’ acerba e ancora non ci dà chiaramente una bussola su come si evolveranno gli eventi, ma un messaggio pare arrivare chiaro: siamo sicuri che il proibizionismo nacque per motivi religiosi e moralistici? Basati su posizioni fondamentaliste? O semplicemente i politici fiutarono l’occasione di diventare oscenamente ricchi a discapito di cittadini? In una famosa intervista Al Capone affermò:

Ho fatto i soldi fornendo un prodotto richiesto dalla gente. Se questo è illegale, anche i miei clienti, centinaia di persone della buona società, infrangono la legge. La sola differenza fra noi è che io vendo e loro comprano. Tutti mi chiamano gangster. Io mi definisco un uomo d’affari.

Strafottente? Sicuramente. Bugiardo? Non del tutto.
Se leggiamo la vita del vero Enoch Johnson (il cognome vorrà forse essere un omaggio alla famosa arma simbolo di quegli anni?) non è assolutamente mal rappresentata. Anche lui come Al Capone intuì il potenziale che avrebbe avuto sfruttare l’illegalità dell’alcol a proprio favore. Come Tesoriere e più potente Repubblicano del New Jersey capì che Atlantic City sarebbe stata l’idea su cui è stata costruita Las Vegas: un “parco giochi” per adulti dove poter realizzare tutto ciò che è proibito: bere, giocare d’azzardo e andare a mignotte. Non solo ciò era sotto gli occhi della gente, ma gli stessi cittadini, in gran parte, ne sfruttarono l’immagine turistica che ne nacque.
Ecco un telefilm che ti fa capire tutte queste cose, che ti porta a riflettere, a curiosare, a leggere e cercare altre notizie; una storia che sa essere fedele alla realtà dandogli dei toni televisivi e più fruibili è una storia vincente. Incuriosisce, è piacevole da guardare, è ben curata…che altro aggiungere?
Solo due piccole note, un’altra di lode e un neo. La lode va alla sigla iniziale: semplicemente stupenda. Buscemi che fuma una sigaretta in riva al mare che viene “inondato” di bottiglie d’alcol che circondano il nostro protagonista e lui che si allontana con le  scarpe pulite, asciutte e lucidate. Questa sigla riesce a racchiudere nel suo minuto di introduzione il senso della storia. Semplicemente perfetta!
Il neo che invece ho notato e che secondo me potrebbe stonare un po’ è che non so quanto possa essere veritiero che tutte le donne negli anni ’20 sapessero leggere e scrivere in maniera fluida come ci viene mostrato. Lo so è un particolare su cui potrei andare oltre, ma che stona con la precisione nel ricreare lo scenario di quegli anni, il clima, gli ambienti, i costumi e tutto il resto.


8ren4:

Rebloggo questo articolo di Lucia, perché credo che il personaggio di Faith su Buffy è uno dei più belli di tutta la serie. Profondo, complicato e mai scontato.  In più oltre ad omaggiare la bellezza della sig.ra Dushku, rendo omaggio al blog della mia mentore, che non è cosa da poco, direi.

Originally posted on ilgiornodeglizombi:

Una che è stata svezzata alla corte di James Cameron non poteva che meritarsi un posto d’onore in questa galleria. Eliza Dushku è una di quelle attrici così squisitamente di genere, che persino l’ appellativo di Scream Queen le va stretto. La fanciulla nasce nel 1980 e comincia a recitare giovanissima. Per me, che non seguivo Buffy, il colpo di fulmine avviene in un’ afosa giornata estiva del 2003, quando in un cinema deserto proiettarono Wrong Turn e la Dushku mi apparve pucciata nel sangue in tutto il suo splendore. Ah, con lei, nel cast, c’era anche un’ altra signorina di cui un giorno parleremo. Credo che la Dushku, come molte attrici presenti in questa rubrica, sia sottovalutata, e poco sfruttata. Forse è stato lo sfortunato Dollhouse a causarle qualche difficoltà in una carriera che sembrava lanciatissima. Ma confidiamo in lei e speriamo di rivederla al più presto imbracciare un’…

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“Se tutto intorno è bene chi tutela il male, quando il bene si prepara ad ammazzare?”
(99 posse)

Non male come angelo della morte

Alla fine la scelta è stata mia è si è orientata su Dexter. Nonostante avessi iniziato a scrivere qualcosa su Ranma, l’aver terminato di vedere la sesta stagione del serial killer più strano della televisione, ha fatto spostare l’ago della bilancia decisamente verso quest’ultimo.
Dexter è la storia di una brava persona a cui sono successe brutte cose. È la storia di un Passeggero Oscuro, che è stato indirizzato, a cui è stata dato un senso in qualche modo più alto. È la storia di un bambino che nasce nel sangue della madre fatta a pezzi, di un poliziotto che lo salva e “diventa” suo padre, che vede quell’oscuro passeggero e non si ferma a pensare se potrebbe svanire, ma lo alimenta e lo indirizza per dargli uno scopo “superiore”.
Dexter non è un serial killer come tutti quelli che conosciamo. E’ uno scienziato, un ematologo che lavora per la scientifica di Miami e non uccide il primo che gli capita a tiro, no Dexter uccide chi se lo merita. Si sente Dio? No. Non ha nulla a che fare con un castigatore, un prescelto. Lui sa chi è, sa che è una brutta persona che fa cose brutte, sa che però l’istinto che lo porta a fare certe cose non riesce a dominarlo e quindi si trasforma in un prolungamento della legge. Il nostro protagonista arriva là dove la giustizia non riesce, per incompetenza, per stare a giochi politici, per burocrazia. Dexter non ha regole, ha solo il suo “Codice”, quello tramandatogli dal padre. Una legge non scritta per non farsi prendere, per agire solo se si è veramente sicuri della colpevolezza della propria vittima. Questo è il modo di agire di Dexter: scientifico, certo, sicuro. Uccidete solo assassini, stupratori o pedofili.
Questo codice cerca di insegnargli ad apparire “normale”, a costruirsi una maschera per non destare sospetti, come sfuggire alle indagini della polizia. Ma se fosse solo questo, sarebbe difficile spiegare il successo che ha riscosso e come sia stato possibile arrivare a 6 stagioni senza uccidere di noia i telespettatori.
Il protagonista (Michael C. Hall, già menzionato in uno speciale a lui dedicato e nel post su Six feet under) è perfetto: sa incarnare il bravo poliziotto, il bravo papà o lo spietato assassino; il carattere di Dexterr ha un evoluzione, stagione dopo stagione. La sua voce fuori campo ci rende partecipe dei pensieri, delle riflessioni, come se ci chiedesse di non giudicare la sua vita dal nostro punto di vista, ma dal suo. Questa serie TV non dà mai un confine netto tra ciò che è giusto o ciò che è sbagliato. Se la dovessi descrivere con un colore direi che è il grigio in tutte le sue sfumature. I personaggi che girano intorno a tutta la storia oscillano continuamente sul filo sottile che divide il “bene” dal “male”.
Chi almeno una volta nella vita, ascoltando un telegiornale non ha pensato “certa gente meriterebbe solo la morte”? Dexter non lo pensa, ma è quello che fa. Lui è il giustiziere che sconfigge i cattivi; ma cosa accade se a sconfiggere i cattivi non sono i buoni ma altri cattivi?
Cosa succede quando questa maschera che l’ematologo indossa inizia a diventare sempre più sottile fino a diventare parte della sua pelle? Se inizialmente si mette con Rita per dare l’impressione di essere un “vero uomo che a certe cose ci pensa”, poi scopriamo, un po’ a sorpresa, assieme a lui che ne è veramente innamorato. Che lui quella vita “normale”, fatta di abitudini genuine la vorrebbe. Non è più una semplice copertura di ciò che è in realtà, perché ciò che Dexter capirà con il passare delle puntate è che lui non è solo un serial killer, ma è anche uno scienziato, un uomo, un compagno, un fratello, un amante e un padre e questa è un po’ la chiave del successo di questa serie: il protagonista si interroga spesso su cosa e chi è, su come dovrebbe affrontare la vita per non essere “l’uomo nero”, per essere veramente la brava persona che appare. Spesso si interroga se sia possibile essere un assassino spietato e contemporaneamente un padre premuroso e un fratello presente.


In ogni stagione il “cattivo di turno”, incarna una delle pietre miliari su cui si regge la società: le relazioni sentimentali, l’amicizia, la famiglia, la religione. Tutte cose che noi solitamente diamo per scontate, ma che per una persona sociopatica che prova più attrazione verso l’omicidio che non l’altro sesso, la prospettiva è totalmente differente. Ed è proprio attraverso l’antagonista su cui poi si costruisce tutta la stagione, che noi conosciamo la complessa personalità di Dexter. Sembra quasi che l’idea su cui poggia tutta la serie TV sia quella di voler far riflettere il telespettatore che in ognuno di noi esiste un “Passeggero Oscuro”, ed è quella parte di noi che vorremmo tirare fuori davanti a un’ingiustizia, davanti a un crimine non punito. Quando ci piacerebbe se ci fosse un “supereroe” pronto a porre rimedio ai limiti e agli errori della legge? Perché continuare sempre e solo a vedere i supereroi come l’espressione del bene? Se un criminale la fa franca con la legge, che senso avrebbe catturarlo e riconsegnarlo a quello stesso sistema che non lo ha punito? Ecco cosa rappresenta il nostro ematologo: quella parte che ogni essere umano possiede, e che le regole sociali hanno cercato di incatenare per il quieto vivere. Ma la frase con cui ho aperto questo post non è, ovviamente casuale: quando il “bene” fallisce chi può fermare il “male” meglio di altro “male”? Voi siete così sicuri che condannereste veramente e ciecamente se veniste a conoscenza che una persona come Dexter esiste sul serio e avesse ucciso le persone più becere e schifose che il mondo potesse generare? Sicuri sicuri sicuri?

PS Il mio ovviamente non vuole essere un incitamento all’omicidio, nè mi sento una tifosa dei giustizieri. Il post è semplicemente una dissertazione filosofica sul bene e il male e il concetto di giustizia applicata, nulla di più. Trovo che tutti i ragazzini americani che hanno commesso omicidi ispirandosi a questo telefilm, abbiano semplicemente dei pessimi genitori e non sostengo assolutamente queste cose.

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Pubblicato: 18/01/2012 in Anni '80

Ranma 1/2 o Dexter??

Il cast della seconda stagione

Ho aspettato tanto, ma non posso più esimermi dal parlare di “L word”. La mia titubanza risiede nel fatto che ho amato e, infondo, amo ancora questo telefilm in una maniera in un certo modo morbosa. Ma per chi nel 2004 aveva vent’anni e stava iniziando a capire come funzionava il mondo omosessuale, sapere di avere un telefilm come l word, non poteva che azzerare ogni spirito critico. Volenti o nolenti questa serie ha segnato i prodotti televisivi di genere. Sì è vero prima di lui c’è stato “Queer as folk”, ma pur avendo protagonisti quasi del tutto maschili, c’erano anche due lesbiche come personaggi principali, non era relegate ai margini della storia. L word invece è composto da soli personaggi femminili, sia come cast, sia come tecnici, produttrici, sceneggiatrici, registi e chi più ne ha più ne metta. E’ strano pensare a una cosa del genere, ma sui set di questo telefilm gli uomini erano praticamente inesistenti. Le femministe della prima e dell’ultima ora hanno gridato al miracolo. Meglio ancora, non si trattava solo di donne, ma anche di lesbiche, perché molte di esse erano apertamente dichiarate. Le lesbiche impegnate della prima e dell’ultima ora hanno gridato al miracolo.

Ecco perché L word è diventato un fenomeno di costume, un telefilm di successo e, ovviamente in Italia, non è praticamente arrivato se non tramite pay-tv.
Il suo grande merito è stato quello di aver portato sul piccolo schermo un universo sconosciuto ai più. Un mondo fatto di donne, emancipate da ogni punto di vista: economico, sessuale, sociale. Ha mostrato il gentil sesso nella sua fragilità, determinazione, cattiveria e bassezze. Presenta ogni sorta di problema: da quelli di tutti i giorni agli scontri etici, religiosi e sociali. Non si è mai fatto problemi a presentarci scene di sesso esplicito, senza tabù e reali, distruggendo lo stereotipo dell’amore saffico alterato dal cinema pornografico.
Giustamente se ha tutte queste cose positive, perché sembro così titubante nel volerne parlare bene? Perché qualche mese fa mi è capitato di rivederlo tutto quanto insieme, puntata dopo puntata, senza pause e con quasi 8 anni di più sulle spalle e a questo giro sono riuscita a vedere quelli che per me sono i suoi limiti. In sei stagioni le sceneggiatrici hanno voluto abbracciare ogni argomento che potesse toccare il mondo femminile (non solo lesbico), che possa essere eterosessuale, transgender o anche semplicemente argomenti “about girls”. L’altra faccia della medaglia sta nel voler creare una storia “minestrone”: ai personaggi principali vengono fatte fare delle scelte discutibili, ci sono delle svolte spiazzanti e spesso più che di un “carattere” ci sembra di avere a che fare con degli stereotipi. Mi rendo conto che si parla pur sempre di un telefilm e non di un documentario.

Il cast a partire dalla quarta stagione

Altro limite sono gli uomini. Se in “queer as folk” la rappresentativa femminile viene raccontata per quello che è, senza giudizi positivi o negativi (o almeno il merito è l’averci provato), in “l word” gli uomini sono il male: non esiste personaggio maschile che non porti qualcosa di brutto a una donna. Gli uomini tradiscono, feriscono, trascurano, non capiscono, giudicano, sono bigotti, razzisti e gretti. In sei stagioni non esiste una figura maschile che entri in contatto con una qualsiasi ragazza del gruppo senza portare con sé brutte cose. Probabilmente in secoli e decenni di patriarcato, mi direte che un po’ di femminismo radicale ed emancipato non può che far bene e posso essere in parte d’accordo, ma con questo il realismo o la semplice veridicità delle situazioni viene parecchio a mancare. Pensiamo alla sola prima stagione in cui ci viene presentato il coming out di Jenny, che si trasferisce a Los Angeles per andare a convivere con Tim, il suo ragazzo storico. Qui però conosce Marina che le fa perdere completamente la testa e con cui andrà a letto, non una ma diverse volte. Jenny ha tradito Tim e quindi dovrebbe, in qualche modo, risultare un personaggio negativo, ma per come viene narrata la storia, la colpa è di Tim perché non è un uomo molto colto (ehi lei è una scrittrice!!!), pensa quasi solo ai muscoli (è istruttore di nuoto) e allo sport e non si rende conto di quanto la sua ragazza sia assente, lontana da lui e di quanto stia cambiando. Quindi se Jenny lo ha tradito, sembrano dirci, è colpa di Tim. Possiamo stare a filosofeggiare quanto vogliamo e sì forse gli uomini sono molto distratti quando si tratta di capire l’universo femminile, ma da qui a farci passare un tradimento del genere per colpa di chi è stato tradito ce ne passa. Alla fine della fiera lui a Jenny la ama sul serio e cerca di dimostrarglielo a modo suo; se a lei quello che può offrirgli lui non basta, poteva semplicemente dirlo e farla finita.
Ripeto, con molta probabilità è stata una scelta di allineamento quella di mettersi così apertamente contro “la cultura maschile”, ma a me ha stonato, perché parte del messaggio che sembra trasparire è che “le lesbiche siano tutte misandriche”.  Come ha stonato l’avere davanti donne bellissime, perfette, con lavori superfichi, affermate, curatissime. Non che non possano esistere donne così e anzi, in California saranno anche più numerose che qui da noi, ma il tutto è risultato un po’ eccessivo. Capisco che siamo in televisione e stiamo parlando di un prodotto da vendere, ma avere davanti persone un po’ più realistiche avrebbe conferito al telefilm quel pizzico di credibilità che un po’ gli manca.

Dal punto di vista tecnico, invece, non ho nulla, ma assolutamente nulla, da recriminare: è girato bene, le attrici sono tutte fantastiche, i dialoghi mai banali e ben sviluppati, senza scendere nel volgare o nel banale, parolacce e frasi più spinte sono esattamente dove devono essere.
E pensare che la Showtime si è presa un bel rischio a ospitarlo sulle proprie reti. Prima ancora che venisse annunciato il cast definitivo, già sul web giravano gruppi e siti amatoriali che facevano parlare nel bene e nel male di questo nuovo prodotto che sarebbe arrivato in televisione. Certo quando metti insieme le sceneggiatrici di “Go fish” e “Six feet under”, non può venir fuori qualcosa di brutto. Quando metti insieme Jennifer Beals, Leisha Hailey, Katherine Moenning, Pam Grier e Laurel Holloman, difficile pensare che la gente non vedrà  la serie. Quando ambienti il tutto a Los Angeles e decidi di mandare in onda l’equivalente lesbico di “Sex and the city”, proprio mentre questo sta trasmettendo le puntate conclusive, non puoi non andare a colmare il vuoto che un telefilm cult come quello sta per lasciare. Un applauso quindi va fatto anche per le scelte di marketing (ricordate la tag line “same sex, different city”?) e di cast.

Il Grafico di Alice

C’è una cosa che più di tutte lega le varie stagioni di L word: il grafico di Alice, quello da cui nascerà “ourchart”. Alice sostiene (ma in realtà è una teoria molto diffusa, soprattutto in America) che ognuno di noi, in tutto il mondo è connesso agli altri in al massimo sei “collegamenti”, o meglio persone che conoscono altre persone fino a sostenere che “io potrei essere collegata con il presidente americano in meno di sei persone”. In qualche modo siamo tutti quanti legati al di là del sesso, della razza, della nazionalità o della religione: un bel messaggio da comunicare, soprattutto per le nuove generazioni che non si rendono conto di quanto certi diritti sia stato duro, doloroso e pericoloso ottenere. Ragazzi e ragazze (soprattutto) che girano mano nella mano, si baciano per strada o giocano ad essere ammiccanti in pubblico con altre donne per puro divertimento e non realizzano quanto questa loro, questa nostra libertà abbia avuto un caro prezzo e che la battaglia non è ancora finita.

Quindi sicuramente un telefilm che va visto tenendo ben presente che è una finestra sul mondo reale. Ha tutto il diritto di prendersi il merito di aver tirato fuori dall’armadio dove vengono racchiusi tanti, troppi tabù, diversi scheletri, di aver parlato a generazioni, strati sociali e culture diverse (il telefilm è stato trasmesso in decine di paesi tra cui Gran Bretagna, Olanda, Francia, Danimarca, Spagna, Israele, Cina, Brasile, Giappone e Sud Africa), senza andare troppo per il sottile. Ma è e resta quello per cui è nato, ovvero un prodotto televisivo. Se ci avviciniamo a lui, ricordandoci questo assunto, non potrà che entusiasmarci ed esaltarci; se invece il nostro occhio critico pretenderà di vedere un “documentario sul mondo lesbico”, bhè rimarrà molto deluso, perché non è quello che L word vuole essere.

PS Permettetemi di abbassare ancora di più il livello di questa recensione postando quella che a mio avviso è una delle scene più sensuali della televisione, uno streap tease di un minuto e mezzo, di Carmen per Shane.

Girando per un bel po’ di blog, ho notato una bella lista di “film-aspettativa” per il 2012. Come sempre sulla carta e sui trailer sembrano tutti una figata pazzesca. Nei prossimi due mesi so che mi attenderà una full immertion per vedere tutti quelli candidati agli oscar che spesso danno molte garanzie e raramente si sono rivelati come delle bufale pazzesche. Certo magari un pochino sotto le aspettative sì, ma mai totalmente orrendi. In questa prospettiva volevo analizzare un po’ i telefilm da me attesi nel 2012, o meglio le nuove stagioni.

5. Fringe, la cui quarta stagione è ricominciata ad ottobre, ma tra “festa del ringraziamento” e natale si sono presi due mesi di stop tra la settima e l’ottava puntata. Ringraziamo J.J. Habrams per questo mega effetto suspance, ma un avvertimento: se ci tiri fuori una cagata colossale, ci sta che ti veniamo a cercare per tutto il globo terrestre con cattive intenzioni.

4. The Big Bang theory, anche loro per proseguire la quinta stagione si sono presi una bella pausa, ma la differenza con Fringe è sostanziale: primo, in quanto sit com non ha un filone narrativo da seguire con impazienza; secondo non è girato da Habrams quindi non abbiamo paura che la prossima puntata tireranno fuori qualche escamotage narrativo per farci impippare il cervello per mesi; terzo si sono degnati di mandare in onda una puntata prima della pausa natalizia. Quindi attendiamo anche qui i primi mesi del nuovo anno per sapere come si evolveranno i vari rapporti tra i nostri protagonisti, in particolare quello tra Sheldon e Amy.

3. Game of Throne, in realtà questo più che un’aspettativa in generale è un impegno  che ho preso con me stessa. Le mie mentori in fatto di telefilm e libri è da diverso tempo che scambiano sottobanco i libri da cui deriva la serie televisiva, molto molto tempo prima che iniziassero a stendere la sceneggiatura. Un po’ per il poco tempo, un po’ perché sono diventata veramente lenta a leggere, non ho mai iniziato, però la serie TV mi attira (sarà merito di Sean Bean, al secolo Sergio Fagioli alias Boromir?) così come anche i libri in realtà. Magari se iniziassi con le prime puntate, poi mi appassiono ed ecco lì che diventa il mio prossimo tormentone.

2. American horror story, lo so lo so è appena terminata la prima stagione ma il 2012 è fatto di 12 mesi e se non finisce il mondo prima del 21 dicembre (non sia mai che abbiano fatto male i calcoli i Maya) dovrebbe andare in onda la prossima stagione che mi incuriosisce non poco. Sarà interessante vedere come si evolveranno i vari intrecci, se la “vecchia” famiglia diventerà un contorno alla “nuova” o se invece resterà protagonista assoluta con un bel contorno di altri personaggi. Speriamo di scoprirlo presto.

1. True blood, al primo posto non poteva mancare la storia di vampiri più originale degli ultimi anni. Ci hanno lasciato all’ultima scena in un mare di lacrime amare, ora vogliamo proprio sapere che cosa ne sarà dei nostri amati personaggi e di tutta la mitologia a seguire. Al momento non si sa ancora nulla per certo su quando ricomincerà, ma sono solo rumors non confermati. Personalmente credo che prima dell’estate non se ne farà nulla, ma attendiamo fiduciosi.

Per questo 2012 vorrei mettermi d’impegno e provare a vedere Misfits che mi è stato più volte consigliato da Pippy (sì la stessa di GoT e amica anche della mia mentore Lucia). Per omaggiare le sopracitate amichette, dovrei degnarle della visione, almeno della prima puntata, di Supernatural, se non altro per il fatto di aver partecipato al Gishwhes (la caccia al tesoro più grande del mondo organizzata da uno dei protagonisti del telefilm, Misha Collins).
In ultimo, ma non per questo meno importante, c’è Dexter che è finito a dicembre del 2011, ma io ancora devo spararmi la sesta stagione, cosa che accadrà molto presto. Non l’ho messa in top5 per il semplice fatto che non sono sicurissima che la settima arrivi per quest’anno (anche se spero di sì).

Chi ho dimenticato? Avete da suggerire qualche altro titolo per questo nuovo anno???

Oggi sono in vena di top 5 e visto che negli ultimi anni mi è capitato di vedere telefilm con delle bellissime scene “a sorpresa”, eccomi qui stamattina a stilarne una bella classifica. Avviso linkerò e parlerò delle scene che conterranno ovviamente spoiler, quindi se non avete visto o se lo state seguendo evitate di proseguire. Il titolo è segnalato in neretto quindi non potete sbagliarvi

Iniziamo con il primo sorpresone fuori concorso. Lo metto a posteriori visto che ci avevo pensato e visto che la mia mentore Lucia lo ha citato. Fuori classifica perchè mi ha fatto veramente cagare, e sto parlando di Lost e diciamo che poi riguarda tutta l’ultima puntata. Non c’è una scena in particolare, ma andando avanti con l’ultimo episodio non capiamo se ci viene da piangere, per aver realizzato o semplicemente per aver preso piena coscienza, del fatto che abbiamo buttato sei anni della nostra vita a seguire un telefilm che prometteva essere il supermegatelefilm del decennio e che si è rivelato essere una cagata fumante. I personaggi sono in realtà tutti morti e quello che abbiamo visto per sei stagione è un pesante intreccio di sliding doors….GRAZIE!!!

5. L’ultimo di questa top 5 va dedicato sicuramente ad American horror story in cui scopriamo che Violet non è stata in realtà salvata da Tate, ma è riuscita a suicidarsi. Assieme a questa scena accosterei il momento in cui scopriamo che tutta la gente che si aggira per la casa è in realtà morta. Niente di schoccante, ma nel suo contesto un bel “effetto sorpresa”

 

4. Al quarto posto metto L word, la scena che ricongiunge Bette e Tina. Quel bacio che tanto poco ci aspettavamo (e tanto “molto” speravamo) arriva in un momento che un po’ lo preparava. Bette sta con Jodie, ma non è proprio sicura di quello che prova per lei nè se sia la persona giusta con la quale stare; mentre Tina si sta rendendo conto che in ogni persona con cui sta cerca Bette, il che significa che ne è ancora perdutamente innamorata. Vi assicuro che per chi seguiva con passione e senza spirito critico (quello sarebbe venuto tempo dopo la sua conclusione) questo telefilm, ha accolto questa “sorpresa” con applausi, sorrisi, urla di giubilo e cori da stadio che farebbero impallidire qualsiasi ultrà.

 

3. Questa terza posizione lo so già da me è super di parte e la affido a Buffy. Il portale dell’inferno si sta per riaprire per l’ennesima volta, a questo giro però per chiuderlo è richiesto il sacrificio di Dawn che è sì la sorella di Buffy, ma creata come tale, poichè in realtà lei è “la chiave”. La logica vorrebbe che i personaggi accettassero questo sommo sacrificio per il bene del mondo, ma quando ci sono di mezzo i sentimenti non si ragiona per logica ed è così che la cacciatrice (che il buon senso, visto che abiti sopra la ‘Bocca dell’Inferno’, vorrebbe vedere viva il più a lungo possibile) si sacrifica e chiude il portale demoniaco. Aggiungo che se Whedon avesse fatto terminare qui Buffy non avrebbe fatto un soldo di danno, visto gli standard piuttosto bassi raggiunti con la sesta e settima stagione. Quindi in realtà l’effetto sorpresa è più basato sull’idea di noi spettatori che, vista Buffy tuffarsi meglio di certi atleti alle Olimpiadi, ci siamo chiesti “e mo dalla prossima stagione che se raccontamo?”

 

 2. Siamo arrivati nella zona “calda” della Top5, ovvero alla scena di chiusura dell’ultima puntata della quarta serie di True blood: la morte di Tara. Sì lo so che eravamo arrivati a un punto della storia in cui uno dei personaggi principali doveva morire, ma un colpo di fucile in faccia sulla mia “piccola Tara” è stato un colpo al cuore che mi ha fatto letteralmente saltare sulla sedia. Ho fissato lo schermo per altri 10 minuti dopo la seguente scena, in uno stato quasi catatonico.

 

1. E siamo arrivata alla miglior scena con “effetto sorpresa” della storia della televisione, questo non solo a detta mia, ma di molti altri: ultima puntata della quarta stagione di Dexter. Siamo alla fine di quella che a mio avviso è la serie più bella e complessa del telefilm: il rapporto sottile e misterioso tra i due serial killer, l’altro assassino che è come Dexter, ma in realtà non è veramente come lui perchè commette l’errore più grande che infrange il “Codice”: uccide innocenti. Il finale, tragico, arriva quando tutto ormai sembra risolto e volgersi per il meglio. Vivamente sconsigliato se non l’avete mai vista proprio per non perdere l’effetto sorpresa più bello trasmesso da un telefilm.